L’autorizzazione Integrata Ambientale non è l’applicazione asettica di un insieme di tecniche e di relative “prestazioni ambientali” ma piuttosto il risultato di un percorso di analisi volto ad individuare l’assetto impiantistico e produttivo che combina assieme i tre elementi cardine dell’IPPC: controllo combinato delle emissioni aria-acqua-suolo, riferimento a standard tecnologici e gestionali di settore, valutazioni delle condizioni locali.

Attori principali sono fondamentalmente le amministrazioni che avranno il compito di rilasciare le autorizzazioni, i gestori che le richiedono e la comunità locale destinataria indiretta delle scelte delle pubblica amministrazione che dovrà provvedere al contemperamento degli interessi di cui tali attori si fanno portatori all’interno del provvedimento complesso.
Ricorso al TAR Palermo di Cittadini di Isola delle Femmine per annullamento decreto n 693 della Regione Sicilia a favore della Italcementi

Conferenze: 31 Luglio 2007-21 Novembre 2007-31 gennaio 2008-20 febbraio 2008-19 marzo 2008

Cambiamo Aria


Il Piano regionale per la qualità dell'aria presentato dalla regione Sicilia nel 2007 somiglia stranamente a quello del Veneto. Semplice coincidenza?

E' da un pò che in Sicilia non si respira più la stessa aria. Da Palermo a Gela, da Catania a Caltanisetta ci sono segnali di cambiamento che vengono dalla società civile, dai commercianti, dagli industriali che si ribellano contro la mafia e il pizzo. Anche la burocrazia regionale se n'è accorta. Per questo nel "Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell'aria", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, sono state introdotte importanti novità. Ora siamo più europei e lo conferma il rigido clima dell'isola. In più abbiamo un "bacino aerologico padano" e "piste ciclabili lungo gli argini dei fiummi e dei canali" presenti nei centri storici dei comuni siciliani. A leggere il piano in questione si può fare a meno anche dell'autonomia, dato che anche il Parlamento , l'Assemblea Regionale, è diventato un normale Consiglio regionale come quello del Veneto.

Un bel sogno che è stato interrotto da quei materialisti di Legambiente che hanno rilevato come il Piano sia, per usare un eufemismo, troppo simile a quello del Veneto. E dire che porta la firma di ben nove eccellenti autori: dirigenti dell'Assessorato e professori universitari, L'Assessore all'Ambiente Rossana Interlandi, dice che nel caso in cui errori vi siano stati, questi devono essere accertati, e comunque questo non legittima nessuno a parlare di plagio. L'Assessore ha ragione, in primo luogo perchè ispirarsi a un piano esistente conferma la teoria che riciclare conviene. E poi, non è che i piani regionali sono tutelati da diritto d'autore, senno dovrebbero riconoscere anche i diritti Siae ai dirigenti e consulenti che li preparano, Quidi è giusto che nessuno dei responsabili di questo piano cambi aria. In fondo la Regione non è mica il Palermo Calcio, che dopo una partita persa 5 a 0 con la Juve esonera l'allenatore. Bisogna prima accertarsi di non aver perso la partita.

Se intanto il camponato finisce, pazienza.

Gianpiero Caldarella Sdisonorata Società Navarra editore
Piano Regione Sicilia Qualità e Tutella dell'Aria

martedì 17 novembre 2015

Il corpo mai sepolto di Pasolini “Quell’intervista con Pasolini era gravida di morte” Graziella Chiarcossi: “Le mie notti sveglia a casa ad aspettare mio cugino Pier Paolo”

Il corpo mai sepolto di Pasolini

02 NOVEMBRE DI FRABRIZIO  GIFUNI LA REPUBBLICA



Pier Paolo Pasolini



Leggete “Petrolio”, misuratene le radiazioni. Oggi Italia 2015.
Che si trattasse di percorrere un campo di calcio, di dragare la notte le strade di Roma, di posare nelle ultime foto non occasionali che lo ritraggono nudo nel suo rudere di Chia o di giacere, infine, straziato nella polvere negli ultimi fotogrammi della sua vita, che lo si ami o lo si detesti, una cosa è certa: quel corpo non c’è più modo di dimenticarlo. Inevitabilmente esposto al pericolo dell’icona, ma sempre necessario a ricomporre la tela di un discorso poetico, il corpo di Pasolini sta sempre lì ed è impossibile non farci i conti.
Bene. Quel poco o tanto che mi ha lasciato Pasolini è solo ciò di cui il mio corpo a sua volta si è fatto carico negli
di Pasolini
NON C’È un altro poeta del ‘900 italiano che abbia messo con maggior decisione il corpo al centro della scena. Con la grazia e la scandalosa, feroce mitezza che faceva unica la sua voce, Pasolini lo ha trasformato nel più potente ordigno metafisico mai depositato sul suolo della letteratura contemporanea, in grado di propagare le sue onde magnetiche sulla sua vita, sull’opera e sulla sua stessa morte.
ultimi quindici anni. Il mio lavoro è questo. Prendo le parole degli altri. Attraverso la memoria, qualche volta solo con gli occhi, me le metto addosso. Le peso. Poi le condivido con gli altri e non smetto più di farlo. Fine. Con Pasolini l’agone – il complesso dei giochi – confina spesso con un’agonia. Ma il piacere è vertiginoso. Molto potenti le sue parole.
Negli ultimi quarant’anni di storia italiana ci sono due corpi diversamente insepolti, sulla cui ombra lunghissima la società italiana continua ad inciampare. Quello di Pasolini e quello di Aldo Moro. Entrambi con un portato simbolico immensamente più forte di tutte le trame possibili e immaginabili. Due corpi che non esauriranno mai la loro carica anche se una verità giudiziaria, certa e definitiva, o i loro stessi fantasmi, venissero un giorno a raccontarci una volta per tutte come andarono davvero le cose. Il che non significa affatto lasciarsi distrarre rinunciando a cercare quella verità con tenacia e lucidità ma solo tener conto di quali effetti quei corpi continuino a produrre, a prescindere, su un altro terreno di non minore portata. Corpi ombra che si allungano o si accorciano ma non scolorano mai.
Per questo quando Giuseppe Bertolucci mi propose di cambiare il titolo del nostro primo lavoro teatrale dedicato a Pasolini da ‘Danza di Narciso’ in ‘Na specie de cadavere lunghissimo’ – da un verso in romanesco del grande poeta milanese Giorgio Somalvico – trovai subito perfetta la sintesi che quell’endecasillabo era in grado di produrre.
Ed è sicuramente dall’ombra vitale di quel corpo che partirei se dovessi raccontare a un ragazzo, come a volte mi accade, cosa mi ha portato negli anni a frequentare le parole di Pasolini. Ragionerei con lui su cosa abbiano a che fare quelle parole/corpo con la nostra vita, quarant’anni dopo la sua morte. Da questo partirei, se dovessi parlare a un ragazzo nato già nella nuova epoca – quella della Rete – successiva ma distante anni luce da quella in cui sono nato io – quella della televisione – che Pasolini era solito chiamare icasticamente il nuovo Fascismo , per differenziarlo dal vecchio.
Il corpo era per lui la misura delle cose. La sua ossessione. La sua dannazione certo, impossibile non pensarlo ora. Quando parlava con i suoi pochi amici e interlocutori non mancava mai di avvertirli. C’è una differenza fra voi e me, sempre gli diceva. Non c’è nulla di quanto scrivo che non passi attraverso un’esperienza fisica ed è questa solo a contare davvero. Per voi è diverso. Non dico affatto che sia meglio o peggio, perché infiniti sono i labirinti della scrittura, ma forse solo in questo risiede la mia diversità. Si può essere grandi scrittori senza dover vivere tutto fisicamente, è vero, ma si fa molta più fatica a comprendere la società e i suoi meccanismi senza conoscere i corpi. Questo solo dovete ammettere, gli diceva.
«Con questa vita io pago un prezzo. E’ come uno che scende all’inferno. Ma quando torno, se torno, ho visto altre cose, più cose di voi» – fa in tempo a dire a Furio Colombo poche ore prima di sparire nella notte.
E poi: «Io lo so, caro Calvino, com’è la vita di un intellettuale, lo so perché in parte è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io come il Signor Hyde ho un’altra vita», scrive al suo amico nel luglio del ’74 in una lettera aperta su Paese Sera . Osservava le interiora della società come gli antichi aruspici facevano con quelle degli animali, leggeva i segni, si improvvisava semiologo: la nuova urbanistica, la differenza fra un ghigno e un sorriso in un ragazzo, gli oggetti e i nuovi mezzi di comunicazione. I corpi, sempre.
Conosceva la metafisica non dualistica dei grandi Sapienti, Pasolini. «Io sono nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore. Desiderio senza desiderio», sono i versi bellissimi di un Pasolini ventenne quando si aprivano le Danze di Narciso .
«Io sono un prete e un uomo libero, due scuse per non vivere». Come per Eraclito anche per lui il mondo non era altro che un tessuto illusorio di contrari: padre e figlio, natura e opera d’arte, vittima e carnefice. Ma anche il buio e la luce, la violenza e la mitezza, Paolo di Tarso e Paolo di Casarsa. Carlo di Polis e Carlo di Tetis, protagonisti del suo romanzo postumo. Dottor Jekyll e Mister Hyde.
Conosceva bene la Grecia Pasolini, la tragedia e i suoi misteri. Occorre prima aver filmato Edipo Re e Medea , averne connotato i volti, per immaginare di poter bere il ciceone, la bevanda iniziatica dei Misteri di Eleusi, viatico di quel suo ultimo strabiliante romanzo. Perché è solo dopo averlo bevuto che si può iniziare a pronunciare e ad ascoltare il Romanzo, non importa più di quale strage, in una saletta del Quirinale dove l’Italia trema e trama.
Indagava la sostanza profonda del rito, Pasolini. Prima di Cristo e dopo Cristo. Conosceva a fondo la storia del Messia, la sua insostenibile concretezza, ed è per questo che nessuno ha mai fatto un film così bello e così vero come Il Vangelo secondo Matteo , direi a quel ragazzo. Colpa, peccato, sacrificio, redenzione erano il pane che maneggiava ogni giorno, accarezzando la bestemmia.
Inizia molto presto a scrivere versi sulla sua morte, per prenderci confidenza. E lo fa nella lingua madre.
Il dì de la mi muart – il giorno della mia morte – è il titolo di una poesia giovanile scritta tra il ’43 e il ’49 e inserita nella raccolta La meglio gioventù . Ma quando torna a riscriverne le varianti buie a pochi mesi dalla sua morte, non più poetica, non esita ad aggiungere in epigrafe un versetto di Giovanni che dice: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto…».
Nessun altro poeta che io sappia, racconterei senz’altro a quel ragazzo, è riuscito a immaginare più di dieci anni prima (1964) la morte del suo corpo disegnando una poesia come fosse una rosa. «Sono come un gatto bruciato vivo/pestato dal copertone di un autotreno/impiccato da ragazzi a un fico/ma con ancora almeno sei delle sue sette vite/ Come un serpe ridotto a poltiglia di sangue/un’anguilla mezza mangiata/ Le guance cave sotto gli occhi abbattuti/i capelli orrendamente diradati sul cranio/un gatto che non crepa…». Nessun altro regista, forse gli direi, è riuscito a filmare sua madre ai piedi della croce.
Qualcuno ipotizza e ipnotizza l’eresia impronunciabile. Che persino lo spazio fisico della sua morte – Ostia – porterebbe nel nome quell’indicazione cifrata. Come a dire: ora che il mio corpo è caduto, morto nella polvere, forse potrete mangiare il mio nome con qualche frutto, anziché continuare a rimasticarlo sconciamente nelle vostre sale da pranzo all’ora del telegiornale, dopo averlo degradato nei vostri cinegiornali di regime o nelle aule dei tribunali italiani (Pasolini subì una ventina di processi penali oltre ad un numero imprecisato di denunce, segnalerei a quel ragazzo).
E persino il tempo – nel buio di una notte che separa il giorno dei santi da quello dei morti- si impiglierebbe in questa oscura cabala che qualsiasi mente razionale, certo, non può che allontanare. Quel che è difficilmente allontanabile anche per chi è abituato a camminare con scarpe robuste solo nella parte visibile del mondo, è che Pasolini si occupò incessantemente della vita e della morte dei corpi, a partire dal suo, in egual misura, da quando iniziò ad essere un poeta. E anche con questo ci ha obbligato a fare i conti.
Della vita soprattutto, certo. Su questo insistono con ragione e con affetto sincero i suoi amici, per scongiurare il rischio di un’estetica della morte legata al suo nome. E di vita ribollono senz’altro la sua grande poesia, i suoi romanzi, i suoi film più belli, il suo implacabile, amatissimo e odiatissimo, impegno civile. Non solo il Riccetto e gli altriRagazzi di vita ne sono pieni, non solo Accattone e Mamma Roma ma persino Salo’ o le centoventi giornate di Sodoma ,
sì, anche il film più disturbante del cinema italiano, in fondo cos’altro è se non la prova estrema di un attaccamento alla vita visto attraverso la lente dei suoi carnefici? Essere costretti a fare i conti con la morte non vuol dire affatto escludere bellezza e vita ma solo rispettare l’interezza del suo corpus poetico. C’è davvero ancora bisogno di ripeterlo?
Eccoci invece pronti a riascoltare che alla fine di ottobre Pasolini aveva ancora mille progetti da realizzare e nessunissima voglia di morire o che invece no, non è vero, perché da qualche parte neppure tanto segreta desiderava da tempo non essere più corpo vivo.
Meno male che un attimo prima di sparire nella notte aveva fatto in tempo a dirci: «Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali».


LA FONTE: Il corpo mai sepolto di Pasolini | Iusletter








“Quell’intervista con Pasolini era gravida di morte”

Colombo ricorda lo storico colloquio avvenuto poco prima dell’omicidio: “siamo stati a parlare ore, con lunghe pause, asciutta severità. E timore”


Non ero mai stato a casa di Pasolini, all’Eur. Ma lui era stato a casa nostra (Alice, Daria molto piccola e io ) molte volte, una casa di affitto sulle dune di Sabaudia, da cui si vedeva «la casa di Moravia» (come dicevamo tutti del quadrato di cemento, tre camere e cucina ) che era da poco la nuova casa di Dacia e Alberto, dopo che avevano lasciato (loro e anche noi) la casa di Fregene. Se non avevano voglia di cucinare, tutti e tre venivano da noi. E poteva accadere che arrivassero Enzo Siciliano, che era già lo «storico» di Pasolini e Flaminia, colta e attivissima. Ma a volte non c’era nessuno, nella casa cubo, e Pier Paolo veniva da solo.  

Due argomenti, mentre si cucinava nella stessa stanza: letteratura ( ricordo un suo discorso affettuoso e limpido su un libro di Ottiero Ottieri, non noto, ma importante scrittore e comune amico ) e vita italiana. Era già iniziata la grande discesa, a cui si arriverà passando dalla sua morte. Ma non era una conversazione di lamenti e sospiri. Eravamo nella Storia, punto e basta. Chi ha detto che la Storia debba essere divertente o «andare nella direzione giusta»?  

Quello di Pasolini era un discorrere di fatti, intuizioni, un allargare all’improvviso lo spazio su cose non ancora viste o capite dagli altri, ma ovvie, secondo lui. E mai raccontate come una scoperta, solo constatazioni. Ah, e c’era un terzo argomento, l’America, ma entrava negli altri due, la letteratura o la vita italiana che cambia. Gli interessava il parere di Alice, fresca di università americane ricche di docenti-scrittori, e coinvolta nei diritti civili e nella pace in Vietnam. Il discorrere di Pasolini con le donne (le donne che gli interessavano ) era forse il solo veramente alla pari, in quegli anni. Del resto avevo conosciuto Pasolini, ritornando da un mio primo periodo in America, quando Silvana Ottieri ( grande intellettuale rimasta deliberatamente in ombra accanto al marito) leggendo una mia recensione, aveva esclamato: «Ma come, non conosci Pasolini?». 

Pasolini è entrato nella mia vita già nelle dimensioni che, insieme a tanti nel mondo, gli conosco e gli riconosco adesso. Sapevo prima, e sapevo durante gli anni della nostra amicizia, la traccia profonda del suo lavoro, scrivere, filmare, parlare. S’intende che la scorta di Moravia e di Dacia Maraini, in questo percorso, ha contato moltissimo. Ma quando Arrigo Levi, direttore di questo giornale (del quale sono stato parte per vent’anni) mi ha chiesto di iniziare il nuovo «Tuttolibri» con una intervista a Pasolini (un’idea di Alberto Sinigaglia) mi è sembrato un compito facile e naturale. Il testo dimostra di no. Siamo stati ore insieme, con lunghe pause e una asciutta severità da parte sua, che sembrava isolarlo, come se fossimo parte di una sequenza pubblica, e qualcuno filmasse. Tutto girava intorno alla frase «Noi non sappiamo chi, in questo momento, sta pensando di ucciderci». E la lunga conversazione, che non era con me ma con tanti che lo tenevano d’occhio, con intensa ammirazione o con odio, è rimasta aperta.
http://www.lastampa.it/2015/10/31/cultura/tuttolibri/speciali/tuttolibri40/pasolini/quellintervista-con-pasolini-era-gravida-di-morte-8EFsftzETKLJ61Gdom0iEK/pagina.html


Graziella Chiarcossi: “Le mie notti sveglia a casa ad aspettare mio cugino Pier Paolo”


La donna ricorda Pasolini, con il quale ha vissuto: “La sua morte? Un mistero. Ma non voglio leggerne niente”


Graziella Chiarcossi: “Le mie notti sveglia a casa ad aspettare mio cugino Pier Paolo”
Pier Paolo Pasolini con la madre e la nipote Graziella Chiarcossi 

Graziella è cugina di Pier Paolo. Con lui ha vissuto per tredici anni, dal suo arrivo a Roma nel 1962 fino alla morte dello scrittore. Ne ha sposato un allievo prediletto, Vincenzo Cerami, che ora ci osserva con sguardo bonario da una parete della casa di Monte Mario. "Se ci fosse Vincenzo sarebbe tutto più facile ", dice Graziella Chiarcossi, un viso scolpito in quella materia di cui sono fatti i sentimenti. Per lei gli anniversari pasoliniani sono un tormento.

Ne detesta la retorica, la celebrazione futile, il tormentone complottista, la fiera delle vanità. Per questo non ha mai raccontato del Pier Paolo privato, del suo pudore sentimentale, degli scoppi di risa improvvisi, del rapporto giocoso con il cibo, della sua frivolezza, della felicità per una cravatta nuova, dei rituali calcistici davanti alla tv.

Come se avesse paura di svenderlo nel supermarket memoriale. Lei è anche una filologa, si è laureata con Aurelio Roncaglia, ha lavorato per tanti anni alla Sapienza, ha curato l'edizione di Petrolio , e di Pier Paolo è una sorta di esecutrice testamentaria. Ma ora nel soggiorno di casa, sedute sul divano in radica che proviene dal set di Salò , parliamo di un altro Pasolini. Famigliare, intimo, imprevedibile.

I primi ricordi di Pier Paolo?
"Cinema e cocomero. Io vivevo in Friuli e scendevo a Roma solo d'estate, nella casa in cui Pier Paolo viveva con i genitori. Nel 1952 avevo nove anni, una bambina. E lui, trentenne, si prendeva cura di me. Il cinema a San Lorenzo e scorpacciate d'anguria ".
Aveva una vocazione pedagogica.
"Era uno dei tratti principali. Durante la guerra lui e la zia Susanna avevano creato a Versuta, a pochi chilometri da Casarsa, una scuoletta privata gratuita dove Pier Paolo teneva lezioni per gli studenti che non potevano raggiungere Pordenone e Udine. E ha insegnato fino al 1949, quando il provveditorato ne revocò l'incarico dopo la denuncia per corruzione di minore".

Fu allora che lasciarono Casarsa per trasferirsi a Roma.
"Sì, vennero giù lui e la madre, aiutati dallo zio Gino Colussi, che faceva l'antiquario. Zio Gino gli procurò una stanza a Portico d'Ottavia. Nel 1951 li avrebbe raggiunti il padre Carlo Alberto, che trovò la casa di Ponte Mammolo".

Si percepiva il rapporto privilegiato tra Pier Paolo e la mamma?
"Sì, molto forte. Non era una relazione sdolcinata perché entrambi avevano pudore dei propri sentimenti. In Pier Paolo c'era un fondo di timidezza che lo tratteneva dall'esibire affettività. La sua manifestazione più espansiva era una carezza: muta, profonda, di chi partecipa del tuo dolore".

Senza troppe parole.
"No, mai. "Ehi Ninata cosa c'è?", mi chiedeva quando mi vedeva assorta. Nina in friulano vuol dire bambina. Poi quel gesto lento sui capelli, senza chiedere oltre. Captava da lontano gli umori, specie se malinconici. E quando ebbi problemi amorosi, per distrarmi mi fece lavorare in Medea".

La mamma ne aveva accettato l'omosessualità.
"Sì, anche se tra loro rimase un argomento tabù. Come se fossero legati da un patto complice  -  io so e tu sai che io so, ma è meglio non parlarne ".

Per il padre fu più complicato.
"Lei pensi: un ufficiale di fanteria, fascista, reduce dalla prigionia in Africa si ritrova un figlio ucciso dai partigiani comunisti a Porzûs e l'altro figlio dalla sessualità irregolare. Io per zio Pasolini  -  lo chiamavo così, essendo cugina dal lato materno Colussi  -  ho sempre avuto uno straordinario rispetto ".

Lei Graziella percepiva il tormento sessuale di Pier Paolo?
"No, per niente. A me l'avrebbe detto Vincenzo, che conobbi quando mi trasferii a Roma per iscrivermi all'università. Avevo diciannove anni e fino a quel momento non mi ero accorta di nulla. Una cosa incredibile. I miei non mi avevano detto nulla".

Come reagì?
"Sorpresa e forse un po' a disagio per non averlo capito. Allora chiesi a Vincenzo, che era stato allievo di Pier Paolo: ma tu hai avuto un rapporto privilegiato con il professore o c'è stato qualcos'altro? E Vincenzo mi rispose con una cosa che mi è rimasta impressa: Pier Paolo sapeva con quali persone poteva avere un rapporto. Capiva dalla sensibilità o dalla psicologia che non era il caso".

Ma lei ne parlò mai con Pier Paolo?
"No, assecondavo il patto di silenziosa complicità. E difendevo la zia da scandali e denunce. Solo una volta ebbi il coraggio di rimproverarlo perché aveva lasciato aperto sul tavolo un giornale che diceva cose sgradevoli: perché creare inutili sofferenze? Lui mi assecondò senza dire niente".

Ma lui portava a casa i suoi amori?
"Ninetto Davoli sì, veniva spesso a pranzo. Una straordinaria carica di vitalità e allegria. Susanna stava sulle sue, ma si capiva che gli voleva bene. Ninetto rappresentò un oggetto d'amore idealizzato. E quando decise di sposarsi con Patrizia, Pier Paolo ne soffrì orribilmente. Fu Elsa Morante, grandissima amica, a farlo tornare alla realtà".

Comunque la famiglia non osteggiava le sue amicizie maschili?
"Gli affetti di Pier Paolo erano accolti con calore, mentre la sua vita sessuale affidata agli incontri casuali veniva tenuta rigorosamente fuori di casa".

Lei era preoccupata?
"Sì. Nei primi anni romani era stata Susanna a restare sveglia la notte in attesa del figlio. Poi cominciai io a non dormire finché sentivo i passi di Pier Paolo all'ingresso. Però negli ultimi anni  -  ed è paradossale  -  mi ero come acquietata. Lui non faceva più le ore piccole, e io ne traevo motivo di conforto ".

È vero che aveva paura di invecchiare?
"Sì, questo sì. Negli ultimi tempi lo vedevo più cupo ma era come se si sentisse addosso la mutazione antropologica degli italiani. Era diventata un'ossessione che si è poi rivelata profetica. Al fondo c'era una disperazione. Ma non vorrei appiattire il ricordo sulle immagini più sofferte ".

Quali sono i ricordi allegri?
"Le improvvise risate: da solo, seduto in poltrona, mentre leggeva qualcosa. Aveva un forte senso
dell'umorismo e ci teneva anche che venisse fuori dai suoi libri, penso in particolare a Petrolio . Ricordo la sua felicità quando prendeva in mano le seicento pagine del dattiloscritto, come se lì avesse riversato tutta la forza della sua creatività. Un'immagine che stride con la lettura luttuosa che è stata fatta di quel suo lavoro".

Era conviviale?
"Moltissimo. La zia sapeva cucinare molto bene: gnocchi alla romana, pasta con la ricotta, il ragù bolognese, le creme, la torta margherita. E a Pier Paolo piaceva invitare gli amici, soprattutto quando abitava a Monteverde Vecchio. Ma ricordo un Natale molto festoso anche nella casa dell'Eur con Moravia, Dacia Maraini e Laura Betti. Veniva spesso anche Elsa. C'era Elsa quando dissi a Pier Paolo che mi ero innamorata di Vincenzo: lei reagì con un'allegria amorevole, mentre Pier Paolo ci scrutava divertito ".

C'era in lui un fondo di frivolezza.
"Sì, amava circondarsi di cose belle. Si vestiva anche con grande accuratezza: giubbetti di pelle, giacche con i revers di velluto, calcolate geometrie di righine. Aveva un debole per le scarpe, che portava con qualche centimetro di tacco per essere più alto. Frequentava un bellissimo negozio di piazza di Spagna, Ottantaquattro, mentre per noi comprava abiti raffinati da Ritz Saddler, lì vicino. Le sue cravatte le ho volute conservare".

Mi racconta la notte tra l'uno e il 2 novembre del 1975?
"Ero sveglia quando bussarono due agenti della polizia: cercavano Pier Paolo, mi dissero che avevano trovato la sua auto in via Tiburtina. Aspettai sveglia fino al mattino e poi andai a chiedere notizie dai carabinieri dell'Eur: silenzio totale. Allora da una cabina telefonica chiamai Ninetto, che però farfugliava. Mi misi a urlare, sentivo la sua voce che si sovrapponeva a quella di Patrizia. Alla fine me lo dissero".

E la madre Susanna come reagì?
"Tornai a casa ma non riuscii a darle la notizia. Per lei era la seconda volta, il secondo figlio ammazzato, non avevo la forza per farmene carico. Così glielo disse la Betti, affiancata da un medico. Un incidente, le raccontarono. Ma lei non capì, o forse non volle recepirlo rintanandosi nella demenza senile che aveva dato timidi segnali. La malattia fu la sua salvezza".

Lei crede nella tesi del complotto?
"Mah, tendo a non credere a niente. Sono circolate troppe leggende metropolitane. Non credo al furto delle pizze di Salò come trovo risibile il giallo del capitolo rubato di Petrolio. Non credo che c'entrasse la banda della Magliana come non 
credo all'incidente di percorso nell'ambito delle sue relazioni omosessuali. Per me è rimasto un grande punto interrogativo. Con un'unica certezza: l'assassino non era da solo. E ora non voglio leggere o vedere film sulla sua morte: perché devo farmi del male? ".



La ferita rimasta aperta dell’espulsione dal Pci per “indegnità morale” 

FILIPPO CECCARELLI

Il saggio della storica Anna Tonelli ricostruisce la cacciata dello scrittore dal partito in Friuli e la sua fuga a Roma Ma lui continuò a dichiarare: “Io voto comunista”

«Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947». Giusto quarant’anni orsono, al cinema Jolly di Roma, Pier Paolo Pasolini salì sul palco di una manifestazione pre-elettorale e lì con quella voce da eterno adolescente lesse la sua dichiarazione di voto al Pci: «Voto comunista perché al momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro».

Questo “altro” su cui almeno in quel momento preferiva stendere un velo di oblio, avvenne forse circa due anni dopo quelle memorabili primavere, nell’estate del 1949, ma oggi lo racconta con degno scrupolo documentario la storica Anna Tonelli in questo Per indegnità mora-le , sottotitolo Il caso Pasolini nell’Italia del buon costume (Laterza), in uscita il 5 novembre. Non ancora trentenne, egli fu infatti espulso dal Pci, anche piuttosto frettolosamente: senza potersi discolpare dinanzi agli organi dirigenti del Friuli; e senza che il processo conclusosi con la radiazione per “indegnità morale” lasciasse troppe tracce nei pur ricchi archivi delle federazioni (Udine e Pordenone) cui Pasolini faceva capo; circostanza tale da giustificare l’ipotesi di una possibile “ripulitura”, magari effettuata quando Pasolini era divenuto uno dei più importanti personaggi della cultura italiana.

Al momento dei fatti — avvenuti in un luogo dal poetico nome di Ramuscello — Pasolini insegnava alle scuole medie, ma rivestiva gli incarichi di segretario di sezione, ispettore regionale di un’organizzazione giovanile, e soprattutto era uno dei più promettenti intellettuali del partito. Che forse ignorava, o forse no, come nel vissuto di quel giovane professore l’ardente militanza già conviveva con un’impetuosa omosessualità. Di quell’esito resta solo un trafiletto dell’ Unità . Riletto oggi, spicca per sommaria ristrettezza di vedute, ma anche per l’incapacità di comprendere il senso politico della vicenda e cioè che cosa si nascondeva dietro quello “scandolo” — in tal modo definito nei resoconti dei carabinieri — che a scoppio del tutto ritardato si volle far brillare intorno ai fatti di Ramuscello.

Qui in campagna, durante una sagra di paese (vino, rumba, fisarmonica), il 27enne Pasolini si era portato quattro ragazzetti ( due di 15 e due di 16 anni), tutti un po’ brilli: per fare sesso, come si dice oggi. Erano allora i partiti, entità che si ritenevano non solo in grado, ma pure in diritto di forgiare gli individui, la loro mentalità, il loro stile di vita e i loro comportamenti. In un’Italia nella quale il privato — scrive bene Tonelli — «faceva corpo con la politica».

Sennonché, nell’asprezza della lotta, era proprio l’accusa morale, l’arma privata e personale, quella a suo modo ritenuta risolutiva tanto dai comunisti quanto dalla Dc. Per screditare i reciproci partiti, additandoli come fonti di abiezione, portatori di dissolutezza, mali assoluti.

Per farla breve, diversi ma non troppi giorni dopo la notte brava i ragazzi con cui Pasolini si era divertito litigarono fra loro; qualcosa si venne a sapere in paese; e i dc colsero il destro per vendicarsi del trattamento che i comunisti avevano riservato a uno di loro, omosessuale. E così, pur mancando qualsiasi denuncia, attraverso la classica combinazione di forze di polizia e organi di informazione, fin da allora alla base di qualsiasi manovra di discredito, Pasolini fu fatto per la prima volta carne da macello giudiziario e mediatico; e il partito prese le distanze mollandolo nella trappola.

Alla fine verrà anche assolto, ma troppo tardi: sopraffatto dall’ingiustizia e dalla vergogna, era dovuto scappare con la famiglia a Roma. Comunque non prima di aver scritto ai dirigenti: «Io resto e resterò comunista».

Adesione lacerante, anch’essa a suo modo figlia di quel tempo di terribili passioni. Nel 1960 il Pci lo “recupera” facendolo collaborare in piena libertà a Vie nuove — e anche qui Tonelli ricostruisce, come pure ai tempi de Il Vangelo secondo Matteo , un rapporto nel quale, rispetto allo spessore poetico e perfino profetico del personaggio, quel grande partito appare ora più piccolo, e i suoi orizzonti più poveri, per certi aspetti forse già segnati. Quattro mesi prima di morire, così continua la dichiarazione di voto al Jolly: «La natura ci ha dato la facoltà di ricordare (o sapere) e di dimenticare (o non sapere) ciò che vogliamo. Un’altra volta vi dirò — dirò a voi giovani, soprattutto a quelli di 18 anni — che cosa al momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare o sapere». Non ce ne fu il tempo, ma forse riguardava proprio quell’indegnità morale a cui, con la mitezza di un animo unico, aveva cercato di far fronte scrivendo: «Mi meraviglio della vostra disumanità».


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Il corpo mai sepolto di Pasolini “Quell’intervista con Pasolini era gravida di morte”


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