L’autorizzazione Integrata Ambientale non è l’applicazione asettica di un insieme di tecniche e di relative “prestazioni ambientali” ma piuttosto il risultato di un percorso di analisi volto ad individuare l’assetto impiantistico e produttivo che combina assieme i tre elementi cardine dell’IPPC: controllo combinato delle emissioni aria-acqua-suolo, riferimento a standard tecnologici e gestionali di settore, valutazioni delle condizioni locali.

Attori principali sono fondamentalmente le amministrazioni che avranno il compito di rilasciare le autorizzazioni, i gestori che le richiedono e la comunità locale destinataria indiretta delle scelte delle pubblica amministrazione che dovrà provvedere al contemperamento degli interessi di cui tali attori si fanno portatori all’interno del provvedimento complesso.
Ricorso al TAR Palermo di Cittadini di Isola delle Femmine per annullamento decreto n 693 della Regione Sicilia a favore della Italcementi

Conferenze: 31 Luglio 2007-21 Novembre 2007-31 gennaio 2008-20 febbraio 2008-19 marzo 2008

Cambiamo Aria


Il Piano regionale per la qualità dell'aria presentato dalla regione Sicilia nel 2007 somiglia stranamente a quello del Veneto. Semplice coincidenza?

E' da un pò che in Sicilia non si respira più la stessa aria. Da Palermo a Gela, da Catania a Caltanisetta ci sono segnali di cambiamento che vengono dalla società civile, dai commercianti, dagli industriali che si ribellano contro la mafia e il pizzo. Anche la burocrazia regionale se n'è accorta. Per questo nel "Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell'aria", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, sono state introdotte importanti novità. Ora siamo più europei e lo conferma il rigido clima dell'isola. In più abbiamo un "bacino aerologico padano" e "piste ciclabili lungo gli argini dei fiummi e dei canali" presenti nei centri storici dei comuni siciliani. A leggere il piano in questione si può fare a meno anche dell'autonomia, dato che anche il Parlamento , l'Assemblea Regionale, è diventato un normale Consiglio regionale come quello del Veneto.

Un bel sogno che è stato interrotto da quei materialisti di Legambiente che hanno rilevato come il Piano sia, per usare un eufemismo, troppo simile a quello del Veneto. E dire che porta la firma di ben nove eccellenti autori: dirigenti dell'Assessorato e professori universitari, L'Assessore all'Ambiente Rossana Interlandi, dice che nel caso in cui errori vi siano stati, questi devono essere accertati, e comunque questo non legittima nessuno a parlare di plagio. L'Assessore ha ragione, in primo luogo perchè ispirarsi a un piano esistente conferma la teoria che riciclare conviene. E poi, non è che i piani regionali sono tutelati da diritto d'autore, senno dovrebbero riconoscere anche i diritti Siae ai dirigenti e consulenti che li preparano, Quidi è giusto che nessuno dei responsabili di questo piano cambi aria. In fondo la Regione non è mica il Palermo Calcio, che dopo una partita persa 5 a 0 con la Juve esonera l'allenatore. Bisogna prima accertarsi di non aver perso la partita.

Se intanto il camponato finisce, pazienza.

Gianpiero Caldarella Sdisonorata Società Navarra editore
Piano Regione Sicilia Qualità e Tutella dell'Aria

sabato 11 aprile 2015

RISCHIO NATURALE, TEGOLA SULLA REGIONE

Rischio naturale, tegola sulla Regione


di Rosario Battiato
Annullati 39 decreti per altrettanti lavori di prevenzione idrogeologica: Roma si riprende più di 2 milioni di euro.
Agrigento e Messina le province più penalizzate: ad alto pericolo e senza fondi
per avviare i cantieri

PALERMO – A vederli tutti in fila rendono bene l’idea di dismissione, di abbandono. I 39 decreti di annullamento dei fondi per altrettanti cantieri relativi al contenimento del rischio idrogeologico, presenti sul sito del dipartimento Ambiente, non sono soltanto l’ennesima occasione persa per cominciare a sanare alcuni pezzi della Sicilia nel mirino del rischio naturale, ma anche uno spreco produttivo per i 2,4 milioni di euro complessivi che abbandonano le imprese e i lavoratori isolani per tornare a Roma.


Non abbiamo pescato la carta sbagliata dal mazzo degli imprevisti, perché la notizia era nell’aria da dicembre quando si scatenò una durissima polemica relativa alla perdita dei fondi Pac non spesi (fondi europei e nazionali), che lo Stato si è ripreso con l’ultima legge di stabilità. A piangere sono sette province per interventi di varia natura. Ci sono sistemazione degli attraversamenti stradali e ferroviari, messa in sicurezza degli insediamenti produttivi, autostrade da riparare, passaggi fluviali, torrenti, infrastrutture viarie di vario genere.


A rimetterci è soprattutto Messina, la regina del rischio idraulico. Il piano di gestione del rischio alluvioni della Regione segnala, basandosi sui dati della protezione civile regionale, ben 9mila punti critici che potrebbero essere coinvolti dalle alluvioni. Si tratta dei ‘nodi’, cioè “intersezioni tra viabilità e corsi d’acqua o qualsivoglia situazione per la quale sia temibile una situazione di potenziale rischio relativa all’interferenza tra acque superficiali ed elementi antropici”. Ben 2.285 (29%) si trovano in provincia di Messina per una densità di 0,68 nodi per km2. Seguono Palermo (1495) e Agrigento (944).


Non è un caso che proprio nell’area peloritana, assieme all’agrigentina, si concentrasse la parte più sostanziosa dell’azione. Ben nove interventi per circa 540 mila euro, 60mila ad azione, distribuiti tra la sp per Savoca, comuni di Monforte Sangiorgio e San Pier Niceto, Alcara Li Fusi, Pagliara, Reitano e Santo Stefano di Camastra. Ad Agrigento, invece, record di interventi con ben 14 azioni specifiche per circa 900mila euro. Una somma decisiva per assestare le infrastrutture viarie del territorio e mettere in sicurezza torrenti e fiumi.


L’intervento più cospicuo andato perduto è in provincia di Ragusa. Il dettaglio è contenuto nel decreto dirigenziale firmato da Salvatore Anzà che all’articolo 1 precisa come “nelle more della riprogrammazione dei fondi PAC III Nuove azioni regionali e misure anticicliche viene annullato, in autotutela, il decreto D.D.G n. 1181 del 10/12/2014 di approvazione e finanziamento del ‘Lavori di decespugliatura e pulizia della sede alveare di un tratto di fiume Irminio’”, disimpegnando ben 172mila euro.


Non cambia nulla in una Sicilia specialista nella perdita dei fondi per la mitigazione del rischio idrogeologico. Nell’ultima deliberazione di inizio marzo la Corte dei Conti ha mappato gli interventi nell’Isola, considerando gli accordi di programma quadro del 2010-2011 e la programmazione 1998-2008: appena 218 interventi conclusi a fronte di 439 totali. Numeri che hanno attivato 262 milioni di euro, mentre restano ancora sospesi, tra esecuzione, progettazione o in fase di avvio, 382 milioni di euro.
Articolo pubblicato il 10 aprile 2015


Rischio naturale, tegola sulla Regione - QdS.it



ORA RENZI VUOLE SBARAZZARSI DI CROCETTA. DIMENTICANDO
CHE INSIEME (AL PD) HANNO AFFOSSATO LA SICILIA

Giulio Ambrosetti

Il governo Renzi vorrebbe mandare a casa il presidente della Regione, Crocetta, per non restituire alla Sicilia 2 miliardi di euro. Soldi che a Roma servono per pagare 16 miliardi alla Ue, pena l’aumento dell’Iva. Che dirà il Presidente Mattarella? Lascerà massacrare l’Isola destinata a fare una fine peggiore della Grecia? 


A che punto è la notte della Sicilia? Le voci che si rincorrono, in queste ore, tra Roma e Palermo, raccontano di un governo nazionale che sarebbe pronto a mandare a casa il presidente della Regione, Rosario Crocetta. 

Motivazione ufficiale: il Pd di Matteo Renzi e i suoi seguaci avrebbero preso atto che il governatore dell’Isola non sarebbe più affidabile. Motivazione vera: lo Stato, dopo aver ridotto la Sicilia in mutande, strappandole quasi 5 miliardi di euro negli ultimi due anni, avrebbe scoperto che non può restituire ai siciliani circa 2 miliardi di euro per consentire al Parlamento dell'Isola di approvare il Bilancio 2015. Come abbiamo scritto nell’ultima puntata della nostra rubrica, la profezia del professore Massimo Costa si sta avverando: la Sicilia è tecnicamente fallita. Anche se, rispetto ai calcoli di chi scrive, in queste ultime settimane c’è stata un’accelerazione. Perché questa fretta del Pd renziano di certificare il fallimento della Sicilia? E fino a che punto è percorribile la strada del commissariamento della Regione siciliana?



Oggi, numeri alla mano, proveremo a ragionare non tanto e non soltanto sull’ipotesi di commissariamento della Regione siciliana, ma anche sulle ragioni che starebbero portando il governo Renzi a sbarazzarsi del presidente della Regione, Crocetta. Con molta probabilità, la fretta del governo Renzi nel voler liquidare in tempi stretti il ‘caso’ Sicilia (mandando a casa Crocetta) potrebbe essere legata a due fattori tra di loro strettamente legati: l’esigenza del governo Renzi di trovare a brevissima scadenza 16 miliardi di euro per evitare di aumentare l’Iva di almeno un punto e la crisi della zona euro, se è vero che il rilancio dell'economia, nonostante l’immissione di liquidità operata dalla Bce, non sembra ancora a portata di mano. Soprattutto in Italia, Paese nel quale l’Istat, proprio in queste ore, certifica un aumento costante della disoccupazione, con buona pace della tanto decantata ripresa economica.


due temi, l’abbiamo già accennato, sono interconnessi. Renzi cerca di infondere ottimismo agli italiani, ma le sue parole, per molti versi, ricordano quelle di un celebre personaggio del ‘Candido’ di Voltaire, Pangloss. Al pari di questo personaggio tedesco - un malato di ingiustificato ottimismo che pretendeva, come Leibniz, di vivere “nel migliore dei mondi possibili” - Renzi cerca di far credere agl’italiani che il suo sia il “migliore dei governi possibili”. Ma i fatti, però, gli danno torto. E i già citati 16 miliardi di euro che deve trovare a tamburo battente per evitare un aumento dell’Iva che sarebbe a dir poco rovinoso per l’Italia, sono lì a dimostrare la fallacità dell’ottimismo renziano, che per cadere in contraddizione non ha nemmeno bisogno di un Voltaire che gli confezioni un ‘Candido’ su misura. 


Sarebbe ingiusto, però, ascrivere al solo Renzi le colpe di una crisi economica che ha radici globali e, magari, europee. Da mesi, in Italia, giornali e Tv ci dicono che lo spread tra Italia e Germania è ai minimi storici, che l’economia italiana è in ripresa e che le cose vanno bene (il complesso di Pangloss, personaggio letterario che, non a caso, è tedesco, non ha colpito solo Renzi…).


A questa interpretazione ‘tranquillizzante’ dell’euro-story si accompagna -rintracciabile sulla rete tra economisti, osservatori e giornalisti non esattamente entusiasti della moneta unica europea - una tesi opposta: e cioè che l’economia reale (soprattutto quella italiana) è un disastro, che la crisi rischia di far saltare l’Italia (e quindi la zona euro) e che, proprio per evitare il crollo dell’eurozona, si sta drogando il mercato con l’immissione di liquidità (‘inghiottita’, per lo più, dalle onnivore banche) e si sta abbassando lo spread. Insomma, secondo questa seconda tesi - opposta alla prima - lo spread non sarebbe sceso sotto i 100 punti perché il governo Renzi va bene e sta rilanciando l’Italia ma, al contrario, perché l’Italia di Renzi va male e rischia di trascinare nel baratro l’eurozona.


Noi non siamo in grado di sapere quale delle due tesi sia quella vera. Noi ci limitiamo ad osservare i duri fatti che premono dal basso. Un primo fatto, l’abbiamo già accennato, è che in Italia non c’è ripresa economica. 

Anche la storia dei contratti di lavoro in aumento, propagandata dai seguaci di Renzi, è stata raccontata a metà. Stranamente, i grandi giornali italiani, pieni di ‘economisti’, si sono dimenticati di precisare che gli sgravi fiscali che sarebbero alla base delle nuove assunzioni - che riguardano, per lo più, imprese del Centro Nord Italia - vanno in scena (leggere sono state finanziate) con lo scippo di 5 miliardi di euro di fondi Pac al Mezzogiorno d’Italia. 

Ma tutto ciò che nasce dal male, come insegna il Vangelo, non può produrre bene. 

infatti i 5 miliardi di euro scippati al Sud non hanno innestato alcuna ripresa, perché la caduta verticale dell’economia italiana è più forte di qualunque scippo ai danni del Meridione. 


Il secondo fatto che preme dal basso riguarda la Sicilia. Regione autonoma, per

ricordarlo ai lettori americani. Alla quale, come già ricordato, Roma ha scippato circa 5 miliardi di euro negli ultimi due anni. Siamo già ad aprile ed entro questo mese - o al massimo entro il 30 maggio - il Parlamento siciliano dovrà approvare il Bilancio. Non tanto e non soltanto perché lo prevede la legge (la mancata approvazione del Bilancio si configura come violazione persistente dello Statuto e comporta lo scioglimento del Parlamento siciliano), ma perché dall’1 maggio non ci sono più soldi non per pagare 50 mila soggetti, ma per pagarne più del doppio.


In questa storia del fallimento della Regione siciliana stanno facendo tutto il governo Renzi e il Partito democratico. Anche se la disinformazione che va in

scena in Italia cerca di accreditare un’altra tesi: e cioè che la Sicilia è spendacciona e che sta meritando quello che sta succedendo.


Invece, numeri alla mano, la responsabilità di tutto quello che sta succedendo è del governo nazionale e del Pd. Roma ha strappato al Bilancio della Regione 915

milioni di euro nel 2013. Poi ha scippato, sempre dal Bilancio della Regione siciliana, un altro miliardo e 150 milioni nel 2014. A cui si aggiungono, sempre nel 2014, 200 milioni di euro per i ‘famigerati’ 80 euro al mese per i lavoratori con redditi inferiori a mille e 500 euro mensili. 

Quest’anno il governo Renzi si è già preso un miliardo e 115 milioni di euro. Se li contiamo, siamo già a 3 miliardi e 350 milioni di euro circa. A cui va sommato lo scippo di un miliardo e 200 milioni di euro di fondi Pac, sigla che sta per Piano di
azione e coesione (dei 5 miliardi di fondi Pac rubati al Sud, un miliardo e 200 milioni di euro erano destinati alla Sicilia).


Con questi numeri siamo già a 4 miliardi e mezzo di euro depredati alla Regione

siciliana in due anni. Ai quali vanno aggiunti i 600 milioni di euro all’anno che, al 2009, lo Stato strappa alla Sicilia sul fronte sanitario (altra storia lunga, che vede come protagonista la parlamentare nazionale siciliana, Anna Finocchiaro, storia che racconteremo tra qualche giorno: per ora è sufficiente che i lettori memorizzino che la Sicilia, grazie a questo raggiro sui conti della sanità, perde dal 2009 circa 600 milioni di euro all’anno incamerati dallo Stato). Se consideriamo lo scippo sanitario negli ultimi due anni, dobbiamo aggiungere un miliardo e 200 milioni ai 4 miliardi e mezzo: e arriviamo a uno scippo, ai danni della Sicilia, di circa 5 miliardi e 700 milioni di euro negli ultimi due anni, che noi abbiamo arrotondato a 5 miliardi di euro circa.


Attenzione:

questi numeri non sono una nostra invenzione: al contrario, sono rintracciabili nei Bilanci dello Stato e nei Bilanci della Regione. Basta leggerli, magari con il supporto di qualche tecnico. Resta da chiedersi con che faccia si possa incolpare la Sicilia di essere sciupona: ma questa è una domanda che dovremmo 'girare' ai grandi giornali e alle Tv: e in questo Renzi e Berlusconi si stanno dimostrando maestri del nuovo 'Minculpop' targato Italia 2015.


Andiamo alla Sicilia e al fallimento ormai prossimo. L’assessore all’Economia della Regione siciliana, Alessandro Baccei - inviato in Sicilia proprio dal governo

Renzi - dice che il ‘buco’ del Bilancio della Regione siciliana è pari a 3 miliardi di euro. A nostro avviso non è così, perché i numeri - come abbiamo già illustrato limitandoci a leggere i dati ufficiali dei Bilanci di Stato e Regione - dicono che il ‘buco’ è di oltre 5 miliardi. Ma noi, come dire?, leviamo lite e diamo per buono il ‘buco’ finanziario di 3 miliardi illustrato dall’assessore Baccei.


Dice l’assessore Baccei che, di questi 3 miliardi, 700 milioni di euro e forse qualcosa in più arriveranno dal nuovo Pac. Si tratta di fondi già della Sicilia, che dovrebbero servire per gli investimenti (leggere infrastrutture),

ma che, per l’occasione, verrebbero utilizzati per pagare la spesa corrente (leggere stipendi). Una fregatura che l'Unione europea dorebeb impedire, perché
i fondi per le infrastrutture non possono finire in spesa corrente. 

Ma Bruxelles dov'è?


Dice l’assessore Baccei che altri 2 miliardi di euro e rotti arriveranno dalla restituzione delle imposte abusivamente trattenute dallo Stato (leggere le

ritenute sugli stipendi dei dipendenti pubblici che lavorano in Sicilia che il governo Renzi ha incamerato riscrivendo, unilateralmente, le regole sul sostituto d’imposta) e dalla restituzione dell’Iva. Ma adesso c’è una novità che l’assessore Baccei non ha ancora comunicato: e cioè che il governo Renzi - come abbiamo già accennato all’inizio - deve trovare 16 miliardi di euro pena l’aumento dell’Iva. Dovendo reperire 16 miliardi di euro, ‘ovviamente’, Renzi non restituirà mai alla Sicilia i 2 miliardi che gli ha rubato con manovre illegittime, se non truffaldine, sul sostituto d’imposta e sull’Iva (2 miliardi che si vanno a sommare allo scippo di 5 miliardi e passa di euro operato negli ultimi due anni).

‘Ovviamente’, nonostante la disinformazione che dà una grande mano a Renzi e compagni, bisogna trovare il capro espiatorio sul quale scaricare la responsabilità dell’imminente fallimento della Regione siciliana. E Renzi e il Pd l’hanno già trovato: Rosario Crocetta. Personaggio che ha dimostrato di essere oggettivamente inadeguato a ricoprire il ruolo di presidente della Regione, Crocetta si presta benissimo per svolgere il ruolo di responsabile del disastro finanziario (e in parte lo è davvero).

Insomma, dopo aver spremuto a dovere Crocetta, o meglio, dopo aver utilizzato Crocetta per depredare i siciliani, Renzi si appresterebbe a sbarazzarsi di Crocetta.
Del resto, se la Sicilia, ai tempi di Cicerone e Verre, era il granaio di Roma, perché, oggi, non dovrebbe essere il bancomat del governo Renzi? A questo punto, per completezza d’informazione, dobbiamo illustrare ai nostri lettori - soprattutto ai lettori americani - come Renzi ha utilizzato Crocetta per spremere i siciliani. La storia, in parte, l’abbiamo già raccontata. Ora la riprendiamo con qualche particolare in più.  

Lo scorso anno la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza storica sulla
territorializzazione delle imposte che dà ragione alla Sicilia. In base a
questa sentenza, lo Stato dovrebbe versare alla Regione siciliana circa 10
miliardi di euro all’anno che fino ad oggi ha trattenuto. Contestualmente, la
Regione siciliana dovrebbe pagare ciò che ancora oggi lo Stato paga alla
Sicilia: 2,2 miliardi all’anno per la sanità e i docenti di Licei, scuole
superiori e università, più qualche altra cosa ancora. Nel dare e avere la
Regione siciliana ci guadagnerebbe poco meno di 2 miliardi all’anno.

Che ha fatto Renzi davanti a questa sentenza? Ha chiamato Crocetta a Roma e gli ha proposto un “accordo sciagurato” (la definizione è del leader storico della
sinistra siciliana, Franco Piro, ex assessore regionale al Bilancio, grande
conoscitore della situazione finanziaria della Regione) in base al quale la
Sicilia rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi
finanziari con lo Stato, a cominciare proprio dalla storica sentenza della
Corte Costituzionale dello scorso anno. Crocetta, senza nemmeno consultare il
Parlamento siciliano, ha firmato tale accordo. E ha inguaiato la Sicilia, che
oggi, senza tale accordo folle (o sciagurato) non si troverebbe nelle
condizioni in cui si trova.

Ma Crocetta ha firmato tale accordo perché gliel’ha proposto Renzi. Ed è molto
singolare che oggi, lo stesso Renzi, voglia oggi mandare a casa il presidente
della Regione siciliana addossandogli la responsabilità del fallimento della
Sicilia che, invece, è opera del suo governo. Ma tant’è.

Come finirà questa storia? Non è facile dirlo. Perché nonostante Renzi, nonostante Berlusconi (ricordiamo che in Sicilia il Pd renziano e gli uomini di Berlusconi sono alleati: valga per tutti il ‘caso’ Agrigento, dove l’alleanza tra questi due partiti è ancora in piedi nonostante i ‘bordelli’ esplosi dopo le
primarie-farsa del centrosinistra per individuare il candidato a sindaco della
Città dei Templi), nonostante tutta la disinformazione sulla Sicilia alcune
cose non potranno essere nascoste. Crocetta, ad esempio, non ci sembra il tipo
che si farà mandare a casa in silenzio. E’ probabile che proverà a difendersi.
Per esempio, minacciando di sputtanare Renzi, rendendo magari noti i retroscena dell’accordo “sciagurato”.

Non solo. Oltre allo sputtanamento di Renzi e del Pd, Crocetta potrebbe impugnare l’eventuale commissariamento della Sicilia, magari davanti la Corte
Costituzionale. Motivandolo col fatto che la persistente violazione dello
Statuto - cioè l’eventuale mancata approvazione del Bilancio regionale 2015 -
sarebbe stata provocata da Roma e non dal suo governo. Tra l’altro, secondo lo
Statuto siciliano, il commissariamento della Sicilia deve passare da un voto
dei due rami del Parlamento nazionale (Camera e Senato) riunite in seduta
plenaria con la nomina di ben tre commissari.

Di più: per la Sicilia non si tratterebbe di un commissariamento, ma di una
sospensione della democrazia. Perché Renzi e il Pd, dopo aver fatto fallire la
Sicilia, potrebbero andare a nuove elezioni regionali solo truccando le
elezioni. Perché il vero dato politico di questa storia è che Renzi, il Pd e
Crocetta, in due anni, hanno rubato alla Sicilia circa 7 miliardi di euro
portandola sul lastrico. Chi è che, nell’Isola, voterebbe per questi ‘predoni’?

Di più. In Sicilia c’è un forte Movimento 5 Stelle che, per sua fortuna, non è
stato molto penalizzato dagli errori di Beppe Grillo. Sta, poi, rinascendo una
sinistra alternativa al Pd. E, soprattutto, sta prendendo piede non il partito
dei sindaci, ma un grande movimento civico imperniato sui sindaci. Non è un
caso che il candidato a sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, sul quale né il
Pd, né Forza Italia è riuscito a mettere il 'cappello', si richiama proprio ai
movimenti civici. Nessuno, in Sicilia, vuole più andare con il Pd e con Forza
Italia. 

Ancora. Se si dovesse sciogliere anticipatamente il Parlamento siciliano il Pd dovrebbe fare i conti con un’eventuale candidatura alla guida dell’Isola da parte di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo e presidente dell’Anci Sicilia,
l’Associazione nazionale dei comuni italiani. Un personaggio, Orlando, che il
Pd vede come il fumo negli occhi. Un uomo che, una volta eletto alla presidenza
della Regione, metterebbe subito in fuori gioco il Partito democratico.

Dunque, se il Pd di Renzi, come sembra, dovesse sbarazzarsi di Crocetta, dovrebbe bloccare le elezioni regionali, cioè sospendere la democrazia per almeno un anno, forse per due anni, per cercare di recuperare consenso. Ma si troverebbe di fronte la rabbia dei siciliani e, soprattutto, il presidente della
Repubblica, Sergio Mattarella, che per sfortuna di Renzi è siciliano ed è,
soprattutto, una persona corretta. E anche un giurista che conosce molto bene
sia il diritto parlamentare (materia che ha insegnato all’Università di
Palermo), sia lo Statuto siciliano.

siciliani, infine. E qui Renzi e il Pd rischiano di impantanarsi. I 2 miliardi
di euro che il governo Renzi - come già ricordato - non vuole più dare alla
Sicilia provocherebbero un terremoto sociale oltre che finanziario. La
questione, lo ribadiamo, non tocca solo 50 mila persone. Se facciamo due conti,
possiamo affermare che il bilancio di ‘cassa’ della Regione, sulla carta, è di
circa 18 miliardi all’anno. Parliamo, lo ripetiamo, della ‘cassa’, cioè dei
soldi che la Regione immette ogni anno nel sistema-Sicilia.

Ebbene, di questi 18 miliardi, 9 miliardi volano via per la spesa corrente regionale (per lo più stipendi) e altri 9 miliardi dovrebbero andarsene per la sanità.
Nel caso della sanità usiamo il condizionale perché, da qualche anno a questa
parte, la Regione ha utilizzato una parte di questi 9 miliardi per pagare altre
spese. A nostro modesto avviso, già dai conti della sanità siciliana manca
all’appello più di un miliardo di euro. E questo nonostante gli incredibili
tagli ai servizi sanitari della Sicilia operati dal 2009 ad oggi. Ciò significa
che, già da quest’anno, ci potranno essere serissimi problemi di gestione
finanziaria delle Aziende sanitarie e delle Aziende ospedaliere
dell'Isola e altri problemi legati a un’ulteriore riduzione dei servizi
sanitari (in tutto questo si debbono erogare i 94 milioni di euro all’Ismett di
Pittsburg: una clientela siculo-massonica-americana che la Sicilia non si può
più permettere, ma che somiglia tanto a qualcosa alla quale non si può dire di
no...).

Che cosa vogliamo dire? Semplice: che i due miliardi che il governo Renzi non vuole più restituire alla Sicilia non potranno essere presi da una sanità siciliana
già dissanguata. Bisognerà incidere sulla spesa corrente ‘altra’. Cioè sugli
stipendi di precari, forestali, dipendenti pubblici. Qui, lo ribadiamo, siamo
ben oltre 50 mila persone. Per consentire a Renzi di non restituire questi 2
miliardi si profila una macelleria sociale senza precedenti. E non è detto che
le campagne di disinformazione riusciranno a nascondere la verità. E la verità
è che il governo Crocetta - o i commissari che prenderanno il suo posto -
dovranno tagliere soldi ai pensionati, licenziare migliaia di persone (e non
solo non pagarle!) e ridurre gli stipendi a migliaia di dipendenti pubblici,
prorpio come hanno fatto in Grecia. Nessuno dice che la situazione che il
governo Renzi, il Pd e Crocetta hanno creato in Sicilia è più grave di quella greca. Chissà perché.     

LA PROFEZIA DI MASSIMO COSTA SI AVVERA: SICILIA CON IL

‘BUCO’ DI 3,2 MILIARDI VERSO IL FALLIMENTO

Giulio Ambrosetti

Nessuno lo dice, ma il fallimento della Sicilia è nei fatti. Lo certificano con 3,2 miliardi di ‘buco’ il presidente Crocetta e l’assessore Baccei. Che, però, litigano su come fare ‘inghiottire’ ai siciliani un fallimento controllato. La verità è che nei
prossimi anni aumenterà la povertà

Ricordate la profezia del professore Massimo Costa? Sul nostro giornale, un paio di mesi fa ha scritto che la Sicilia sarebbe fallita.
In Italia, ovviamente, nessuno gli ha creduto. Perché nel Belpaese, si sa, le cose estreme non si verificano mai. C’è sempre il tempo e il mezzo per trovare soluzioni intermedie. Le mediazioni, come si chiamano in politica. Ma la politica c’è ancora in Italia? E c’è ancora in Sicilia? Domanda legittima a giudicare da quello che succede in questi giorni nella sempre più scombiccherata politica siciliana. Che, a fine marzo, si ritrova ancora senza il bilancio 2015. E con ben due proposte di manovra economica: una presentata dall’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, e l’altra presentata dal presidente della Regione, Rosario Crocetta. Due manovre economiche e finanziarie diverse, o meglio contrapposte, per una sola Regione.  

Dovendo raccontare ai lettori americani quello che succede nella politica siciliana ci serviamo di una semplificazione. In Sicilia c’è ormai uno scontro tutto interno al governo regionale. E’ come se il governatore di uno Stato americano si trovasse contro gli uomini e le donne che si è messo accanto per governare. Con una piccola ma sostanziale differenza: che mentre negli Stati americani i governatori si scelgono liberamente i propri collaboratori, in Sicilia il presidente della Regione, il già citato Crocetta, ha avuto imposto l’assessore all’Economia, il già citato Baccei, dal governo Renzi.

I due, a quanto pare, non la pensano alla stessa maniera. Baccei ha presentato al Parlamento siciliano una manovra tutto sommato leggera: vorrebbe mettere un po’ a ‘dieta’ alcune categorie sociali, tagliando 150 milioni di euro. Così ha messo giù un disegno di legge da 20 articoli. Il presidente della Regione, Crocetta, per tutta risposta, ha presentato, sempre al Parlamento siciliano, una manovra di ben 80 articoli e oltre. Con un obiettivo politico e parlamentare che sembra piuttosto chiaro: far scorrere altro tempo.

Così il Parlamento siciliano si ritrova con due manovre. Per quello che abbiamo capito, il Parlamento dell’Isola ha preso in esame il testo del presidente della Regione. Nel quale, però, manca la firma dell’assessore Baccei. Anomalia, questa, che è stata subito fatta notare dal presidente del Parlamento siciliano, Giovanni Ardizzone.

Come i lettori possono notare, nella politica siciliana la confusione politica, parlamentare e istituzionale, in queste ore, è tanta. Siamo davanti a una guerra di posizione tutta interna al governo della Regione. Tornano alla mente le già citate parole scritte un paio di mesi fa dal professore Costa sul possibile fallimento della Sicilia. Eh già, perché anche se in Sicilia e in Italia nessuno lo scrive, il fallimento della Sicilia è ormai dietro l’angolo. Non lo diciamo noi: lo dicono i numeri.

Perché in queste ore, per ammissione dello stesso governo siciliano, è emerso un dato sul quale Crocetta e Baccei, in disaccordo su tutto, per l’occasione concordano: il ‘buco’ di finanziario della Regione, che ammonta a 3,2 miliardi di euro. Intanto va precisato che si tratta di un ‘buco’ finanziario di ‘cassa’ e non di competenza. Insomma, su una spesa annuale che, fino a qualche anno fa, si attestava intorno ai 10 miliardi di euro (già allora, in verità, se ne spendevano un po’ meno perché la ‘cassa’ era già in sofferenza), mancano all’appello oltre 3 miliardi di euro.

Ribadiamo a scanso di equivoci: il dato l’ha fornito lo stesso governo siciliano. Ed è la prima volta - elemento, questo, che è stato poco osservato e poco commentato in Sicilia e in Italia - che si ammette ufficialmente la presenza di un ‘buco’ finanziario di tali dimensioni nei conti della Regione siciliana. Perché fino a poche settimane fa il ‘buco’ veniva quantificato in un miliardo-un miliardo e
mezzo di euro. Oggi, invece, i governanti siciliani cominciano ad ammettere la verità.

Il dato, forse, non è ancora quello reale. Forse il dato reale l’ha fornito un paio di mesi addietro l’ex assessore regionale, Franco Piro, figura storica della sinistra siciliana. Piro, assessore al Bilancio alla fine degli anni ’90 del secolo passato, è stato uno dei pochi politici a capire, già da allora, dove sarebbe andata a parare la Regione siciliana se non fossero intervenuti correttivi. Ed è stato storicamente il primo ad occuparsi non soltanto della spesa, ma anche delle entrate. Cioè di come fare aumentare le entrate finanziarie della Regione, massacrate da cattivi e corrotti amministratori pubblici siciliani e da uno Stato centrale rapace. Ma Piro è durato poco. Dopo di lui sono arrivati i governi regionali di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo. E adesso c’è il governo Crocetta.

Ebbene, qualche mese fa, osservando i conti della Regione, Piro ha detto che il ‘buco’ finanziario della Sicilia sfiorava i 5 miliardi di euro e forse più. Oggi Crocetta e Baccei, gioco forza, hanno dovuto ammettere che il ‘buco’ della Regione ammonta a circa 3,2 miliardi di euro.

Un’ammissione pesante. Anche se non completamente veritiera, stando all’analisi fatta da Piro, che la finanza regionale la conosce bene. A questo punto le questioni sono due: capire da che cosa è stato provocato questo ‘buco’ e che cosa fare per porvi rimedio. I due punti sono strettamente interconnessi, perché è eliminando le ragioni che provocano il ‘buco’ finanziario che si può procedere
al risanamento. E qui iniziano le reticenze. Perché né Crocetta, né Baccei raccontano la verità sul perché si è formato questo ‘buco’ finanziario.

A dir la verità, per essere precisi, Baccei una mezza verità l’ha detta. Lo scorso dicembre, infatti, c’era stato il tentativo di scaricare sulla sanità siciliana la responsabilità del ‘buco’ finanziario. Ma l’assessore Baccei, molto correttamente, ha detto che la sanità siciliana è sana e che non c’entra nulla
con la crisi finanziaria della Regione. Sono altre le ragioni che hanno portato la Sicilia sull’orlo della bancarotta finanziaria.

Forse per capire il perché la Regione siciliana autonoma è sull’orlo della bancarotta - del fallimento, per tornare alla profezia del professore Costa - bisogna andare sulla rete e cercare gli interventi di alcuni parlamentari nazionali del Movimento 5 Stelle. I quali, senza mezzi termini, ricordano che l’Italia, ogni anno, per restare nell’Unione europea, deve pagare circa 50 miliardi di euro di Fiscal compact. E questo, aggiungono i grillini, non è più sostenibile.

Il Fiscal compact è un trattato internazionale demenziale voluto dall’Unione europea che, detto in soldoni, dovrebbe ridurre del 50 per cento, in 20 anni, il debito pubblico italiano, che oggi sfiora i 2 mila e 200 miliardi di euro. Il Fiscal compact è stato firmato dal governo di Mario Monti quando il debito pubblico italiano si attestava intorno al mille miliardi e 900 milioni di euro. A distanza di tre anni l’Italia paga il Fiscal compact, ma il debito pubblico è aumentato lo stesso di circa 300 milioni di euro. Sono i misteri della Troika: Unione europea, Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca centrale europea (Bce).

Il Fiscal compact non è più sostenibile, dicono i grillini. E la Sicilia ne sa qualcosa. Se è vero che per “risanare la finanza nazionale” Roma ha tolto dal Bilancio della Regione 915 milioni di euro nel 2013, un miliardo e 150 milioni di euro e un miliardo e 115 milioni di euro quest’anno (più altri 200 milioni di euro nel 2014 per pagare i ‘famigerati’ 80 euro al mese). Ma di questi “accantonamenti” - così si chiamano tecnicamente tali prelievi effettuati dallo Stato dai Bilanci 2013, 2014 e 2015 della Regione siciliana - non parlano né Crocetta, né Baccei. Perché? Per pudore. Perché l’ordine è quello di non far sapere agli italiani quanto costa ogni anno la permanenza dell’Italia nell’Unione europea dell’euro. Ordini del Pd, partito ‘europeista’ per antonomasia. Ma se in Sicilia facciamo quattro conti, possiamo affermare che i soli “accantonamenti” dello Stato sfiorano i 3 miliardi e 400 milioni di euro.
E siccome il ‘buco’ finanziario della Regione è stato quantificato in 3 miliardi e 200 milioni, beh, siamo lì, centinaio di milioni in più, centinaio di milioni in meno. In realtà, come ha detto Piro, il ‘buco’ è maggiore: dovrebbe superare i 5 miliardi di euro e forse più.

Sui giornali siciliani leggiamo che il governo Renzi sarebbe disposto ad aiutare la
Sicilia a fronteggiare il ‘buco’ provocato non dalle spese eccessive della
Regione - che non ci sono più ormai da tempo - ma dagli “accantonamenti”
 dello Stato. Su questo punto leggiamo un sacco di inesattezze. Abbiamo
addirittura letto che lo Stato restituirebbe alla Regione 2 miliardi di euro,
ma solo se la stessa Regione eliminerà gli sprechi. Questa, sotto il profilo
tecnico, è una menzogna. Perché lo Stato, cioè il governo Renzi, comunque
andranno le cose, non restituirà nulla alla Sicilia. Tanto meno 2 miliardi di
euro!

Il governo Renzi, sempre che il governo regionale accetti ulteriori sacrifici,
autorizzerebbe la Regione siciliana ad utilizzare una parte di soldi che sono
già della Regione siciliana. Si tratta del Fondo di sviluppo e coesione, cioè
gli ex Fas, Fondi per le aree sottoutilizzate. Sono i fondi nazionali che lo
Stato destina alle Regioni del Sud per le infrastrutture. Ebbene, la Sicilia,
invece di utilizzare questi fondi per provare a ridurre il divario
infrastrutturale con il resto del Paese, li utilizzerebbe per la spesa
corrente, cioè per pagare gli stipendi. E’ una follia, ma è questa la proposta
del governo Renzi.

Come si può notare, il governo nazionale ha scippato alla Sicilia 3 miliardi e 400
milioni di euro negli ultimi due anni, ma non ha alcuna intenzione di
restituirne nemmeno una parte. Darebbe alla Sicilia la possibilità di
utilizzare, per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, 700, forse 800,
forse un miliardo di euro da prelevare dal Fondo di sviluppo e coesione. Si
tratta di un’ennesima truffa ai danni della Sicilia, che invece di realizzare
infrastrutture (e quindi investimenti e nuova occupazione), utilizzerebbe il
miliardo circa (e forse meno) per pagare stipendi!

E

gli altri 2 miliardi e 200 milioni di ‘buco’ come verrebbero coperti? La
manovra dell’assessore Baccei è arzigogolata. Noi la sintetizziamo così: Roma
concederebbe altre autorizzazioni alla Regione per ‘spalmare’ questi 2,2
miliardi di euro di ‘buco’ sulle spalle degli ignari siciliani, ai quali la
verità dei conti verrebbe nascosta. Si sta verificando, in pratica, quello che
il professore Costa ha profetizzato: il fallimento della Sicilia. Ma non un
fallimento eclatante, alla Michele Sindona, ma un fallimento controllato.
L’obiettivo dell’assessore Baccei e del Governo Renzi che l’ha nominato è
quello di abituare piano piano 5 milioni di siciliani ad abbassare il tenore di
vita, ad andare meno in vacanza, a mangiare meno pesce, ad acquistare meno
vestiti e, soprattutto, a pagare altre tasse. Del resto, chi se non gli
abitanti della Sicilia pagherà i 2,2 miliardi di euro ‘spalmati’
silenziosamente sui conti regionali per i prossimi anni? Somma, detto per
inciso, che andrà ad aggiungersi agli 8 miliardi circa di indebitamento
finanziario della Regione. Insomma, con Baccei, Renzi e il Pd la Sicilia
si accinge a diventare sempre più povera, sempre più povera, sempre più povera…
Di fatto, è il fallimento di cui parlava Massimo Costa, ma tenuto nascosto e
somministrato ai siciliani in dosi omeopatiche (o quasi…).

Ovviamente,

non ci dicono che è l’Europa lo vuole, perché altrimenti i siciliani
comincerebbero a imprecare sull’Unione europea. L’importante è tenere
nascosto tutto. Anzi è già tanto che abbiano ammesso l’indebitamento di 3,2
miliardi di euro.

Bisogna

capire, adesso, cosa intende l’assessore Baccei quando parla di ulteriori
sacrifici per i siciliani. L’assessore, che come abbiamo detto nasconde un
sacco di cose ai siciliani, su una cosa ha ragione da vendere: sugli attuali
sprechi che ancora esistono in alcune fasce di dipendenti pubblici della
Sicilia. Il discorso dell’assessore Baccei, lo ribadiamo, ha una propria ragion
d’essere: siccome la Sicilia, nei prossimi anni, sarà sempre più povera (questo
non lo dice, ma è così), è bene che chi ancora oggi guadagna soldi a ‘sbafo’
venga messo a dieta. In effetti, negli uffici della Regione siciliana ci sono
mille e 800 dirigenti. Troppi. E quasi tutti diventati tali senza concorso, ma
con selezioni e leggi molto discutibili. L’assessore vuole tagliare almeno la
metà di queste postazioni dirigenziali. E ridurre gli stipendi. Visto che con
l’Unione europea del Fiscal compact siamo destinati a diventare tutti più
poveri, il suo discorso non fa una grinza.

L’assessore

vorrebbe eliminare alcune spese non nell’agricoltura, ma tra chi dice di
lavorare per l’agricoltura. La distinzione è importante, perché l’agricoltura
siciliana è un disastro e gli enti che dovrebbero sostenerla, in realtà, tranne
rarissimi casi, non l’hanno sostenuta affatto. E, credeteci, parliamo con
cognizione di causa. L’assessore vorrebbe ridurre anche le spese per gli operai
della Forestale: e lì non siamo troppo d’accordo, perché parliamo di gente da
mille euro al mese circa che non ha più, a differenza di quanto avveniva negli
anni passati, un secondo lavoro, perché l’economia siciliana è ormai un
colabrodo. L’assessore vorrebbe poi eliminare gli enti in via amministrativa,
cioè con una legge regionale che dovrebbe aiutarlo ad aggirare le leggi che hanno
istituito tali enti. Un imbroglio legislativo, insomma. Poi vorrebbe istituire
una centrale unica degli acquisti per eliminare, alla fonte, le tangenti sulle
forniture (nella sola sanità si risparmierebbero un sacco di soldi, ma i
massoni che controllano la sanità pubblica siciliana sono in rivolta). E poi
vorrebbe abolire quasi tutte le società regionali lasciando in piedi solo
Riscossione Sicilia (la società che riscuote i tributi nell’Isola) e Sicilia e
Servizi. Il dubbio è che sui settori dove oggi operano le società regionali
(per esempio Sviluppo Italia Sicilia, società che promuove le nuove imprese)
siano in corso operazioni truffaldine in salsa romana. Così come operazioni
truffaldine sono in corso sulle royalties petrolifere. Di queste cose Crocetta
e Baccei non parlano.

Come

finirà? Secondo noi Crocetta e Baccei, alla fine, si metteranno d’accordo. Alla
fine i tagli proposti da Baccei non sono tutti sbagliati. La follia è il Fiscal
compact, come giustamente fanno notare nel silenzio generale i grillini. Ma
questo nessuno lo contesta (a parte i grillini, ovviamente). Noi non crediamo
che Baccei cederà. Certo, l’assessore ha contro tutto il Parlamento siciliano. Ma
siccome i tagli che propone sono in parte giusti - soprattutto alla luce di una
Sicilia destinata a diventare sempre più povera - alla fine la sua linea
dovrebbe passere. Anche perché, sennò, il fallimento controllato della Sicilia
proposto da Baccei e Renzi si potrebbe trasformare in un fallimento con il
‘botto’, cioè con il commissariamento della Regione siciliana. E dubitiamo che
i parlamentari siciliani sarebbero disposti a perdere due anni e mezzo di
indennità parlamentare.


LA PROFEZIA DI MASSIMO

COSTA SI AVVERA: SICILIA CON IL ‘BUCO’ DI 3,2 MILIARDI VERSO IL
FALLIMENTO,CROCETTA,LUMIA,FARAONE,MONTANTE,CATANZARO
LA PROFEZIA: LA SICILIA FALLIRÀ TRA POCHI MESI, CI
SARÀ LA CATASTROFE SOCIALE

Giulio Ambrosetti

Massimo Costa,
economista dell'Università di Palermo, accusa: "E' stato l'anti-siciliano
Matteo Renzi a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi
nazionali, l'esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia...
Prepariamoci al collasso dei servizi pubblici, ai senza reddito, ai
disordini e all'insicurezza. Con Renzi bisognerà ringraziare anche
il presidente della Regione, Rosario Crocetta!" 



Massimo

Costa è un economista. Insegna all’Università di Palermo. E’ anche un
appassionato autonomista. Uno che difende l’Autonomia siciliana. Come i lettori
americani sanno, la Sicilia è una delle cinque Regioni autonome dell’Italia.
Ebbene, in questa intervista il professore Massimo Costa lancia una profezia:
il fallimento della Sicilia e la fine dell’Autonomia siciliana. Con il
licenziamento di migliaia e migliaia di persone, disordini sociali. Insomma, il
caos sociale. E non lo prevede tra dieci o cinque anni, ma già a partire da
quest’anno o, al massimo, entro il prossimo anno.   

“La

realtà – dice - non è quella che sembra. Attenzione a quello che sta accadendo
in questi giorni e in questi mesi in Sicilia. Vi proponiamo una nostra ricostruzione,
tutt'altro che rassicurante. Fra pochi mesi vedremo se abbiamo ‘azzeccato’
(speriamo, davvero, di sbagliarci)”.

Secondo

il docente universitario, la recente abolizione del Commissario dello Stato per
la Sicilia da parte della Corte Costituzionale non è una vittoria
dell’Autonomia. L’Ufficio del Commissario dello Stato si pronunciava sulla
costituzionalità delle leggi approvate dal Parlamento siciliano. Se le
giudicava incostituzionali le impugnava davanti la Corte Costituzionale, che
veniva chiamata a pronunciarsi sulla legge approvata dal Parlamento
dell’Isola. 

Qualche

mese fa la stessa Corte Costituzionale, con una scusa un po’ ridicola (in
pratica sulla base di una vicenda che risale alla fine degli anni ’50 del
secolo passato!) ha deciso di abolire l’Ufficio del Commissario dello Stato. Il
protagonista di questa strana abolizione è Stato Sergio Mattarella, siciliano,
già Ministro della Repubblica (in Italia un terzo dei giudici costituzionali
sono lottizzati dalla politica: uno dei pochi errori commessi dai Padri della
Costituzionale del 1948).    

Il

professore Costa si sofferma, poi, sul Bilancio provvisorio approvato qualche
giorno fa dal Parlamento siciliano. Per rendere chiaro il concetto ai lettori
americani, vi diciamo subito che il Governo nazionale, negli ultimi due anni e
un mese ha tolto alla Regione siciliana (che, come spesso scriviamo, è
Autonoma, un po’ come uno Stato Usa) 5 miliardi di euro. La Regione aveva già
un ‘buco’ di 2 miliardi di euro per la metà coperto con un mutuo. In pratica,
il ‘buco’ totale nel Bilancio di cassa della Regione siciliana ‘viaggia’ tra 5
e 7 miliardi di euro!

Di

questa storia abbiamo già parlato. E abbiamo già scritto anche della
preoccupazione degli americani per il trattamento che il Governo Renzi - molto
influenzato dalla Germania della signora Merkel - sta riservando alla Sicilia.
Ed è anche logico: i militari americani hanno grandi interessi geopolitici in
Sicilia, dalla base di Sigonella al Muos di Niscemi. E non dovrebbero essere
felici di vedere una Sicilia preda di grandi disordini sociali provocati, di
fatto, dal Governo nazionale. 

Con

un buco finanziario di cassa che varia da 5 a 7 miliardi di euro la Regione
siciliana non può approvare un Bilancio normale. Così ha approvato un Bilancio
provvisorio per i primi quattro mesi dell’anno. In attesa di approvare il
Bilancio ordinario ad aprile. 

Tutto

questo sta avvenendo ben sapendo che, per quasi tutte le categorie sociali
della Sicilia, ci sono i soldi solo per i primi quattro mesi. Poi nessuno sa
quello che succederà. Da qui la profezia a breve termine dell’economista
Massimo Costa. 

L’economista

cita l’assessore che è stato imposto alla Sicilia da Roma: Alessandro Baccei,
un tipo sveglio, che ha preso il timone della Regione, esautorando, di fatto,
un presidente - Rosario Crocetta - che in questa fase sembra più confuso che
persuaso. E’ stato Baccei a volere questo Bilancio provvisorio (la dizione
giuridica è esercizio provvisorio) con i soldi contati per i primi quattro
mesi. Dice il professore Costa: “Risveglio della Sicilia con Baccei che imputa
a bilancio entrate in pre-contenzioso? Ma quando mai! E' tutta una messa in
scena. L'obiettivo reale è la soluzione finale per la Sicilia. Abbiate la
pazienza di seguirmi e di mettere insieme i seguenti elementi”.

L’assessore

Baccei ha fatto inserire nel Bilancio provvisorio delle entrate fittizie. Si
tratta di un miliardo e 700 milioni di euro più un miliardo e 112 milioni euro
che la Regione potrà utilizzare solo se lo Stato assegnerà questi soldi alla
Sicilia. Come si può notare, un gioco strano, quello ‘pilotato’ dal Governo
Renzi con il sottosegretario Graziano Delrio: in due anni e 1 un mese (il mese
di gennaio di quest’anno), Roma ha tolto alla Regione siciliana 5 miliardi di
euro circa. Ora l’assessore Baccei - piazzato in Sicilia da Renzi e Delrio -
dice che, forse, il Governo nazionale restituirà alla stessa Sicilia 2 miliardi
e 800 milioni circa dei soldi che gli ha scippato. Questi soldi che lo Stato
forse restituirà alla Sicilia si chiamano “accantonamenti negativi”.  

Il

professore Costa mette insieme questa storia strana degli “accantonamenti
negativi” con una mossa un po’ assurda operata la scorsa estate dal presidente
della Regione, Rosario Crocetta. Quest’ultimo, senza dire niente a nessuno -
non ha avvertito gli assessori del suo Governo e non ha avvertito il Parlamento
siciliano - ha imposto alla Sicilia la rinuncia, per quattro anni, agli effetti
positivi del contenzioso tra Stato e Regione siciliana. In particolare, il
presidente Crocetta ha stabilito che la Regione da lui presieduta non metterà
in atto, per i prossimi quattro anni, una sentenza della Corte Costituzionale -
guarda caso dello scorso anno - che dà ragione alla Sicilia sulla questione
della territorialità delle imposte. 

Semplificando,

grazie a questa sentenza la Regione siciliana avrebbe potuto incassare già a
partire da quest’anno circa 10 miliardi di euro, accollandosi, contestualmente,
alcune competenze residue che ancora gestisce lo Stato. Nel complesso, avrebbe
guadagnato 2 miliardi di euro e forse più, risolvendo, con una semplice
operazione finanziaria i problemi di Bilancio (con 2 miliardi di euro di
entrate in più all’anno in tre-quattro anni avrebbe azzerato il deficit di
cassa di 5-7 miliardi: ma Crocetta ha ritardato di quattro anni l’applicazione
di tale sentenza!).  

“Crocetta

- dice Costa - rinuncia misteriosamente ai proventi di tutti i contenziosi
vinti e a vincersi dalla Sicilia nei confronti dello Stato per i prossimi
quattro anni. Tutto questo nel momento più difficile per i conti pubblici in
Sicilia. Il sottosegretario Delrio supera la fase di commissariamento soft
della Sicilia che va avanti dal 2012 e nomina direttamente un proprio uomo,
Baccei, ad assessore all'Economia, con l'esautoramento sostanziale e definitivo
del Presidente della Regione eletto al quale resta solo la competenza di andare
da Giletti e parlare di antimafia…” (questo è ovviamente un passaggio ironico
che riguarda Crocetta, che va spesso a chiacchierare nella trasmissione
televisiva dove chi grida più forte ha ragione…).

A

questo punto il professore Costa parla di Riscossione Sicilia, la società
regionale per la riscossione dei tributi che è stata fatta quasi fallire dalla
stessa Regione. “Dopo averlo sapientemente pilotato da sempre - dice
l’economista - giunge finalmente il dissesto di Riscossione Sicilia: il
consiglio di amministrazione di questa società regionale si è dimesso in
blocco. Riscossione Sicilia è oggi già virtualmente chiusa ed assorbita da
Equitalia, togliendo alla Regione l'ultimo polmone di finanza autonoma,
l'ultimo residuo del secondo comma dell'art. 37 dello Statuto in qualche modo
applicato”.  

“Il

decreto-Irpef  - prosegue Costa - dà il colpo di grazia alle finanze
siciliane, dirottando sui versamenti telematici, e quindi allo Stato, il 90 %
delle entrate naturali della Regione, dopo un lungo e lento stritolamento,
iniziato nel 2012, che qui non mette conto neanche richiamare.

Prima

conseguenza, ovvia: il Bilancio regionale 2015 non si può nemmeno abbozzare. Lo
strangolamento finanziario è ormai totale. Ma l'obiettivo vero dello
Stato- nemico, quello non dichiarato, non è questo. C'è dell'altro”.

Siamo

arrivati ai giorni nostri. Fatti di qualche giorno fa. Dice ancora il
professore Costa: “Viene nominato a Presidente della bicamerale per le Regioni
un noto siciliano collaborazionista (come fecero con Enrico La Loggia ai tempi
del federalismo fiscale presunto), Giampiero D'Alia, la cui primissima
dichiarazione è quella secondo cui le autonomie speciali, specialmente ‘alcune’,
vanno superate.

L'assessore-Presidente

ombra, infine - il riferimento è a Baccei - vara una legge monstruum di
esercizio provvisorio, approfittando della provvida eliminazione per tempo del
Commissario dello Stato e quindi potendola fare andare comunque in Gazzetta
ufficiale ed essere efficace”. 

“Cosa

c'è di mostruoso in questa legge? - si chiede Massimo Costa a proposito del
Bilancio provvisorio? “Due cose - prosegue il docente universitario: primo, si
dilaziona, caso unico in Italia, l'attuazione della Legge n. 196 del 2009 sulla
nuova contabilità degli enti pubblici che dal 2015 quindi varrà per tutte le
aziende pubbliche italiane, per tutte tranne che per due: lo Stato italiano e
la Regione siciliana, entrambe tecnicamente fallite, ma intenzionate a
nascondere per altri 12 mesi la polvere sotto il tappeto (in attesa di
che? questo mi sfugge). Secondo, inventando una parola mai sentita in vita mia:
il pre-contenzioso”. 

Insomma,

l’economista Massimo Costa dà per fallite sia l’Italia di Renzi (e, in effetti,
con tutte le tasse imposte agl’italiani vedere il debito pubblico schizzare
ancora all’insù è strano: 2 mila miliardi e 200 milioni di euro, 100 e passa
milioni di debito pubblico in più nel giro di pochi mesi!), sia la regione
siciliana. 

A

proposito del pre-contenzioso tra Stato e Regione - cioè i 2 miliardi e 800
milioni che lo Stato dovrebbe restituire alla Regione siciliana - il professore
Costa precisa: “Non so bene cosa sia il pre-contenzioso. Tecnicamente o c'è il
contenzioso o non c'è. L'ex assessore Gaetano Armao impugnava le Finanziarie
dello Stato davanti alla Corte Costituzionale (quello era contenzioso),
l'assessore Baccei rinuncia al contenzioso in essere, e iscrive in entrata
entrate presunte, che potrebbero realizzarsi se qualcuno intanto le chiedesse,
e se la Commissione Paritetica emanasse i relativi decreti attuativi. La
Regione non ha la facoltà di stravolgere le leggi di bilancio al punto di
mettere in attivo entrate presunte, che peraltro lo Stato non ha a propria
volta. Ma non è questo il punto! Dire che la Regione non lo può fare, o che lo
Stato, ormai fallito, non può permettersi di restituire dei furti alla Sicilia
nemmeno un centesimo, perché in cassa non c'è nulla, ebbene tutto ciò è
fuorviante. Il vero punto è un altro, cari lettori. Il punto è che Baccei ha
certamente concertato con Roma questa mossa. E Delrio, quindi, la conosce
perfettamente. Non c'è, non può esserci a logica, alcuna sfida tra Baccei e
Delrio, non siamo stupidi!”.

Che

succederà, allora? “Ma sarà lo stesso Delrio, con il quale questa mossa è stata
concordata - sottolinea ancora l’economista - che se ne servirà per dare alla
Sicilia il colpo di grazia finale. Il Ministero per gli Affari regionali
impugnerà la legge approvata da Sala d’Ercole che autorizza l'esercizio
provvisorio, manifestamente incostituzionale, e la impugnerà ex tunc,
diffidando la Regione dal dare seguito alla stessa, a pena di risponderne
personalmente. A quel punto Baccei, sconcertato (per finta), si dimetterà. La
Regione siciliana cadrà nella paralisi più totale”.

“Nel

frattempo - prosegue il professore Costa - i pogrom quotidiani contro la
Sicilia riprenderanno. L'Autonomia siciliana sarà linciata come non mai, posta
sul banco degli imputati. Giornali, giornalisti, sindacalisti, politici,
persino qualche regista, specialmente siciliani, saranno precettati per la
sollevazione colorata contro l'Autonomia, che sarà considerata la madre di
questa catastrofe e di tutti mali della Sicilia (e forse anche del mondo). Si
spiegherà a oltre centomila siciliani che resteranno senza stipendio che la
colpa è della Sicilia, dello Statuto e della Sua Autonomia. Tutti ne
chiederanno a gran voce la soppressione, forse anche scendendo per strada.

Il

Governo nazionale raccoglierà pietosamente questo invito. Commissarierà la
Regione, ma non indirà le nuove elezioni. Farà votare a tamburo battente una
legge costituzionale, ‘specialissima’, con cui si revocherà l'Autonomia
speciale e si dilazioneranno di un anno le elezioni della nuova Regione, questa
volta completamente castrata, svuotata di ogni risorsa e a Statuto
ordinario, dove la normalizzazione della Rivolta scoppiata nel 1943 dovrebbe
trovare il suo definitivo compimento”.

“Conservate

questa profezia - dice ancora Costa -. Secondo me non arriviamo a giugno con lo
Statuto speciale. La soluzione finale è stata decisa già nell'estate del 2012,
quando la Sicilia ebbe l'ardire di chiedere semplicemente quello che le
spettava. Per due anni si è semplicemente galleggiato, sia perché altre
emergenze scuotevano l'Italia, sia perché bisognava ancora esaurire, poco a
poco, tutte le residue energie finanziarie della Regione, bisognava affamarla
con mille attenzioni, soprattutto con il contributo della Regione alla
sostenibilità delle finanze nazionali (più di un miliardo l'anno dato come
colpi di maglio dal 2013 in poi). E' stato Matteo Renzi, uno dei Presidenti del
Consiglio dei Ministri in assoluto più anti-siciliani della storia, a voler
chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l'esclusione
da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia, persino le provocazioni sulle
Olimpiadi, dalle quali sarebbe espressamente esclusa la Sicilia, danno un'idea
del clima che si sta creando”.

“Tra

il 2015 e il 2016 - conclude l’economista Massimo Costa - si dovrebbe consumare
sotto i nostri occhi un vero e proprio genocidio da lungo pianificato e con
effetti devastanti e definitivi. Della Sicilia resterà un cumulo di macerie. A
meno che... non ci si metta di mezzo la Vergine Odigitria, la ‘Bedda Matri’
protettrice della Sicilia, e qualcuno non li ‘sgami’ prima o qualcosa in questo
piano non funzioni o qualcuno in Sicilia non cominci a scuotere il giogo e
cominci a identificare nemici e, soprattutto, traditori. Se questo non dovesse
accadere prepariamoci alla catastrofe: collasso dei servizi pubblici, centinaia
di migliaia di persone senza reddito, disordini e insicurezza, mancanza di
qualsiasi prospettiva per 3 o 4 decenni a venire. Grazie Renzi! Grazie al
presidente della Regione, Rosario Crocetta!  E soprattutto grazie, grazie,
grazie di cuore, a tutti i Siciliani, ‘sperti’, imprenditori,
intellettuali, politici rampanti o professori universitari, che in un modo o
nell'altro avranno contribuito a raggiungere questo prezioso risultato”.

Sarà

così? Chissà cosa ne penseranno gli americani. Chissà cosa penseranno Obama e
compagni di una Sicilia fatta a spezzatino dal Governo Renzi-Merkel…




Sempre più probabile lo scippo dei fondi Pac al Sud 
Si starebbe cercando di salvare solo 500 mln per la Sicilia


DICEMBRE 2014

POLITICA – Oggi il Senato potrebbe anche esaminare e votare il provvedimento che prevede il taglio, per le Regioni del Mezzogiorno, di circa 3,5 miliardi di euro. Se ciò dovesse avvenire, sarebbe un esempio classico di come, fondi stanziati per il Mezzogiorno d'Italia dall'Unione europea, finirebbero nel Centro Nord Italia  

Brutte notizie per il Sud e, in particolare, per la Sicilia. Stando a indiscrezioni il Senato non avrebbe alcuna intenzione di restituire alle Regioni del Mezzogiorno i 3,5 miliardi di euro del Pac, sigla che sta per Piano di azione e coesione. Per la
cronaca, si tratta di fondi europei destinati al Meridione che il Governo Renzi, con l'avallo del Parlamento, vorrebbe dirottare, in buona parte, nelle Regioni del Centro Nord Italia. 
La Camere dei deputati - con l'avallo di molti parlamentari nazionali eletti in Sicilia - ha già detto sì allo scippo. Ora la parola passa al Senato, che potrebbe anche affrontare la questione oggi. Alcuni senatori siciliani hanno presentato un emendamento per evitare questo scippo e restituire i 3,5 miliardi di euro al Sud. Ma sembra che la maggioranza di palazzo Madama sia orientata ad avallare la scelta del Governo Renzi, che a Catania ha detto di voler rilanciare il Mezzogiorno, ma che, nei fatti, lo sta penalizzando. 
A quanto si sussurra, sarebbe in corso un tentativo di salvare solo 500 milioni della Sicilia (100 in meno, grosso modo, di quanto ne prevedeva la riprogrammazione di questi fondi europei fatta dall'ex Ministro Fabrizio Barca). Ma, fino ad ora, mancherebbe la copertura finanziaria, perché nessuna delle Regioni del Centro Nord Italia vorrebbe mollare la quota di risorse che verrebbe scippata al Sud. Vedremo come finirà. 
Ricordiamo che questi 3,5 miliardi di euro sarebbero dovuti servire per il risanamento dei Centri storici delle città meridionali e, soprattutto, per la spesa sociale, visto che la legge nazionale n. 328 è stata ridotta - sempre dal Governo Renzi e sempre con l'avallo del Parlamento nazionale - di almeno due terzi. 
Il Governo Renzi, per scippare questi soldi al Sud, ha preso la scusa che i Comuni siciliani non li hanno spesi. Tesi smentita dall'ANCI Sicilia, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Questi 3,5 miliardi verrebbero utilizzati per finanziare
sgravi contributivi alle imprese del Centro Nord Italia. 



NON SI FARANNO PIÙ
STRADE ED AUTOSTRADE

Fondi Pac, scippo alla Sicilia  
Stop alle strade in costruzione


di Redazione

Un vero e 
proprio scippo alla Sicilia. L’Ance 
Sicilia giudica gravissimo il definanziamento, previsto nella Legge nazionale di stabilità, dei fondi Pac (Piano di azione e coesione) che allo scorso 30 settembre non risultavano impegnati dalle Regioni.

In Sicilia, 
fra le varie misure, la riprogrammazione del Pac, per quanto riguarda le nuove infrastrutture, prevedeva il 
cofinanziamento di opere strategiche per lo sviluppo dell’Isola: il collegamento viario Nord-Sud (399,2 milioni, di cui 25 di fondi Pac), alcuni tratti della bretella di collegamento con l’aeroporto di Comiso (44,92 milioni, di cui 30 di fondi Pac), lo scorrimento veloce Licodia Eubea- A/19 (113 milioni di fondi Pac), interventi nel porto di Gela (49 milioni, di cui 30 di fondi Pac) e interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (79 milioni).


Si tratta di 277 milioni di euro in meno che bloccheranno la realizzazione di queste opere, nonostante, secondo il documento del Pac, dopo il 30 settembre la Regione abbia già impegnato una parte di queste somme.

Come se non 
bastasse, per mancanza di liquidità e a causa 
dei vincoli del Patto di stabilità, per la Sicilia sarà assai difficile potere disporre delle risorse residue del Pac e di quelle previste per il 2015 dei 9 miliardi della nuova programmazione 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.

Ciò significa 
che la chiusura anticipata o il mancato avvio di questi 
cantieri costringerà le imprese del settore a licenziare altre migliaia di “Colpisce 
soprattutto – commenta Salvo Ferlito, presidente 
dell’Ance Sicilia – che il governo nazionale ci tolga i fondi per la mitigazione del rischio idrogeologico, uno dei suoi cavalli di battaglia al punto che nello ‘Sblocca Italia’ ha stanziato 4 miliardi di euro. Non si comprende la logica e la coerenza di questa iniziativa, a meno che non si debba pensare ad altro”.

“Infatti – 
aggiunge Ferlito – se è vero che la politica e la 
burocrazia regionali sono responsabili del tardato utilizzo di queste risorse, da un esecutivo come quello nazionale, caratterizzatosi per gli annunci sull’efficienza, ci si aspettano semmai interventi per sbloccare ed accelerare

l’impiego di questi fondi a favore dei territori cui erano destinati, piuttosto
che colpi di spugna per spostarli su misure forse utili alle promesse del
momento ma non certo alla Sicilia”.

“Non ci sono

parole – incalza Ferlito – di fronte alla scarsa
incidenza e alla sommessa reazione della deputazione siciliana a Roma che
dovrebbe essere tutta impegnata a frenare questa norma che andrebbe quasi
esclusivamente a vantaggio dell’economia del Nord Italia. Se a questo si
aggiunge – osserva il presidente dell’Ance Sicilia – la pressione di
determinate forze politiche per affossare in Parlamento qualsiasi provvedimento
a favore della Sicilia, sorge qualche dubbio sulla reale volontà e capacità
dell’attuale governo nazionale di aiutare il Sud e la Sicilia ad uscire dalla
crisi e dall’emarginazione economica e dal disastro sociale provocato da
centinaia di migliaia di licenziamenti”.
“Auspichiamo – conclude il presidente
dei costruttori siciliani
 – che nel confronto di
questi giorni il governatore Crocetta, l’assessore Baccei e il governo Renzi
trovino soluzioni alternative per scongiurare l’archiviazione di queste e di
tante altre opere pubbliche, messe in discussione dalle difficoltà finanziarie
di Stato e Regione e dall’incapacità della burocrazia di tradurre i
finanziamenti in cantieri”.


Strade, scuole, Piano giovani  Scippo

miliardario alla Sicilia
Venerdì 19 Dicembre 2014 - 06:00 di Accursio Sabella 

L'approvazione a Roma della Finanziaria del governo Renzi renderà ufficiale la perdita di circa un miliardo di Fondi Pac destinati alla Sicilia e non ancora spesi. Nel silenzio di molti parlamentari siciliani. Crocetta invia solo adesso una lettera al premier. Dalle infrastrutture al rischio idrogeologico: ecco a cosa sarebbero serviti quei
soldi.

PALERMO - Il sì alla Finanziaria nazionale renderà ufficiale lo “scippo”. Oggi, la Sicilia perderà più di un miliardo. Roma toglie all'Isola, in un colpo solo, soldi per nuove strade, per interventi contro il rischio idrogeologico, per i tirocini del Piano giovani, per la cassa integrazione. Sono i cosiddetti Fondi Pac, quelli del Piano azione e coesione.
Utili a confinanziare progetti sostenuti dall'Europa. Che il governo Renzi s'è ripreso perché la Sicilia non è stata in grado di spenderli. Verranno usati come incentivi per le assunzioni nelle imprese. Che non stanno soprattutto al Sud, come è noto.


Addio a un miliardo. Il governo a maggioranza Pd-Nuovo Centrodestra(partito che ha l'aggravante di poter contare su un leader siciliano come Angelino Alfano), ha deciso. Via circa 3,5 miliardi alle Regioni del Mezzogiorno e alla Valle d'Aosta. Somme che verranno drenate con un criterio spietato: la decurtazione sarà proporzionale alla percentuale di fondi non spesi. In una parola, le Regioni maggiormente punite saranno quelle che non sono state in grado di impegnare quelle somme entro il 30 settembre scorso. E la Sicilia, in questo senso, è messa malissimo. Il totale dei Fondi Pac destinati all'Isola ammonta infatti a quas due miliardi. Di questi, la Sicilia ha speso o impegnato circa 600 milioni. Si tratta, tra gli altri, dei soldi (circa 300 milioni) per i
corsi di Formazione dell'anno scorso e di due anni fa, i quasi 90 milioni messi
a bando dalla Crias (la Cassa regionale per l'artigianato) per l'attività
turistica, gli oltre 50 milioni per l'impiantistica sportiva e gli 111 milioni
per la strada a scorrimento veloce che collegherà il paese di Licodia Eubea con
l'autostrada Palermo-Catania.


Tutto il resto è virtualmente perso. E la “virtualità” dello scippo è legata solo alla
discrezionalità che la norma in Finanziaria assegna al governo centrale: sarà
l'esecutivo Renzi a decidere quanto prendersi di quel miliardo e quali voci
preferire. C'è l'imbarazzo della scelta. Perché i Fondi pronti a tornare a Roma
sarebbero serviti per interventi di ogni tipo. Per le disastrate infrastrutture
siciliane, ad esempio: 45 milioni per completare l'autostrada Siracusa-Gela, 25
milioni per l'ammodernamento della Santo Stefano Camastra-Gela, 30 milioni per
i collegamenti con l'aeroporto di Comiso, 58 milioni per sistemare le strade
provinciali e secondarie, 7 milioni per migliorare la sicurezza sulle arterie
stradali dell'Isola. C'è poi il capitolo legato al rischio idrogeologico, assai
“sentito” in Sicilia dopo le tragedie di Giampilieri, Scaletta Zanclea,
Sanfratello: torneranno a Roma oltre 100 milioni di euro. Addio anche ai 20
milioni per la bonifica dall'amianto.




Un disastro. Sottolineato, tra gli altri, dai
costruttori siciliani
. “Colpisce
soprattutto – commenta Salvo Ferlito, presidente dell’Ance Sicilia – che il
governo nazionale ci tolga i fondi per la mitigazione del rischio
idrogeologico, uno dei suoi cavalli di battaglia al punto che nello ‘Sblocca
Italia’ ha stanziato 4 miliardi di euro. Non si comprende la logica e la
coerenza di questa iniziativa, a meno che non si debba pensare ad altro”.




La perdita dei Fondi Pac si tradurrà anche
nella rinuncia a un pezzo di futuro per l'Isola:
 era previsto infatti uno stanziamento di circa
75 milioni di euro per implementare la Banda ultralarga nelle città siciliane,
addio anche a quella, insieme a circa 110 milioni destinati a scuole e asili
nido. La scelta del governo Renzi e della sua maggioranza, poi, finirà per
ricadere anche sulle spalle dei lavoratori. Saltano i fondi per il credito
d'imposta a dipendenti svantaggiati e imprese (40 milioni complessivi), e parte
delle somme destinate agli ammortizzatori in deroga, cioè soprattutto alla
Cassa integrazione, fondamentale per “ammorbidire”, appunto, gli effetti di una
crisi che ha portato alla chiusura di centinaia di aziende nell'Isola. E
ancora, tra gli altri capitoli seriamente a rischio, anche interventi che il
governo di Rosario Crocetta ha più volte sbandierato come strumenti
fondamentali per far ripartire l'occupazione in Sicilia: i 30 milioni per il
Patto dei sindaci e soprattutto le misure previste dal Piano giovani, a
cominciare da quelle legate ai contestatissimi tirocini del fallimentare click
day di luglio e agosto.




Tutto perduto. Nel silenzio della politica
siciliana.
 Che ha provato solo a
porre rimedio con delle “pezze”, ovvero degli emendamenti, presentati
all'ultimo momento e senza alcuna speranza di approvazione. “Non ci sono parole
– incalza il presidente dei costruttori siciliani - di fronte alla scarsa
incidenza e alla sommessa reazione della deputazione siciliana a Roma che
dovrebbe essere tutta impegnata a frenare questa norma che andrebbe quasi
esclusivamente a vantaggio dell’economia del Nord Italia”.




Da Crocetta, intanto, l'unica reazione è
quella rappresentata dall'annuncio di una lettera da inviare al premier Renzi e
al sottosegretario Delrio.
 “Una
lettera non basta, Crocetta vada a Roma a battere i pugni e porti a casa
risultati concreti", attacca il gruppo parlamentare del Movimento cinque
stelle, mentre Forza Italia annuncia il proprio no “alla Legge di stabilità,
per fermare il saccheggio delle risorse della nostra Isola e del Mezzogiorno
ordito dal governo Renzi. Un provvedimento discriminatorio e anti Sud, quello
voluto da Palazzo Chigi, che sta avendo il sostegno di un Parlamento
irresponsabile”. “La rappresentanza parlamentare siciliana a sostegno del
governo Renzi – sottolinea Sergio Lima, della segreteria regionale di Sel - è
numericamente una delle più cospicue tra le regioni italiane, eppure si è
mostrata incapace di difendere questa terra, preferendo piegarsi ad ordini di
scuderia. In questo ottimamente coadiuvata dal silenzio complice del
Governatore che solo a danno compiuto trova il tempo di scrivere timidamente
all'esecutivo”. Una letterina. Mentre il suo partito e tanti deputati siciliani
voteranno “sì” allo scippo. Il danno, ormai, è fatto.



Far

sparire dal bilancio interi settori:  è l’idea del tandem Crocetta-Baccei

Il governo regionale si appresta a preparare un documento contabile che non

prevede il finanziamento di capitoli di spesa garantiti dalla legislazione
vigente. Solo così si può colmare l’attuale buco di cassa di cinque miliardi di
euro. E all’Ars a questo punto scoppierebbe il caos…
di Paolo Patania
L’indiscrezione circola da ieri con insistenza nei “Palazzi” della politica siciliana: sembrerebbe che il governo regionale guidato da Rosario Crocetta si accinga a preparare un Bilancio 2015 ignorando buona parte della legislazione vigente, ovvero non finanziando interi settori della vita pubblica, dai forestali ai precari e via continuando. Comparti la cui dotazione finanziaria è prevista da leggi. Potrebbe sembrare un’assurdità, perché per abolire una
legge, ci vuole un’altra legge. Solo che quello che sta succedendo in
queste ore autorizza a pensare tutto e il contrario di tutto. Ieri, per
esempio, era prevista l’audizione, in commissione Bilancio e Finanze,
dell’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei. In
effetti, Baccei, ieri mattina è arrivato. Ma è rimasto poco tempo. Poi è
sparito per “altri impegni istituzionali”. Ovviamente, ieri, l’assessore non ha
presentato il Bozzone, cioè il disegno di legge con Bilancio e Finanziaria
2015. Mancano poco più di dieci giorni alla fine dell’anno, insomma, e a Sala
d’Ercole non si è ancora materializzato lo schema di manovra economica e
finanziaria
 per il prossimo anno. Senza il quale non è possibile procedere con l’esercizio provvisorio. In oltre sessant’anni di storia dell’Autonomia siciliana una cosa del genere non si era mai vista, come ha ricordato giorni fa lo stesso
presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone.
Detto in parole più semplici, il governo, a
dieci giorni dalla fine dell’anno, non sa ancora come abbozzare uno schema di
Bilancio. C’è il buco di cassa di circa 5 miliardi di euro. C’è il
buco di competenza di circa tre miliardi di euro che sarebbero diventati due
miliardi di euro. E c’è un assessore tecnico – il già citato Baccei – che
sembra ancora indeciso.
Quale potrebbe essere la verità? Forse a
far saltare definitivamente i conti regionali non sono stati i debiti della
Regione verso le proprie strutture sanitarie,
ma i prelievi effettuati da Roma negli ultimi due anni: 915 milioni di euro nel
2013 e un miliardo e 350 milioni di euro quest’anno (compresa la storia degli
80 euro al mese ai dipendenti con meno di 1.500 euro al mese: versamento
disposto dal governo Renzi, ma pagato dalle Regioni: scherzetto che qui in
Sicilia alle casse regionali è costato 200 milioni di euro). Questi prelievi –
che tecnicamente si chiamanoaccantonamenti – hanno fatto saltare i conti della
Regione. Tant’è vero che, oggi, intere categorie sociali della Sicilia, più o
meno riconducibili ai fondi regionali, sono rimaste senza soldi.
La situazione, negli ultimi due anni, è
notevolmente peggiorata, se è vero che tutti gli indicatori economici
dell’Isola indicano una crisi senza precedenti.
Tant’è vero che, ormai, si dà quasi per scontato anche il taglio delle
pensioni, in barba a un diritto che dovrebbe essere costituzionalmente
garantito. Non sfugge agli osservatori lo stesso colore politico del governo
nazionale e del governo regionale: al Pd fa capo Renzi e del Pd è il presidente
della Regione siciliana, Crocetta. Dunque, se Roma taglia i fondi regionali e il governo regionale non si oppone,
i nodi non possono che arrivare al pettine. E sono arrivati. Per tutti. Perché
ad essere senza soldi non è solo la Regione, ma anche i Comuni siciliani, le
Province (che non sono state abolite, ma solo private di presidenti e consigli
provinciali), le società regionali (si parla di chiusura di molte di queste
società) e tante altre categorie. Di fatto, una bancarotta
non dichiarata
.
In tutto questo, il governo Renzi ha
trovato normale scippare altri 500-600 milioni di euro
alla Sicilia
. Il riferimento è ai fondi Pac, sigla che sta per
Piano di azione e coesione. Risorse stanziate dall’Unione europea per il Sud
Italia (3,5 miliardi per le Regioni del Mezzogiorno, di cui 500-600 milioni,
come già accennato, per la nostra Isola). Con questi soldi i Comuni siciliani
avrebbero dovuto avviare il risanamento dei centri storici, sistemare gli
impianti sportivi e, soprattutto, finanziare la spesa sociale: anziani, minori
e infanzia. Invece il governo Renzi li ha tolti alle Regioni del Sud per
spalmarli su tutto il territorio nazionale come sgravi
contributivi per le imprese
. Ben sapendo che le imprese che
utilizzeranno questi sgravi saranno, in grandissima parte, quelle del Centro
Nord Italia. Insomma, un ennesimo scippo ai danni del Sud e della Sicilia.
Riassumendo: da una parte il governo Renzi
prende i soldi dal Bilancio regionale (trattenendoseli direttamente da Roma,
per lo più da Irpef e Iva); dall’altra parte toglie alla stessa Sicilia 500-600
milioni di euro di fondi Pac. E si
prepara a prelevare una somma oscillante tra un miliardo e un miliardo e
200 milioni di euro dal Bilancio regionale 2015 che ancora non c’è.
La confusione a questo punto è totale. Se
il governo Crocetta, la prossima settimana, dovesse presentare un Bilancio che
non preveda il finanziamento di interi capitoli previsti dalla
legislazione vigente
, all’Ars potrebbe scoppiare un
Quarantotto. Sempre per il principio che una legge che prevede uno stanziamento può essere abrogata con un’altra
legge, ma non può essere ignorata se non viene abolita. E in questo caso
saremmo davanti a una violazione di legge. La sensazione è che a Sala
d’Ercole
 l’attuale
quiete prepari una tempesta.


Il 2014 se ne

va: per la Sicilia un anno da dimenticare

A fondo tra Muos, tagli del Governo Renzi e trivelle


DICEMBRE 2014
POLITICA – Dodici mesi di amarezze. Con Roma che ha fatto
man basse delle finanze regionali, il presidente Crocetta che ha imposto
alla Regione di rinunciare agli effetti finanziari positivi di una
sentenza della Corte Costituzionale. Con il mare invaso dalle piattaforme, i
Comuni verso il dissesto e la Formazione professionale terremotata 
Ci vuole una buona dose di fantasia per rintracciare, tra le pieghe
di questo 2014 che sta per andare via, qualcosa di positivo nella vita politica
siciliana
. Purtroppo è stato un anno negativo, sotto tutti i
punti di vista. In parte ha influito il contesto economico internazionale e
nazionale. E, in parte, a peggiorare il resto hanno pensato i politici
dell'Isola, con in testa il governo della Regione.
Forse l'evento politico più
importante si è consumato la scorsa estate, quando il governatore Rosario Crocetta ha firmato, a Roma, un accordo con il
governo nazionale in base al quale la Regione rinuncia, per i prossimi
quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi finanziari con lo Stato
.
Questo accordo, che l'ex assessore regionale Franco Piro ha
definito «sciagurato»
, ha impedito l'applicazione di una
sentenza della Corte Costituzionale, sempre di quest'anno, che avrebbe
consentito alla Sicilia di territorializzare le imposte.
Grazie a questo pronunciamento
della Consulta, la Regione avrebbe introitato circa 10 miliardi di euro, assumendo,
contestualmente, le competenze amministrative e finanziarie che ancora oggi
lo Stato esercita in Sicilia: scuola, università, i 2,2 miliardi di
euro circa che Roma versa per la sanità e altre piccole cose. La
Regione ci avrebbe guadagnato un po' di quattrini e, in prospettiva, con
un'operazione finanziaria da giocare con queste nuove entrate, avrebbe potuto
azzerare il deficit. Invece se ne parlerà tra quattro anni.
Un altro elemento che ha
accompagnato tutto il 2014 è stata la crisi della Formazione professionale
siciliana
. In questo caso la responsabilità è del governo. I
fondi per pagare questo settore non sono regionali. Sono risorse delFondo sociale europeo (Fse) confluiti attraverso un magheggio amministrativo e finanziario nel Piano Giovani, altro
flop di dimensioni gigantesche
.
Non pagare gli arretrati ai circa
8mila lavoratori di questo settore - o pagarli solo in minima parte e solo
negli ultimi mesi dell'anno - è stata una scelta del governo regionale che, ad
inizio di quest'anno, ha incasinato gli uffici del dipartimento della
Formazione per ritardare le rendicontazioni. Non c'è niente di male ad
ammetterlo: il governo regionale ha sempre avuto come
obiettivo quello di sbarazzarsi di questo personale
L'anno che sta andando
via, con molta probabilità, verrà ricordato anche come l'anno del Muos di Niscemi. C'è stato il tentativo generoso di opporsi
al mega radar satellitare che i militari americani hanno piazzato nel
cuore della Sicilia. Ma un vasto schieramento di silenzio e di disinformazione
ha piegato il movimento No Muos. La sinistra italiana è ormai in
maggioranza filoamericana
. Piaccia o no, ma il Pd resta la
maggiore forza di centrosinistra del Paese. Un Pd che non si è opposto
alla militarizzazione della Sicilia. Pio La Torre al massimo si commemora, tenendo a
distanza il suo ricordo dal presente. Rifondazione comunista e Sel non muovono
le piazze. E nemmeno i grillini, benché contrari al Muos, hanno cambiato
il corso degli eventi. 
Il 2014 è stato anche l'anno della riforma - mancata - delle Province siciliane.
L'Ars ha abolito i presidenti e i consigli provinciali. E ha istituito in modo
improprio i Consorzi di Comuni e le città
metropolitane di Palermo, Catania e Messina
. Sala d'Ercole
avrebbe dovuto completare la riforma assegnando le competenze ai nuovi
soggetti. Ma è fallito tutto. Motivo: la mezza riforma approvata è un
disastro. 
L'articolo 15 dello Statuto
non parla di abolizione degli organismi intermedi tra Regione e Comuni:
parla di «Liberi Consorzi di Comuni». Ma i Consorzi di Comuni istituiti con la
legge lasciata a metà sono tutto, fuorché liberi di autodeterminarsi
.
Mentre le città metropolitane sono state solo un tentativo, non riuscito, di
far sparire oltre 50 Comuni per provare a risanare i buchi
di Bilancio dei Comuni di Palermo, Catania e Messina. Operazione
politica fallita su tutta la linea. 
Sta andando via anche l'anno
nero per i Comuni siciliani
. I dati ufficiali, in
evoluzione, parlano di una cinquantina di Comuni in gravi difficoltà
finanziarie, alcuni tra il dissesto e il pre-dissesto. In realtà, lo scenario è
più grave, perché molti Comuni, quest'anno, si sono indebitati per pagare il
personale precario. La situazione è in netto peggioramento, anche perché nel
progetto di bilancio regionale 2015 i trasferimenti della Regione ai Comuni
passano da 350 milioni di euro ai 150 milioni di euro
, con un
taglio di 200 milioni di euro. 
Quello che sta finendo passerà
alla storia come l'anno dei petrolieri che invadono il Canale di Sicilia. Sono arrivati grazie al solito governo
Renzi che ha ignorato le Regioni e i Comuni, contrari alla proliferazione di
piattaforme petrolifere nel Mediterraneo. 
Il 2014 verrà ricordato, poi, come
l'anno in cui il governo Renzi ha scippato alla Sicilia
un miliardo e 200 milioni di euro di fondi Pac,
 sigla che sta per Piano di azione e
coesione. Fondi europei e nazionali non spesi e riprogrammati dall'ex ministro Fabrizio Barca. Soldi che il governo
nazionale ha tolto al Sud (3,5 miliardi di euro per le Regioni del
Mezzogiorno ad Obiettivo convergenza) per regalare sgravi fiscali alle imprese,
in maggioranza del Centro Nord Italia. Si pensava che la Sicilia dovesse
perdere 600 milioni di euro. Ma domenica scorsa, il sottosegretario Delrio, in
un'intervista al Mattino di Napoli, ha quantificato lo scippo
ai danni della Sicilia in un miliardo e 200 milioni di euro. 
La Regione siciliana, insomma,
chiude l'anno con un buco di cassa di oltre 5 miliardi di euro e
un buco di
competenza di oltre 2 miliardi di euro. Deficit provocato, in larga parte, dai
soldi che Roma ha tolto alla Sicilia.


N. 66 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 28

agosto 2014

Ricorso per questione di

legittimita'  costituzionale  depositato 
in cancelleria il 28 agosto 2014 (della Regione Siciliana).


Bilancio  e 

contabilita'  pubblica   -   Misure   urgenti  
per   la

  competitivita' e la giustizia  sociale 

-  Emendamento  alla 
legge

  delega 

11  marzo  2014, 
n.  23  ("Delega   al  
Governo   recante

  disposizioni per  un 

sistema  fiscale  piu' 
equo,  trasparente  e

  orientato alla crescita") - Previsione

che la futura revisione  del

  sistema 

fiscale  finalizzato  alla  
riduzione   della   pressione

  tributaria sui contribuenti,  ove 

attuata  per  mezzo 
di  decreti

  delegati che 

prevedano  nuovi  e 
maggiori  oneri,  debba 
trovare

  copertura in altri decreti legislativi a loro

compensazione e che a

  tal fine le maggiori entrate  confluiscano 

in  un  apposito 
fondo

  istituito nello stato di previsione del

Ministero  dell'economia  e

  delle finanze 

-  Ricorso  della 
Regione  Siciliana  - 
Denunciata

  violazione dell'autonomia finanziaria della

Regione.

- Legge 23 giugno 2014,

n. 89, art. 1, comma 11.

- Statuto della Regione

Siciliana, artt. 36  (in  combinato 
disposto

  con l'art. 2 d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074),

14, 17, 37, 38 e 43.

Bilancio  e 

contabilita'  pubblica   -  
Misure   urgenti   per  
la

  competitivita' e la  giustizia 

sociale  -  Prevista 
maggiorazione

  dello 0,5% sul tributo dell'11% previsto

sui  fondi  pensione, 
con

  riserva allo Stato di quota della maggiore

imposta per 4 milioni di

  euro, al fine di alimentare il Fondo per gli

interventi strutturali

  di 

politica  economica  - 
Ricorso  della  Regione  
Siciliana   -

  Denunciata violazione dell'autonomia

finanziaria della Regione.

- Decreto-legge 24

aprile 2014 n. 66, convertito, con 
modificazioni,

  dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 4,

comma 6-ter.

- Statuto della Regione

Siciliana, artt. 36  (in  combinato 
disposto

  con l'art. 2 d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074),

14, 17, 37, 38 e 43.

Bilancio  e 

contabilita'  pubblica   -  
Misure   urgenti   per  
la

  competitivita' e la giustizia sociale -

Prevista destinazione delle

  maggiori 

entrate  derivanti  dalla 
lotta   all'evasione   fiscale

  effettivamente incassate nel 2013 rispetto a

quelle conseguite  nel

  2012 a 

copertura  degli  oneri 
conseguenti  all'applicazione  del

  decreto-legge 

impugnato  -  Ricorso 
della  Regione  Siciliana  
-

  Denunciata violazione dell'autonomia

finanziaria della Regione.

- Decreto-legge 24 aprile

2014, n. 66, convertito, con modificazioni,

  dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 7,

commi 1 e 1-bis.

- Statuto della Regione

Siciliana, artt. 36, 14, 17, 37 e 38.

Bilancio  e 

contabilita'  pubblica   -  
Misure   urgenti   per  
la

  competitivita' e la giustizia sociale -

Previsione che  il  mancato

  versamento da parte delle province e delle

citta' metropolitane del

  contributo 

alla  finanza  pubblica 
posto  a  loro 
carico   venga

  direttamente recuperato dall'Agenzia

delle  Entrate  a 
valere  sui

  versamenti per imposte sull'assicurazione

contro la responsabilita'

  civile derivante dalla circolazione dei

veicoli a motore -  Ricorso

  della Regione 

Siciliana  -  Denunciata 
violazione  dell'autonomia
  finanziaria regionale.

- Decreto-legge 24

aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni,

  dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 47,

commi da 1 a 7.

- Statuto della Regione

Siciliana, artt. 36, 14, 17, 37 e 38.

Bilancio  e  contabilita'  pubblica   -   Misure   urgenti   per   la    competitivita' e la giustizia sociale -  Previsione che le  maggiori    entrate conseguite, per effetto delle  misure  nello  stesso  comma   indicate, sono destinate a copertura  finanziaria  delle  riduzioni   previste  dal  decreto-legge  impugnato 
-  Ricorso  della 
Regione

  Siciliana 

-  Denunciata  violazione  
dell'autonomia   finanziaria

  regionale e del principio di leale

collaborazione - Violazione  del

  principio di territorialita' delle imposte

spettanti  alla  Regione
  Siciliana.

- Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni,    dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 50, comma 10.

- Statuto della Regione Siciliana, artt. 14, 17, 36, 37, 38 e 43.

(GU  n.45 del 29-10-2014 )

    Ricorso  della  Regione  Siciliana,  in persona  del  Presidente pro-tempore,  rappresentato  e  difeso,   sia   congiuntamente   che disgiuntamente, giusta procura a margine  del  presente  atto,  dagli Avvocati Paolo Chiapparrone e Marina Valli, elettivamente domiciliato presso la sede dell'Ufficio della  Regione  Siciliana  in  Roma,  via  Marghera n. 36, ed autorizzato a proporre ricorso  con  deliberazione della Giunta Regionale 11 agosto 2014, n. 239,

    Contro il Presidente  del  Consiglio  dei  Ministri  pro-tempore,  domiciliato per la carica Roma, Palazzo Chigi,  Piazza  Colonna,  370  presso gli Uffici della Presidenza  del  Consiglio  dei  Ministri,  e difeso per legge dall'Avvocatura dello Stato, per la dichiarazione di illegittimita' costituzionale delle seguenti disposizioni:

        A) Art. 1, comma 11, della legge 23 giugno 2014 , n. 89;

        B) Art. 4, comma 6-ter del

d.l. 24 aprile 2014, n. 66;

        C) Art. 7 commi 1 e 1-bis del

decreto-legge 24  aprile  2014,
n. 66;

        D) Art. 46, commi 1, 2 e 3

del decreto-legge 24 aprile  2014,
n. 66;

        E) Art. 47, commi da 1 a 7

del d.l. 24 aprile 2014, n. 66;

        F) Art. 50, comma 10, del

D.L. 24 aprile 2014, n. 66.
    Tutte per:

        violazione dell'art. 36 dello

Statuto in relazione all'art. 2

delle relative norme di attuazione di 

cui  al  d.P.R. 
n.  1075/1965
nonche' degli artt. 37 e 38 Statuto;

        violazione   dell'art.  

43   statuto   e   
del    principio
costituzionale di leale colalborazione fra Stato e Regione;

        e, per connessione, degli

articoli  14  e 
17  dello  Statuto

venendo  limitata,  la 

competenza   legislativa   regionale,  
dalla

contrazione  delle  entrate 

finanziarie   conseguenti   alle  
norme
impugnate.

    Passando alle singole

disposizioni  impugnate  si 
rileva  quanto
segue.
A) Art. 1, comma 11, della legge 23 giugno 2014 , n. 89 (1)

    La disposizione, nell'emendare la

legge delega 11 marzo 2014,  n.

23 (recante «Delega al Governo recante disposizioni  per 

un  sistema

fiscale piu' equo, trasparente e orientato 

alla  crescita»)  prevede

che  la  futura 

revisione  del  sistema 
fiscale  finalizzato   alla

riduzione della pressione tributaria sui 

contribuenti,  ove  attuata per mezzo di decreti delegati che prevedano nuovi e  maggiori 

oneri, debba  trovare  copertura 

in  altri  decreti 
legislativi   a   loro

compensazione. A tal fine le 

maggiori  entrate  confluiscono 
in  un

apposito fondo istituito nello 

stato  di  previsione 
del  Ministero
dell'economia e delle finanze.

    Tale  previsione 

sembra  preludere   all'adozione   di  
decreti

legislativi «a compensazione» della minor 

pressione  tributaria  con

conseguente  riduzione  delle 

entrate   tributarie   delle  
regioni

(compresa  la  Regione 

siciliana)  attribuendo,  per 
converso,   le

maggiori entrate compensative 

al  predetto  fondo 
ministeriale.  La
norma prevede, in sostanza, che le iniziative legislative dirette  ad

alleggerire la pressione 

tributaria,  che  si 
traducono  in  minori

entrate  tributarie  spettanti 

alla  Regione   ricorrente,  
trovino

compensazione in risorse 

riservate  al  Ministero. 
Tale  previsione

viola gia' gia' da ora l'articolo 

36  dello  Statuto, 
in  combinato
disposto con l'art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965 (norme di attuazione in
materia finanziaria).
B) - Art. 4, comma 6-ter del d.l. 24 aprile 2014, n. 66 (2)

    La  disposizione 

introduce  una  maggiorazione 
dello  0,5%  sul

tributo dell'11% previsto sui fondi pensione, riservando  allo 

Stato

quota della maggiore imposta per 

4  milioni  di 
euro,  al  fine 
di

alimentare il  Fondo  per 

gli  interventi  strutturali 
di  politica

economica. Tale disposizione si 

pone  in  contrasto 
con  l'art.  36

Statuto e l'articolo 2 del d.P.R. n. 1074/1965  dal 

momento  che  la
maggiore entrata non puo' essere oggetto di una generica riserva allo

Stato atteso che la destinazione al 

Fondo  in  questione 
si  palesa

piuttosto come un accantonamento 

indifferenziato  di  entrate 
senza
indicare alcuna specifica e concreta destinazione.
C) Art. 7 commi 1 e 1-bis del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66

    Con detta disposizione vengono

destinate a copertura degli  oneri

conseguenti all'applicazione dello stesso decreto legge  n. 

66/2014,

le maggiori  entrate  derivanti 

dalla  lotta  all'evasione 
fiscale,

effettivamente incassate nel 2013 rispetto a  quelle 

conseguite  nel
2012.

    Senonche', la Corte

Costituzionale, con sentenza n. 241/2012, 
ha

riconosciuto, a proposito dell'impugnazione 

dell'articolo  2,  comma

36, del d.l. n. 138/2011,  che  le 

sanzioni  ed  il 
recupero  delle

imposte evase non costituiscono una 

«nuova»  entrata  (che 
comunque
puo' essere riservata allo Stato soltanto a fronte di una ben precisa

ed individuata destinazione) ma un «recupero»  di 

imposte  spettanti
alla Regione.

    Anche tale disposizione viola

pertanto l'art. 36 dello Statuto.
D) Art. 46, commi 1, 2 e 3 del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66.

    Il comma 2 dell'art. 46

ridefinisce per le regioni speciali e  le

province autonome l'obiettivo del 

patto  di  stabilita' 
a  modifica

della disciplina dettata dall'articolo 1, comma 454, della  legge 

n.
228/2013.

    Senonche' detto comma, che indica

i  contributi  a 
carico  delle

autonomie speciali, da ridurre dal complesso delle  spese 

finali  in
termini di competenza eurocompatibile risultante dal consuntivo 2011,

e' stato oggetto  di  ricorso 

alla  Corte  Costituzionale,  tutt'ora
pendente.

    Il comma 2 dell'art. 46  in 

esame  aggiunge  ulteriori 
oneri  a

carico della Regione (elevando il 

contributo  della  Sicilia 
a  222

milioni per l'anno 2014 e 311 milioni per il  triennio 

2015-2017)  e

mette in crisi  il  raggiungimento  dell'equilibrio  finanziario 

del
bilancio regionale. Tale previsione legislativa viola l'art. 8,  ult.

comma Cost., l'art. 119 nonche' gli articoli 36 e 43  dello 

Statuto,

risultando adottata, peraltro, 

senza  alcuna  preventiva 
intesa  in
violazione del principio di leale collaborazione fra Stato e Regione.

Il comma 3, dispone un ulteriore concorso 

delle  autonomie  speciali

alla finanza pubblica onerando 

la  Regione  Siciliana 
di  ulteriori
194.628 per il 2014 e 132.701 per il triennio 2015-2017.

    In  proposito 

ai  maggiori  oneri 
imposti  alla  Regione 
viene
osservato che seppure le pubbliche amministrazioni debbano concorrere

all'equilibrio  finanziario  del 

bilancio  dello   Stato  
ed   alla

sostenibilita' del debito pubblico, le stesse sono tenute  (art. 

119

Cost.) anche a garantire l'equilibrio dei propri bilanci  sicche' 

il

raccordo fra i due obiettivi (statale e del singolo  ente) 

non  puo'
prescindere da un accordo con la Regione Siciliana. Anche tale  comma
incorre nelle censure di legittimita' costituzionale evidenziate  per
il precedente.
E) Art. 47, commi da 1 a 7 del d.l. 24 aprile 2014, n. 66 (3)

    L'art. 47 prevede  che 

il  mancato  versamento 
da  parte  delle
province e citta' metro-politane del contributo alla finanza pubblica
posto a loro carico venga direttamente recuperato dall'Agenzia  delle
Entrate a valere sui versamenti per imposte sull'assicurazione contro
la responsabilita' civile derivante dalla circolazione dei veicoli  a

motore." Senonche' i proventi di tale imposta, in  Sicilia, 

spettano
alla Regione (cfr. Sent. Corte Cost. n. 97/2013) e non alle  province

e la  trattenuta  sanzionatoria 

finisce  col  gravare 
sul  bilancio
regionale. Anche in tal caso si ravvisa una violazione  dell'articolo

36  dello  statuto 

e  dell'articolo  2 
delle  relative   norme  
di
attuazione.

    Analoga  questione 

e'  stata  sollevata 
nel  giudizio  pendente

innanzi alla Corte avverso l'articolo 10 del d.l. 6  marzo 

2014,  n.
16, convertito, con legge 2 maggio 2014, n. 68, per violazione  della
stessa norma statutaria.
F) Art. 50, comma 10, del D.L. 24 aprile 2014, n. 66 (4)

    Detto  comma 

prevede  la  destinazione 
delle  maggiori  entrate

conseguite, per effetto delle misure nello stesso comma  indicate, 

a

copertura finanziaria delle riduzioni previste dal  medesimo 

decreto

legge. Senonche' fra  le  maggiori 

entrate  attese  dallo 
Stato  ne

figurano  alcune  (IVA) 

di  spettanza  della  
Regione,   ai   sensi
dell'articolo 36 dello Statuto, atteso che il comma 11  dell'articolo

50 prevede che «il Ministero dell'Economia e delle  finanze 

effettua

il  monitoraggio  sulle 

maggiori  entrate  per 
imposta  sul  valore
aggiunto derivanti dalle misure previste dal titolo III del  presente
decreto».

    In proposito  si 

osserva  che  le 
maggiori  entrate  tributarie

attese,  di  cui 

all'art.  3  del 
d.l.  n.  66/2014, 
riscosse  nel
territorio della Regione competono alla stessa ai sensi dell'art.  36

Statuto, anche se relative  alla  tassazione 

di  redditi  di 
natura

finanziaria.  L'innalzamento  della 

quota  dal  20 
al  26%   seppur
qualificabile come entrata nuova difetta comunque del requisito della

specificita'  non  sostituibile 

da  una  generica  
destinazione   a
«copertura finanziaria».

    Per quanto esposto, le norme  impugnate 

risultano  lesive  della

competenza  regionale  in 

materia  finanziaria  traducendosi 
in  un
assestamento della finanza dello Stato mediante contributi  derivanti
dal taglio di risorse regionali o attribuzione allo Stato di aliquote

di tassazione aggiuntiva di imposte di 

spettanza  regionale  e  che,

anche  a  ritenersi 

imposte  nuove,  non 
soddisfano  il   requisito

richiesto della loro destinazione alla copertura di oneri  diretti 

a

perseguire «particolari finalita' contingenti  o 

continuative  dello
Stato specificate» cfr. art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965 e Corte  Cost.
sentenza n. 241 del 2012).

    Il principio dell'equilibrio

finanziario del bilancio dello Stato

non puo' essere raggiunto 

mediante  l'imposizione  alla 
Regione  di

oneri  di  importo  

determinato   d'imperio   e  
senza   preventiva

consultazione o con la sottrazione di 

maggiori  entrate  di 
imposte
alla stessa spettante. Infatti, se anche le regioni devono assicurare

a loro volta l'equilibrio dei propri 

bilanci  (Art.  119 
Cost.)  lo

Stato  non  puo' 

procedere  nella  prassi 
legislativa  di   imporre

unilateralmente tagli alle risorse 

delle  autonomie  speciali 
senza

alcun  accordo  con 

le   stesse,   in  
violazione   del   principio

costituzionale di leale 

collaborazione  e  degli 
articoli  6  e  43

Statuto Sic. (ritenendosi la rimessione alla  commissione 

paritetica

delle  norme  di 

attuazione  dello  Statuto 
espressione  di   detto
principio generale di leale collaborazione).

    Ne' va sottaciuto che la

compressione dell'autonomia  finanziaria

della Regione e la riduzione in 

favore  dello  Stato 
delle  entrate

tributarie alla stessa attribuite oltre a costituire  violazione 

del

principio di territorialita' delle 

imposte  spettanti  alla 
Sicilia

(confermato  dalla  recente 

sentenza  n.   207/2014)  
ne   comprime
l'autonomia legislativa nelle materie indicate dagli articoli 14 e 17

dello Statuto, norme rispetto 

alle  quali  l'autonomia 
finanziaria,
garantita dall'art. 36 St., e' necessario e logico corollario.

(1) Il comma 11 dispone: «All'articolo 16 della legge 11 marzo  2014,

    n. 23, il comma 1 e' sostituito

dai seguenti: "1. Dall'attuazione

    della delega di cui all'articolo

1 non devono  derivare  nuovi 
o

    maggiori oneri a carico della

finanza pubblica,  ne'  un 
aumento

    della pressione fiscale

complessiva a carico dei contribuenti. In

   

considerazione  della  complessita' 
della  materia  trattata  
e

    dell'impossibilita'  di 

procedere  alla   determinazione   degli

    eventuali effetti

finanziari,  per  ciascuno 
schema  di  decreto

    legislativo la relazione tecnica

di cui all'articolo 1, comma  6,

    evidenzia i suoi effetti sui

saldi di finanza  pubblica.  Qualora

    uno o piu' decreti legislativi

determinino nuvi o maggiori oneri,

    che non trovino compensazione nel

proprio ambito, si provvede  ai

    sensi dell'articolo 17, comma 2,

della  legge  n. 
196  del  2009

    ovvero mediante compensazione con

le risorse  finanziarie  recate

    dai decreti legislativi adottati

ai sensi della  presente  legge,

    presentati prima o

contestualmente  a  quelli 
che  comportano  i

    nuovi  o 

maggiori  oneri.  A 
tal  fine  le  
maggiori   entrate

    confluiscono in  un 

apposito  fondo  istituito 
nello  stato  di

    previsione del Ministero

dell'economia e delle finanze".».


(2) Detto comma 6-ter prevede: «Per l'anno 2014  l'aliquota 

prevista

    dall'articolo 17, comma 1,

del  decreto  legislativo 
5  dicembre

    2005, n. 252, e' elevata

all'11,50 per  cento.  Una 
quota  delle

    maggiori entrate di cui al

presente comma, pari a  4  milioni 
di

    euro  per 

l'anno  2015,  confluisce 
nel  Fondo  per 
interventi

    strutturali di politica economica

di cui all'articolo  10,  comma

    5, del decreto-legge 29 novembre

2004, n.  282,  convertito, 
con

    modificazioni, dalla legge 27

dicembre 2004, n. 307.».


(3) L'art. 47, commi 1-7, cosi' dispone: 1. Le province e  le 

citta'

    metropolitane, a valere sui

risparmi connessi alle misure di  cui

    al comma 2 e dell'articolo 19,

nonche'  in  considerazione  delle

    misure recate dalla legge  7 

aprile  2014,  n.  56,
 nelle 
more

    dell'emanazione del decreto del

Presidente del Consiglio  di  cui

    al comma 92 dell'articolo 1 della

medesima legge 7  aprile  2014,

    n. 56, assicurano un

contributo  alla  finanza 
pubblica  pari  a

    444,5 milioni di euro per l'anno

2014 e pari a 576,7  milioni  di

    euro per l'anno 2015 e 585,7

milioni di euro per  ciascuno  degli

    anni 2016 e 2017. - 2. Per  le 

finalita'  di  cui 
al  comma  1,

    ciascuna provincia e citta'

metropolitana consegue i risparmi  da

    versare ad apposito capitolo di

entrata del bilancio dello  Stato

    determinati con decreto  del 

Ministro  dell'interno  da 
emanare

    entro il termine del  30 

giugno,  per  l'anno 
2014,  e  del  28

    febbraio  per 

gli  anni  successivi, 
sulla  base  dei 
seguenti

    criteri:  a) 

per  quanto  attiene  
agli   interventi   di  
cui

    all'articolo 8, relativi alla

riduzione della spesa  per  beni  e

    servizi la riduzione e' operata

nella misura complessiva  di  340

    milioni di euro per il 2014 e di

510 milioni di euro per ciascuno

    degli anni dal 2015 al 2017,

proporzionalmente alla spesa  media,

    sostenuta nell'ultimo triennio,

relativa ai codici SIOPE indicati

    nella tabella A allegata al

presente decreto; (91) (93) - b)  per

    quanto attiene agli interventi di

cui all'articolo  15,  relativi

    alla riduzione della spesa

per  autovetture  di 
0,7  milioni  di

    euro, per l'anno 2014, e di un

milione di euro per ciascuno degli

    anni dal 2015 al 2017, la

riduzione e' operata in proporzione  al

    numero  di  

autovetture   di   ciascuna  
provincia   e   citta'

    metropolitana comunicato

annualmente  al  Ministero 
dell'interno

    dal Dipartimento della Funzione

Pubblica; c) per  quanto  attiene

    agli interventi, di cui all'articolo

14, relativi alla  riduzione

    della spesa per incarichi di

consulenza, studio e ricerca e per i

    contratti di collaborazione

coordinata  e  continuativa, 
di  3,8

    milioni di euro per l'anno 2014 e

di  5,7 
milioni  di  euro 
per

    ciascuno degli anni dal 2015 al

2017, la riduzione e' operata  in

    proporzione alla spesa comunicata

al Ministero  dell'interno  dal

    Dipartimento della Funzione  Pubblica. 

-  3.  Gli 
importi  e  i

    criteri di cui al comma 2 possono

essere modificati per  ciascuna

    provincia e  citta' 

metropolitana,  a  invarianza 
di  riduzione

    complessiva, dalla Conferenza

Stato-citta'  ed  autonomie 
locali

    entro il 30 giugno, per l'anno

2014 ed entro il 31  gennaio,  per

    gli  anni 

successivi,  sulla  base  
dell'istruttoria   condotta

    dall'ANCI e dall'UPI e  recepiti 

con  il  decreto 
del  Ministro

    dell'interno di cui al  comma 

2;  con  riferimento 
alle  misure

    connesse all'articolo 8,  le 

predette  modifiche  possono 
tener

    conto dei tempi medi di pagamento dei debiti e

del  ricorso  agli

    acquisti centralizzati di ciascun

ente. Decorso tale  termine  la

    riduzione opera in base agli

importi di cui al comma 2. (92) - 4.

    In caso di mancato versamento del

contributo di cui ai commi 2  e

    3, entro il mese di luglio, sulla

base dei  dati  comunicati 
dal

    Ministero dell'interno, l'Agenzia

delle  Entrate,  attraverso 
la

    struttura di gestione  di 

cui  all'articolo  22, 
comma  3,  del

    decreto legislativo 9 luglio

1997, n. 241, provvede  al  recupero

    delle predette somme nei

confronti delle province e delle  citta'

    metropolitane interessate, a

valere sui  versamenti  dell'imposta

    sulle assicurazioni contro

la  responsabilita'  civile 
derivante

   

dalla circolazione dei veicoli a motore, esclusi  i 
ciclomotori,

    di cui all'articolo 60 del

decreto legislativo 15 dicembre  1997,

    n. 446, riscossa tramite modello

F24, all'atto  del  riversamento

    del relativo gettito alle

province medesime. - 5. Le  province  e

    le citta' metropolitane  possono 

rimodulare  o  adottare 
misure

    alternative di contenimento

della  spesa  corrente, 
al  fine  di

    conseguire risparmi comunque

non  inferiori  a 
quelli  derivanti

    dall'applicazione del comma 2. -

6. Il decreto del Presidente del

    Consiglio dei Ministri di cui al

comma 92 dell'articolo  1  della

    legge 7 aprile 2014, n. 56,

a  seguito  del 
trasferimento  delle

    risorse finanziarie, umane,

strumentali e organizzative  connesse

    all'esercizio delle funzioni

che  devono  essere 
trasferite,  ai

    sensi dei commi da 85 a  97 

dello  stesso  articolo 
1,  tra  le

    Province, le citta' metropolitane

e gli altri  Enti  territoriali

    interessati, stabilisce altresi'

le modalita' di  recupero  delle

    somme di cui ai commi precedenti.

- 7. L'organo di  controllo  di

    regolarita' amministrativa e

contabile verifica che le misure  di

    cui ai commi 2 e 5 siano

adottate, dandone atto  nella  relazione

    di cui al comma 166 dell'articolo

1 della legge 23 dicembre 2005,
    n. 266.


(4) L'art. 5, comma 10, cosi' dispone: 

Agli  oneri  derivanti 
dagli

    articoli 1, 2, 4, comma 11, 5,

comma 9, 16,  commi  6 
e  7,  27,

    comma 1, 31, 32, 35, 36, 45, 48,

comma  1, 
e  dal  comma 
6  del

    presente articolo, ad esclusione

degli oneri cui si  provvede  ai

    sensi del comma 9 del presente

articolo pari a 6.563,2 milioni di

    euro per l'anno 2014, a 6.184,7

milioni di euro per l'anno  2015,

    a 7.062.8 milioni di euro per

l'anno 2016,  a  6.214 
milioni  di

    euro per l'anno 2017 e a 4.069 a

decorrere  dall'anno  2018, 
che

    aumentano a 7.600,839 milioni di

euro per l'anno 2014, a  6.229,8

    milioni di euro per l'anno 2015,

a  6.236 
milioni  di  euro 
per

    l'anno 2017 e a 4.138,7 milioni

di  euro 
a  decorrere  dall'anno

    2018 ai fini della

compensazione  degli  effetti 
in  termini  di

    fabbisogno ed indebitamento

netto, si provvede mediante  utilizzo

    delle  maggiori 

entrate  e  dalle 
minori  spese  derivanti 
dal
    presente provvedimento.


                              P. Q.

M.


    Per  quanto 

rappresentato   si   confida  
che   codesta   Corte

Costituzionale,  in  accoglimento 

del   presente   ricorso,  
voglia
dichiarare l'illegittimita' delle seguenti disposizioni:

        A) Art. 1, comma 11, della

legge 23 giugno 2014 , n. 89;

        B) Art. 4, comma 6-ter del

d.l. 24 aprile 2014, n. 66;

        C) Art. 7 commi 1 e 1-bis del

decreto-legge 24  aprile  2014,
n. 66;

        D) Art. 46, commi 1, 2 e 3

del decreto-legge 24 aprile  2014,
n. 66;

        E) Art. 47, commi da 1 a 7

del d.l. 24 aprile 2014, n. 66;

        F) Art. 50, comma 10, del

D.L. 24 aprile 2014, n. 66.
    Tutte per:

        violazione dell'art. 36 dello

Statuto in relazione all'art. 2

delle relative norme di attuazione di 

cui  al  d.P.R. 
n.  1075/1965
nonche' degli artt. 37 e 38 Statuto;

        violazione   dell'art.  

43   Statuto   e   
del    principio
costituzionale di leale collaborazione fra Stato e Regione;

        e, per connessione, degli

articoli  14  e 
17  dello  Statuto

venendo  limitata,  la 

competenza   legislativa   regionale,  
dalla

contrazione  delle  entrate 

finanziarie   conseguenti   alle  
norme
impugnate;

        violazione dell'art. 119

Cost. in relazione all'art. 81.

          Palermo-Roma, addi' 18

agosto 2014


             Avv. Paolo Chiapparrone

- Avv. Marina Valli





Sentenza
 207/2014


Giudizio


GIUDIZIO
DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA PRINCIPALE


Presidente CASSESE -
Redattore CORAGGIO


Udienza
Pubblica del 24/06/2014 
Decisione  del 09/07/2014


Deposito del 16/07/2014   Pubblicazione in G.
U. 23/07/2014  n. 31


Norme
impugnate:


Art. 21,
c. 3°, alinea e lett. a), del decreto legge 04/06/2013 n. 63, convertito, con
modificazioni, dall'art. 1, c. 1°, della legge 03/08/2013, n. 90.


Massime:


38087 


Atti
decisi:


ric.
91/2013


SENTENZA N. 207  ANNO 2014






REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Sabino
CASSESE; Giudici : Giuseppe TESAURO, Paolo NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO,
Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio
MATTARELLA, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,






ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel
giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera
a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il
recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio
del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la
definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea,
nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, promosso
dalla Regione siciliana con ricorso notificato il 2 ottobre 2013, depositato in
cancelleria il 9 ottobre 2013 ed iscritto al n. 91 del registro ricorsi 2013.
Visto
l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito
nell’udienza pubblica del 24 giugno 2014 il Giudice relatore Giancarlo
Coraggio;
uditi
l’avvocato Marina Valli per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato
Gianni De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri.






Ritenuto in fatto
1.–
Con ricorso notificato il 2 ottobre 2013 (reg. ric. n. 91 del 2013) e depositato
in cancelleria il 9 ottobre 2013, la Regione siciliana ha impugnato l’art. 21,
comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63
(Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione
energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione
avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di
coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della
legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove applicabile ricomprendendo nell’aumento di
gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da
utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto delle
disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi riscossi
in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», per violazione degli artt. 36
e 37 dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio
1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»),
nonché delle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n.
1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia
finanziaria ) ed in particolare dell’art. 2.
L’art.
21 del d.l. n. 63 del 2013, ai commi 1 e 2, così dispone: «l. L’autorizzazione
di spesa di cui all’articolo l, comma 7, del decreto­legge 20 maggio 1993, n.
148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236,
confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, di cui
all’articolo 18, comma l, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n.
185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, è
incrementata di 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 e di 121,5 milioni di euro
per l’anno 2014, per essere destinata al rifinanziamento degli ammortizzatori
sociali in deroga di cui all’articolo 2, commi 64, 65 e 66, della legge 28
giugno 2012, n. 92. 2. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 5 della
legge 6 febbraio 2009, n. 7 è incrementata di 413,1 milioni di euro per l’anno
2024». La Regione ricorrente censura, in modo particolare, il successivo comma
3, secondo cui «3. Agli oneri derivanti dagli articoli 14 e 16 e dai commi l e
2 del presente articolo, pari a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 a 274
milioni di euro per l’anno 2014, a 379,7 milioni di euro per l’anno 2015, a
265,1 milioni di euro per l’anno 2016, a 262,2 milioni di euro per ciascuno
degli anni dal 2017 al 2023 e a 413,l milioni di euro per l’anno 2024, si
provvede: a) quanto a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013, a 194 milioni di
euro per ciascuno degli anni dal 2014 al 2023 e a 379 milioni di euro per
l’anno 2024, mediante corrispondente utilizzo delle maggiori entrate e delle
minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20;
[...]».
In
particolare, gli articoli da ultimo richiamati prevedono rispettivamente:
l’innalzamento e la proroga del regime di detrazione fiscale per interventi di
miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici (art. 14); la proroga
delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia e per
l’acquisto di immobili (art. 16); l’eliminazione del regime agevolato IVA per
taluni prodotti editoriali, e cioè supporti integrativi a quotidiani e prodotti
editoriali diversi dai libri scolastici e universitari (art. 19);
l’applicazione del regime ordinario IVA per la somministrazione di alimenti e
bevande con distributori automatici (art. 20).
Pertanto,
dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior gettito
risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi
stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA conseguenti
all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli artt. 19 e 20 è poi
previsto un maggior gettito come diretta conseguenza della eliminazione del
regime IVA agevolato nel settore editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli
alimenti somministrati mediante distributori automatici.
1.1.–
La Regione «paventa» che con l’art. 21 si sia inteso stabilire che tutti gli
aumenti di gettito suddescritti confluiscano nel bilancio statale, anche se
derivanti da tributi regionali riscossi in Sicilia e promuove «in via
cautelativa» la questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto la
disposizione de qua. La disposizione impugnata, «ove applicabile ricomprendendo
nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16,
19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto
delle disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi
riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt.
36 e 37 dello statuto nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto
non sussisterebbero i presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di
derogare al principio di attribuzione alla Regione siciliana di tutte le
imposte statali riscosse nell’isola, ovvero a) la natura tributaria
dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c) la destinazione del gettito «con
apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari
finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi
medesime». Relativamente ai maggiori proventi fiscali che ci si attende dalla
ripresa economica stimolata dalle (maggiori) agevolazioni di cui ai citati
artt. 14 e 16, difetterebbe il carattere di novità dell’entrata tributaria;
mentre, relativamente sia a questi che agli aumenti di gettito IVA derivanti
dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe la specifica destinazione a finalità
contingenti o continuative dello Stato.
2.–
Il Presidente del Consiglio dei ministri, ritualmente costituito in giudizio,
sostiene, innanzitutto, l’inammissibilità del ricorso, non avendo, la
ricorrente, adempiuto all’onere, cristallizzato dalla giurisprudenza di questa
Corte (sentenza n. 246 del 2012), di allegare la precisa quantificazione del
pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite
dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure.
2.1.–
Viene, inoltre, sostenuta la infondatezza del ricorso in quanto, per espressa
affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe alcun
danno, stante anche la recente pronuncia di questa Corte, in fattispecie di
analogo contenuto, secondo cui dalle norme statutarie non sarebbe desumibile
alcun principio di invarianza di gettito per la Regione in caso di modifica di
tributi erariali, fatta salva la dimostrazione che la dedotta riduzione di
gettito rende impossibile lo svolgimento delle funzioni regionali (sentenza n.
241 del 2012).
A
ciò si aggiunge che la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del
2013 e, in particolare, di quelle relative alle detrazioni fiscali per
interventi di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento – doveroso –
della direttiva comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche
per la definizione di procedure d’infrazione. Pertanto, il maggior gettito
(peraltro come effetto indotto) derivante dalle disposizioni di carattere
fiscale, dettate tipicamente da obblighi di adeguamento comunitari, non
apparirebbe essere diretto a costituire una riserva erariale in senso tecnico.
Del resto, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva in
materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria, sarebbe
legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine di
favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire
coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba
essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza
regionale.
Alla
luce di quanto esposto il resistente chiede il rigetto del ricorso in epigrafe.






Considerato in diritto
1.–
Con ricorso n. 91 del 2013, la Regione siciliana ha impugnato l’art. 21, comma
3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni
urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e
del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia
per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione
europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito,
con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove
applicabile ricomprendendo nell’aumento di gettito derivante dalle misure
previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri
derivanti allo Stato per effetto delle disposizioni indicate nell’alinea, anche
la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della
Regione», per violazione degli artt. 36 e 37 dello statuto della Regione
siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante
«Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), nonché delle correlate
norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di
attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria) ed in
particolare dell’art. 2.
La
disposizione censurata prevede la copertura degli incrementi di alcune
autorizzazioni di spesa individuate dai commi 1 e 2 dello stesso art. 21 e
degli oneri derivanti da agevolazioni fiscali introdotte dagli artt. 14 e 16
del medesimo decreto-legge «mediante corrispondente utilizzo delle maggiori
entrate e delle minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14,
16, 19 e 20; [...]».
In
particolare, dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior
gettito risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi
stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA che si prevedono
come conseguenti all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli
artt. 19 e 20 del medesimo decreto-legge è poi previsto un maggior gettito come
diretta conseguenza della eliminazione del regime IVA agevolato nel settore
editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli alimenti somministrati mediante
distributori automatici.
1.1.–
A parere della Regione la disposizione censurata, «ove applicabile
ricomprendendo […] anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e
quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt. 36 e 37 dello statuto
nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto non sussisterebbero i
presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di derogare al principio di
attribuzione alla Regione siciliana di tutte le imposte statali riscosse
nell’isola, ovvero a) la natura tributaria dell’entrata; b) la novità di tale
entrata; c) la destinazione del gettito «con apposite leggi alla copertura di
oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative
dello Stato specificate nelle leggi medesime».
Quanto
ai maggiori proventi fiscali previsti sulla base della ripresa economica
stimolata dalle agevolazioni di cui ai citati artt. 14 e 16, difetterebbe il
carattere di novità dell’entrata tributaria. Con riferimento sia ad essi che
agli aumenti di gettito IVA derivanti dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe
la specifica destinazione a finalità contingenti o continuative dello Stato.
1.2.–
Il Presidente del Consiglio dei ministri sostiene l’inammissibilità del
ricorso, non avendo, la ricorrente, adempiuto all’onere di allegare la «precisa
quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua
definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si
ricavano le relative censure», nonché la sua non fondatezza in quanto, per
espressa affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe
alcun danno. Inoltre, la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del
2013 e in particolare di quelle relative alle detrazioni fiscali per interventi
di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento doveroso della direttiva
comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche; pertanto, il
maggior gettito non sarebbe diretto a costituire una riserva erariale in senso
tecnico. Comunque, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva
in materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria,
sarebbe legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine
di favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire
coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba
essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza
regionale.
2.–
Si premette che la questione promossa dalla Regione siciliana è ammissibile,
sebbene formulata in via alternativa – sulla riconducibilità o meno alla
disposizione in esame dei tributi riscossi nel territorio della Regione – in
quanto, secondo costante orientamento di questa Corte, il giudizio in via
principale, a differenza di quanto accade per il giudizio in via incidentale,
può concernere questioni sollevate sulla base di interpretazioni prospettate
dal ricorrente come possibili (sentenze n. 255 del 2013, n. 228 del 2003, n.
412 del 2001, n. 244 del 1997 e n. 242 del 1989).
3.–
Sempre in via preliminare, deve essere esaminata l’eccezione di inammissibilità
prospettata dal Presidente del Consiglio dei ministri per genericità del
ricorso per la «mancata quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri
utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci
finanziari dalle quali si ricavano le relative censure».
L’eccezione
non è fondata in quanto il principio della necessaria allegazione del danno
affermato da questa Corte (sentenza n. 246 del 2012) trova una giustificazione
quando la norma censurata dispone una minore entrata per la Regione e non anche
quando comporti l’esclusione dal beneficio del maggior gettito da essa stessa
introdotto.
4.–
Nel merito la questione è fondata. La disposizione impugnata, come “paventato”
dalla ricorrente, dispone in effetti che la globalità degli aumenti di gettito
confluiscano nel bilancio statale, includendovi, quindi, anche quelli riscossi
nel territorio della Regione siciliana.
Manca
infatti una clausola di salvaguardia che preveda l’inapplicabilità delle
disposizioni in esame alle Regioni ad autonomia speciale ove siano in contrasto
con gli statuti e le relative norme di attuazione.
Va
poi rilevato che la relazione tecnica, nel quantificare ed esporre i dati
contabili ed economici ricollegabili alle misure introdotte, prende a
riferimento le entrate riscosse in tutto il territorio nazionale.
Occorre,
dunque, verificare se ricorrono i presupposti legittimanti la riserva allo
Stato fissati dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, la cui sussistenza è
contestata dalla Regione.
5.–
Essendo pacifico il carattere tributario dell’entrata, deve accertarsi,
innanzitutto, la destinazione a «finalità contingenti o continuative dello
Stato, specificate nelle leggi medesime». Questa Corte, con la sentenza n. 241
del 2012, ha evidenziato che tale condizione «è soddisfatta quando la legge
statale stabilisce che il gettito sia utilizzato per la copertura di oneri
diretti a perseguire “particolari finalità contingenti o continuative dello
Stato specificate” nella legge stessa (sentenza n. 135 del 2012)».
Ebbene,
gli obiettivi di impiego indicati nel censurato comma 3 dell’art. 21 rispondono
ad esigenze specifiche di copertura degli «oneri derivanti dagli articoli 14 e
16 e dai commi l e 2».
Essi
riguardano, rispettivamente, le detrazioni fiscali introdotte da tali norme per
gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici e per
le spese di ristrutturazione edilizia; l’incremento dell’autorizzazione di
spesa di cui all’art. 1, comma 7, del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148
(Interventi urgenti a sostegno dell’occupazione), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 19 luglio 1993, n. 236,
confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione e destinata al
rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga di cui all’art. 2, commi
64 e 65, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma
del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita); l’incremento
dell’autorizzazione di spesa di cui all’art. 5 della legge 6 febbraio 2009, n.
7 (Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione
tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare
socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008), relativa agli oneri derivanti
dagli impegni assunti con il Trattato nonché dal riconoscimento di ulteriori
indennizzi a soggetti titolari di beni, diritti e interessi sottoposti in Libia
a misure limitative, individuati nell’art. 4 della medesima legge n. 7 del
2009.
6.– A conclusioni parzialmente diverse si giunge quanto al requisito della novità della entrata, in ordine al quale deve essere operata una distinzione tra i due gruppi di diposizioni.
6.1.– Le misure di cui agli artt. 19 e 20 del d.l. n. 63 del 2013 rientrano nel perimetro della nozione di «nuova entrata tributaria» tracciato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale può considerarsi tale anche la maggiore entrata derivante da disposizioni legislative che aumentano le aliquote di tributi preesistenti (sentenze n. 97 del 2013, n. 143 del 2012 e n. 348 del 2000).
A tale fattispecie possono senz’altro assimilarsi l’eliminazione del regime IVA agevolato per i prodotti editoriali e, a maggior ragione, l’aumento dell’aliquota IVA per la somministrazione di alimenti e bevande con i distributori automatici.
6.2.– Non rientra, invece, nella nozione di «nuova entrata tributaria» il maggior gettito previsto come effetto indotto delle misure di cui agli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 risultante, cioè, dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali introdotte dalle norme richiamate e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA conseguenti all’incremento delle attività economiche derivante dalla loro agevolazione.
Si tratta di tributi già dovuti in base alla precedente normativa fiscale, il cui gettito non muta per il mutare della norma ma aumenta (rectius, potrebbe aumentare, per l’ipotizzato effetto incentivante sugli investimenti nei settori specifici interessati dalle norme. Difatti per le «somme già dovute in base alla precedente normativa fiscale» va escluso il carattere di novità dell’entrata tributaria (sentenza n. 241 del 2012).
In
termini più generali, questa Corte, con la sentenza n. 306 del 2004, ha poi chiarito che l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 va inteso nel senso che deve essere assicurato alla Regione il gettito derivante dalla «capacità fiscale» che si manifesta nel suo territorio, e cioè dai rapporti tributari che sono in esso radicati, in ragione della residenza fiscale del soggetto produttore del reddito colpito o della collocazione nell’ambito territoriale regionale del fatto cui si collega il sorgere dell’obbligazione tributaria. Ciò che rileva, quindi, è che venga assicurato che alla Regione giunga il gettito corrispondente alla sua capacità fiscale, a nulla rilevando che, come nel caso di specie, l’incremento di quest’ultima sia dovuto a detrazioni fiscali introdotte dal legislatore statale, peraltro comunque poste a carico della Regione.                                                 

Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013,        n. 63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea, non   disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con modificazioni,  all’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, nella parte in cui ricomprende nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 anche i tributi riscossi nella Regione siciliana.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2014.
F.to:
Sabino CASSESE,
Presidente
Giancarlo CORAGGIO,
Redattore
Gabriella MELATTI,
Cancelliere
Depositata in
Cancelleria il 16 luglio 2014.
Il Direttore della
Cancelleria
F.to: Gabriella MELATTI



Sentenza
 42/2013


Giudizio


GIUDIZIO
DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA PRINCIPALE


Presidente GALLO -
Redattore CAROSI


Udienza
Pubblica del 12/02/2013 
Decisione  del 11/03/2013


Deposito del 15/03/2013   Pubblicazione in G.
U. 20/03/2013  n. 12


Norme
impugnate:


Art. 2, c.
4°, del decreto legge 24/01/2012, n. 1, convertito con modificazioni in legge
24/03/2012, n. 27.


Massime:


36964 


Atti
decisi:


ric.
85/2012



SENTENZA N. 42 ANNO 2013
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL
POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Franco GALLO;
Giudici : Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria
NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI,
Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,
Giancarlo CORAGGIO,




ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, promosso dalla Regione siciliana con ricorso notificato il 23 maggio 2012, depositato in cancelleria il 31 maggio 2012 ed iscritto al n. 85 del registro ricorsi 2012.
Visto l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 12 febbraio 2013 il Giudice relatore Aldo Carosi;
udito l’avvocato dello Stato Paolo Gentili per il Presidente del Consiglio dei
ministri.




Ritenuto in fatto
1. – Con ricorso notificato il 23 maggio 2012, depositato il 31 maggio 2012 ed iscritto al n. 85 del registro ricorsi dell’anno 2012, la Regione siciliana ha, tra l’altro, promosso questione di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), così come modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012,
n. 27, pubblicata nel supplemento ordinario n. 53 alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana 24 marzo 2012, n. 71, denunciandone il contrasto con l’articolo 36 [rectius: 36, primo comma] dello statuto della Regione Siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), secondo cui «Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima», e con le relative norme attuative, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), ed in particolare con l’art. 2 [rectius: 2, primo comma], secondo cui «Ai sensi del primo comma dell’articolo 36 dello statuto della Regione siciliana spettano alla Regione siciliana, oltre le entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate, ad eccezione delle nuove entrate tributarie il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime».
La ricorrente lamenta altresì la violazione del principio di leale collaborazione, in quanto la disposizione impugnata non prevederebbe la partecipazione della Regione siciliana al procedimento di ripartizione tra Stato e Regione dei relativi proventi riscossi in Sicilia.
1.1. – L’art. 2 (rubricato «Tribunale delle imprese») del d.l. n. 1 del 2012, nel testo sostituito dalla legge di conversione n. 27 del 2012, ha apportato numerose modifiche all’art. 1 del decreto legislativo 27 giugno 2003 n. 168 (Istituzione di Sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale presso tribunali e corti d’appello, a norma dell’articolo 16 della legge 12 dicembre 2002, n. 273), prevedendo – tra l’altro – l’istituzione di sezioni specializzate in materia d’impresa presso i tribunali e le corti d’appello con sede nel capoluogo di ogni Regione.
Il comma 3 dell’articolo in esame ha inserito il comma 1-ter nell’art. 13 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle  disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), il quale stabilisce che per i processi di competenza delle sezioni specializzate di cui al d.lgs. n. 168 del 2003 il contributo unificato dovuto per le spese di giustizia, previsto al comma 1 del medesimo articolo 13, sia raddoppiato.
Il successivo comma 4 del medesimo art. 2 ha disposto che il maggior gettito derivante dall’applicazione della norma di cui al comma 3 sia versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato, quanto ad euro 600.000 per ciascuno degli anni 2012 e 2013, alla copertura degli oneri derivanti dall’istituzione delle sezioni specializzate in materia di impresa presso gli uffici giudiziari diversi da quelli nei quali, per effetto dell’art. 1 del d.lgs. n. 168 del 2003, sono state istituite le sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale e, per la restante parte, al fondo istituito ai sensi dell’art. 37, comma 10, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A decorrere dall’anno 2014 l’intero ammontare del maggior gettito viene riassegnato al predetto fondo.
1.2. – Secondo la Regione siciliana la destinazione all’erario del maggior gettito derivante dall’aumento del contributo unificato dovuto per le spese di giustizia violerebbe l’art. 36 dello statuto d’autonomia e le relative norme di attuazione in materia finanziaria, di cui al d.P.R. n. 1074 del 1965, ed in particolare l’art. 2, nonché il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni.
Infatti, prosegue la ricorrente, la destinazione del gettito delle entrate tributarie riscosse nel territorio della Regione siciliana potrebbe essere sottoposta a deroghe e limitazioni solamente quando ricorra il doppio requisito della «novità del tributo» e della «specificità dello scopo», così come espressamente previsto sia dall’art. 36 dello statuto che dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965.
Da tali disposizioni difatti, argomenta la difesa regionale, sarebbe possibile ricavare la regola generale secondo la quale, a parte talune individuate
eccezioni – tra le quali sono appunto da ricomprendere le nuove entrate tributarie il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato (finalità specificate nelle leggi medesime) – spettano alla Regione siciliana, oltre alle entrate tributarie da essa direttamente deliberate, anche tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate .
Osserva la Regione siciliana che, diversamente, la disposizione impugnata, malgrado preveda un incremento del gettito di un’imposta preesistente, non indicherebbe, come dovrebbe, una specifica destinazione dello stesso che ne possa giustificare l’attribuzione allo Stato. La norma, pertanto, non sarebbe in grado di integrare quell’eccezione al generale principio devolutivo e tale, quindi, da sottrarre legittimamente alla Regione siciliana i proventi di tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio.
Per tali motivi, la ricorrente sostiene che l’aumento del gettito previsto dalla norma impugnata dovrebbe ritenersi di sua spettanza. In proposito, osserva che «la riserva al bilancio statale dei proventi in questione non appare correlata, tranne forse che per il 2012 ed il 2013, ma certamente non per gli anni  uccessivi, a specifiche finalità che configurino il requisito della clausola di destinazione richiesta dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965».
1.3. – La difesa regionale, come ulteriore profilo di lesione delle proprie prerogative in materia finanziaria, lamenta inoltre che la disposizione impugnata non preveda la partecipazione della Regione al procedimento di ripartizione tra essa stessa e lo Stato dei proventi derivanti dalla riscossione nel territorio siciliano del predetto contributo unificato. In merito, rammenta che la Corte costituzionale, decidendo alcuni giudizi instaurati dalla medesima Regione siciliana, ha più di una volta stigmatizzato l’illegittimità costituzionale dell’assenza di una tale previsione, che verrebbe quindi a violare il «[...] principio di leale cooperazione, dal momento che le clausole di riserva all’erario di nuove entrate (contenute nelle disposizioni censurate) costituiscono un meccanismo di deroga alla regola della spettanza alla Regione del gettito dei tributi erariali (salve alcune eccezioni) riscosso nel territorio della medesima, e la loro attuazione incide, dunque, direttamente sulla effettività della garanzia dell’autonomia finanziaria regionale» (sentenza n. 228 del 2001, ed in termini le precedenti sentenze n. 98, n. 347 e n. 348 del 2000).
Per tali motivi la Regione siciliana conclude chiedendo che la Corte costituzionale voglia dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del d.l. n. 1 del 2012.
2 – Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, deducendo l’infondatezza delle censure regionali.
Secondo la difesa erariale, infatti, l’art. 2, comma 4, del d.l. n. 1 del 2012 configurerebbe una «nuova entrata tributaria» ai sensi dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, come affermato anche di recente dalla stessa Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2012, e sussisterebbero, altresì,
le specifiche finalità della destinazione erariale delle nuove entrate, finalità ovviamente rappresentate dalla necessità di istituire nuove sezioni specializzate in materia di imprese nonché di incrementare il fondo previsto dall’art. 37, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011 al fine di realizzare una maggiore efficienza del sistema giudiziario.
Per tali motivi il Presidente del Consiglio conclude chiedendo che il ricorso venga respinto.




Considerato in diritto
1. – Con ricorso n. 85 del 2012, la Regione siciliana ha impugnato in via principale varie disposizioni del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, fra le quali l’articolo 2, comma 4, nel testo modificato dalla legge di conversione, oggetto del presente giudizio. La norma è stata impugnata in riferimento all’art. 36 [rectius: 36, primo comma] dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), alle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), ed, in particolare, all’art. 2 [rectius: 2, primo comma], nonché al principio di leale collaborazione.
L’articolo 2, comma 4, del d.l. n. 1 del 2012, nel testo modificato dalla legge di conversione n. 27 del 2012, prevede la destinazione all’erario del maggior gettito derivante dall’aumento del contributo unificato stabilito dal comma 3 del medesimo articolo.
1.1. – Secondo la Regione, la norma devolutiva del contributo unificato nel processo dinanzi alle sezioni specializzate in materia di impresa non soddisferebbe il requisito di scopo espressamente previsto dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 contenente le norme di attuazione dello statuto Regione siciliana in materia finanziaria. Gli artt. 36 dello statuto [rectius: 36, primo comma] e 2 [rectius: 2, primo comma] del d.P.R. n. 1074 del 1965 enuncerebbero la regola generale secondo cui tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del territorio siciliano sono di pertinenza della Regione stessa.
Costituirebbe eccezione a tale principio il regime delle «nuove entrate tributarie» il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime.
La norma impugnata non rientrerebbe – secondo la ricorrente – in detta eccezione in quanto non corredata dalla specifica destinazione prescritta dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 e non potrebbe conseguentemente sottrarsi al principio devolutivo del tributo alla Regione.
Quest’ultima ritiene che il vizio, «tranne forse che per il 2012 e 2013», riguarderebbe sicuramente gli altri futuri esercizi.
Inoltre, la norma impugnata, nella parte in cui riserva allo Stato il maggior gettito derivante dai nuovi importi fissati per il contributo unificato nel processo dinanzi alle sezioni specializzate in materia d’impresa, non prevederebbe la partecipazione della Regione siciliana al procedimento di ripartizione tra Stato e Regione dei relativi proventi riscossi in Sicilia. Ne deriverebbe la violazione del principio di leale cooperazione, in quanto l’attuazione delle clausole di riserva all’erario di nuove entrate contenute nelle disposizioni censurate costituirebbe un meccanismo di deroga alla regola della spettanza alla Regione del gettito dei tributi erariali, lesivo dell’autonomia finanziaria regionale.
1.2. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, ritualmente costituito in giudizio, dopo aver ricordato che per «nuova entrata tributaria» può intendersi – ai sensi dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 – anche un incremento di un tributo esistente, rilevando la novità del provento e non quella del tributo, sostiene l’esistenza, nel caso di specie, della specifica finalità della destinazione erariale delle nuove entrate. Essa sarebbe rinvenibile nell’obiettivo programmato di istituire nuove sezioni specializzate in materia di imprese nonché di incrementare il fondo previsto dall’art. 37, comma 10, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, al fine di realizzare una maggiore efficienza del sistema giudiziario.
Alla luce di quanto esposto il resistente chiede il rigetto del ricorso in epigrafe anche con riguardo alla norma oggetto del presente giudizio.
1.3. – Peraltro, la legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2013), ha recentemente modificato (art. 1, comma 25) le disposizioni richiamate dalla norma oggetto di impugnazione. La modifica ha riguardato i commi da 10 a 14 dell’art. 37 del d.l. n. 98 del 2011, mentre è stato aggiunto il comma 11-bis all’art. 37 ed è stata precisata la ripartizione dei maggiori proventi derivanti dai ricorsi proposti davanti ai Tribunali amministrativi regionali ed al Consiglio di Stato.
L’art. 37, commi da 10 a 14, in vigore dal 29 aprile 2012, stabiliva – tra l’altro – che il maggior gettito derivante dall’applicazione delle disposizioni di cui ai  commi 6, 7, 8 e 9, ad eccezione del maggior gettito derivante dal contributo unificato nel processo tributario, fosse versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato ad apposito «Fondo» istituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, per la realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia civile e amministrativa. Secondo una ripartizione decisa da un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia, era stabilita annualmente la ripartizione tra la giustizia civile, amministrativa e tributaria di una quota parte delle risorse confluite nel «Fondo». Per il primo anno un terzo di tale quota era destinato a spese di giustizia, ivi comprese le nuove assunzioni di personale di magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, nonché degli avvocati e procuratori dello Stato, in deroga alle limitazioni previste dalla legislazione vigente; per gli anni successivi le restanti quote erano destinate ad erogare compensi incentivanti in favore degli appartenenti ad uffici giudiziari che avessero raggiunto obiettivi di riduzione dell’arretrato ivi pendente nonché a sostenere le spese di funzionamento dei medesimi uffici.
L’art. 37, (commi da 10 a 15), nel testo modificato dalla citata legge di stabilità per il 2013, dispone invece che il maggior gettito derivante dall’applicazione delle disposizioni di cui ai commi 6, lettere da b) a r), 7, 8 e 9, ad eccezione del maggior gettito derivante dal contributo unificato nel processo tributario, sia versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero della giustizia per la realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia civile, mentre il maggior gettito derivante dall’applicazione delle disposizioni di cui al comma 6, lettera s), sia versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, alimentato con le modalità di cui al periodo precedente, per la realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia amministrativa. Con specifico riguardo al capitolo acceso presso lo stato di previsione del bilancio del Ministero della giustizia, si dispone che con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia, sia stabilita la ripartizione in quote delle risorse ivi confluite per essere destinate, in via prioritaria, all’assunzione di personale di magistratura ordinaria nonché, per il solo anno 2013, per consentire ai lavoratori cassintegrati, in mobilità, socialmente utili, ai disoccupati ed agli inoccupati, che a partire dall’anno 2010 hanno partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso gli uffici giudiziari, il completamento del percorso formativo entro il 31 dicembre 2013, nel limite di spesa di 7,5 milioni di euro. A decorrere dall’anno 2014 tale ultima quota sarà destinata all’incentivazione del personale amministrativo appartenente agli uffici giudiziari presso i quali, alla data del 31 dicembre, risultino pendenti procedimenti civili e amministrativi in numero ridotto di almeno il 10 per cento rispetto all’anno precedente nonché a sostenere le spese di funzionamento degli uffici giudiziari. Con modalità e finalità analoghe è prevista
la ripartizione delle risorse versate nel capitolo di cui al comma 10, secondo periodo.
2. – Riservate a separate pronunce le decisioni sull’impugnazione delle altre norme contenute nel d.l. n. 1 del 2012, occorre preliminarmente verificare se la sopravvenuta normativa introdotta dalla legge di stabilità per il 2013 (art. 1, comma 25, della legge n. 228 del 2012) abbia corretto in modo sostanziale l’assetto della norma denunciata oppure se il testo al momento vigente, oggetto di richiamo da parte della disposizione in esame, non abbia alterato il thema decidendum.
A ben vedere, le numerose modifiche intervenute nei commi 10-15 dell’art. 37 del d.l. n. 98 del 2011 non consentono di ritenere rinnovata o superata la questione posta dalla ricorrente. Esse hanno parzialmente corretto le categorie dei “beneficiari” delle maggiori risorse, i criteri ed i tempi del riparto, nonché il procedimento di “ri-assegnazione” dei maggiori proventi derivanti dal contributo unificato. Tali proventi, a parte le somme riservate per gli anni 2012 e 2013 – nei limiti di euro 600.000 – ai maggiori oneri derivanti dalla istituzione delle sezioni specializzate dei tribunali in materia di impresa, a partire dall’esercizio 2013 non saranno più riassegnati in un unico «Fondo» istituito nel bilancio di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze bensì in un apposito «capitolo» dello stato di previsione del Ministero della giustizia per essere destinati al finanziamento delle assunzioni di magistrati ordinari e per consentire – per il solo anno 2013 – ai lavoratori cassintegrati, in mobilità, socialmente utili, ai disoccupati ed agli inoccupati, che a partire dall’anno 2010 hanno partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso gli uffici giudiziari, di completare il rispettivo percorso formativo.
Infine, si prevede che entrambi i capitoli di spesa finanzieranno “a regime” sia le assunzioni del personale di magistratura che i compensi incentivanti legati al conseguimento di obiettivi di smaltimento degli arretrati.
La legge di stabilità per il 2013 ha omesso di coordinare il rinvio della norma oggetto di scrutinio alle sopravvenute modalità di impiego del nuovo gettito cosicché l’art. 2, comma 4, continua a prevedere la “riassegnazione” dei maggiori proventi al «Fondo» istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze (ormai implicitamente abrogato). Peraltro, tale mancanza di coordinamento tra la norma impugnata – che prevede ancora la “riassegnazione” ad un «Fondo» non più esistente – ed il nuovo art. 37 del d.l. n. 98 del 2011 non è in grado di conferire un significato diverso all’art. 2, comma 4, ed in particolare alla natura di scopo dell’impiego del maggior gettito.
In realtà, la sostituzione della previsione dell’unico «Fondo» con quella dei due «capitoli» istituiti presso gli stati previsionali dei bilanci del Ministero della giustizia e del Ministero dell’economia e delle finanze, così come la parziale riformulazione delle finalità e delle modalità di impiego dei proventi, non cambiano la sostanza del problema poiché mutano le modalità di impiego delle risorse, ma rimane invariato il carattere di scopo dello stesso. Infatti, la sostituzione del «Fondo» con i due «capitoli» comporta la semplice modifica del meccanismo di destinazione ed impiego dei proventi attraverso un sistema di riparto “originario” che non necessita più di un provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri di concerto con gli altri dicasteri.
Dal raffronto tra la vecchia e la nuova formulazione delle norme, cui rinvia la disposizione impugnata, consegue dunque che la questione di costituzionalità sollevata in riferimento all’art. 36 dello statuto ed alle correlate norme di attuazione contenute nel d.P.R. n. 1074 del 1965 rimane inalterata sia in relazione alle originarie destinazioni e modalità di impiego dell’incremento contributivo che a quelle ora vigenti.
3. – Tanto premesso, la questione posta in riferimento alle menzionate disposizioni dello statuto e delle norme attuative non è fondata.
L’art. 36 dello statuto di autonomia speciale e l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 prevedono la titolarità, a favore della Regione siciliana, di tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio (ad eccezione di alcuni specifici tributi).
Dette
disposizioni consentono una deroga a tale principio quando una legge statale attribuisce allo Stato il gettito di determinati tributi, in presenza di due condizioni tassative e cumulative: a) che si tratti di una entrata tributaria «nuova»; b) che il relativo gettito sia destinato dalla legge alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime.
È stato già affermato da questa Corte che il contributo unificato ha natura di «entrata tributaria erariale» ai sensi dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 (sentenze n. 143 del 2012 e n. 73 del 2005).
La Regione siciliana, nel caso in esame, ritiene insussistente la seconda delle condizioni richieste dal predetto art. 2 e, cioè, la “finalizzazione” del tributo medesimo, non essendo in dubbio, quanto alla prima, che per «nuova» entrata tributaria (la quale può essere riservata allo Stato, in virtù dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965) si deve intendere anche la maggiore entrata derivante da disposizioni legislative che aumentano le aliquote di tributi preesistenti (ex plurimis, sentenza n. 348 del 2000).
In particolare, la ricorrente non mette in dubbio la legittimità dell’incremento, destinato allo Stato dalla disposizione denunciata, del contributo unificato e neppure la sussistenza del requisito della novità, ma contesta l’esistenza del secondo requisito necessario per consentire la deroga al principio devolutivo, consistente nella specifica previsione legislativa di destinazione di detto incremento alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato, specificate nella medesima legge istitutiva.
Gli obiettivi di impiego dettagliatamente indicati sia nella originaria formulazione dell’art. 37 (cui la norma impugnata rinvia) che in quella vigente rispondono ad esigenze specifiche, le quali – sia pure nei loro eterogenei tratti distintivi – rientrano nei prescritti caratteri di natura contingente o continuativa. 

A tali categorie possono essere ascritti gli scopi afferenti sia all’originaria formulazione – realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia civile e amministrativa, nuove assunzioni di personale di magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, e degli avvocati e procuratori dello Stato, funzionamento degli uffici giudiziari, incentivazione degli obiettivi previsti di riduzione delle pendenze nei medesimi uffici nonché erogazione di misure incentivanti per il personale di magistratura – sia a quella vigente: interventi urgenti in materia di giustizia civile, assunzione di personale di magistratura ordinaria, nonché, per il solo anno 2013, completamento dei percorsi formativi dei lavoratori cassintegrati, in mobilità, socialmente utili, disoccupati ed inoccupati che, a partire dall’anno 2010, hanno partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso gli uffici giudiziari, e, con decorrenza dall’anno 2014, incentivazione del personale amministrativo appartenente a quegli uffici giudiziari che, alla data del 31 dicembre, abbiano conseguito una riduzione di almeno il 10 per cento delle pendenze dei procedimenti civili rispetto all’anno precedente.
Alla luce dei dati normativi, così ricostruiti, deve concludersi che l’incremento del contributo unificato è legittimamente attribuito allo Stato perché, nel rispetto degli evocati parametri statutari, esso è interamente vincolato alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato stesso, specificate nella legge.
4. – Anche la questione proposta in riferimento al principio di leale collaborazione non è fondata.
Occorre evidenziare al riguardo che in analoga fattispecie afferente all’art. 37, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011, il quale riservava allo Stato il maggior gettito derivante dall’incremento dell’importo del contributo unificato dovuto nelle cause civili e amministrative, la Corte costituzionale ha già affermato che, «[...] quando il legislatore riserva all’erario “nuove entrate tributarie”, il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni impone la previsione di un procedimento che contempli la partecipazione della Regione siciliana (la quale deve essere posta in grado di interloquire sulle scelte tecniche e sulle stime da effettuare e di rappresentare il proprio punto di vista), solamente se la determinazione in concreto del gettito derivante dalle nuove norme sia complessa (sentenze n. 152 del 2011, n. 288 del 2001, n. 348, n.347 e n. 98 del 2000)» (sentenza n. 143 del 2012), condizione ritenuta insussistente in quell’occasione in quanto la «determinazione di tale ammontare nei singoli casi concreti dipende da elementi di agevole individuazione» (sentenza n. 143 del 2012).
La formulazione della norma ora impugnata è inequivocabile nel destinare allo Stato tutto il maggior gettito prodotto dall’incremento degli importi ordinariamente dovuti a titolo di contributo unificato. Nel caso di specie la divisione del gettito tra Stato e Regione costituisce un’operazione agevole come quella precedentemente esaminata con la sentenza n. 143 del 2012. Da ciò consegue che non vi è alcuna necessità di coinvolgere la Regione nella determinazione e ripartizione degli importi.
Quanto al timore della ricorrente che il maggior gettito erariale possa confluire indistintamente nel bilancio dello Stato senza realizzare le specifiche finalità che configurano il requisito della deroga al principio devolutivo regionale, questa Corte ha già precisato che, ove lo Stato in sede di applicazione del riparto del tributo, dovesse determinare in modo erroneo la quota di spettanza della Regione, quest’ultima «potrà sempre tutelarsi con le opportune iniziative, incluso il conflitto di attribuzione» (ancora sentenza n. 143 del 2012). Ciò vale non solo per le operazioni amministrative di riparto,ma anche per la concreta gestione della partita di spesa. Se le risorse risultanti dal maggior gettito non venissero impiegate per i fini contemplati dalla disposizione che lo ha istituito oppure nel caso in cui il mancato integrale o parziale impiego delle stesse desse luogo ad economie direttamente confluenti nel risultato di amministrazione dello Stato quale indistinta componente attiva, ben potrebbe la Regione siciliana rivendicarne – attraverso apposito conflitto – la spettanza in base al richiamato principio devolutivo contenuto nello statuto regionale.
5. – Deve essere dunque esclusa l’illegittimità costituzionale della norma censurata, fermo restando che, nell’ipotesi in cui le somme confluite nelle partite di spesa del bilancio di previsione 2012 per le finalità contemplate dalle disposizioni che hanno determinato il maggior gettito, non dovessero essere integralmente o parzialmente impiegate per il suddetto scopo, la Regione siciliana potrà legittimamente rivendicare l’attribuzione del maggior gettito o del residuo non impiegato, eventualmente esperendo le azioni consentite.




Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27;
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge n. 1 del 2012, nel testo modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n. 27, promossa, in riferimento all’art. 36 dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), alle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria) e, in particolare, all’art. 2, nonché al principio di leale collaborazione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte
costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 marzo 2013.
F.to:
Franco
GALLO, Presidente
Aldo
CAROSI, Redattore
Gabriella
MELATTI, Cancelliere
Depositata
in Cancelleria il 15 marzo 2013.
Il Direttore
della Cancelleria
F.to:
Gabriella MELATTI


Scippo al Sud – Indagine minuziosa su tutti i fondi

rubati al Sud e portati al Nord dell’Espresso
29 ottobre 2010

Decine di miliardi destinati al Mezzogiorno usati per altri scopi. Dai trasporti sul lago di Garda ai debiti del Campidoglio. E persino per coprire il deficit causato dall’addio all’Ici


Un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andato a finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l’economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio dei comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria dell’abolizione dell’Ici.


Un fiume di denaro destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese e che è stato impiegato invece dal governo per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia. Sono alcuni brandelli di una storia incredibile, il grande scippo consumato ai danni delle regioni meridionali. La storia delle scorribande sul Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, manomesso e spremuto negli ultimi anni dal governo Berlusconi per finanziare misure economiche e opere pubbliche che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali. 

Un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato. Fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico.


La Corte dei conti ha provato a stoppare lo sperpero lamentandosi apertamente per l’utilizzo dei soldi del Fas che hanno finito per assumere”l’impropria funzione di fondi di riserva diventando uno dei principali strumenti di copertura degli oneri finanziari” connessi alla politica corrente del governo. Ma con scarsi risultati: qualche riga sui giornali, poi il silenzio. Anche Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, ha chiesto al governo di “smetterla di utilizzare i Fas come un Bancomat”. Così come Dario Franceschini al tempo in cui era segretario del Pd: “Ogni volta che è stato necessario finanziare qualcosa, dall’emergenza terremoto alle multe per le quote latte”, ha affermato, “si è fatto ricorso al Fas togliendogli risorse”. Quante per l’esattezza? Cifre precise non ce ne sono. Interpellata, persino la presidenza del Consiglio getta la spugna dichiarandosi incapace di fornire un rendiconto dettagliato delle spese fatte con i fondi Fas. Secondo una stima de ‘L’espresso’ però i soldi impropriamente sottratti al Sud solo negli ultimi due anni sono circa 37 miliardi. Una cifra ragguardevole confermata dal senatore democratico Giovanni Legnini: “Siamo di fronte ad una dissipazione vergognosa che certifica come il Pdl stia tradendo il Sud”. Giudizio condiviso persino da Giovanni Pistorio, senatore siciliano dell’Mpa, il Movimento politico per le autonomie, parte organica della maggioranza di centrodestra: “Gli impegni verso il Mezzogiorno erano al quinto punto del programma elettorale del Pdl, il governo li ha completamente disattesi”.

Quante promesse

E già, chi non ricorda le  sparate a favore del Meridione con le quali il Cavaliere giurava che stava “lavorando con tutti i ministri per mettere a punto un piano innovativo per il Sud, la cui modernizzazione e il cui sviluppo ci stanno da sempre a cuore”? O quelle del sottosegretario Gianfranco Micciché che, sebbene da quasi dieci anni come viceministro o sottosegretario gestisca i fondi per il Meridione, più volte ha minacciato la fondazione di un partito del Sud se Berlusconi non avesse “sbloccato i fondi Fas e reso i parlamentari meridionali protagonisti della elaborazione delle strategie”? Parole al vento.
La storia del Fas e dei suoi maneggiamenti comincia nel 2003 con il secondo governo Berlusconi quando tutte le risorse destinate alle aree sottoutilizzate vengono concentrate e messe sotto il cappello del ministero per lo Sviluppo economico. Il compito di ripartire le risorse viene invece affidato al Cipe con il vincolo di destinarne l’85 per cento al Sud e il 15 al Centro e al Nord. Intenti lodevoli, ma si parte subito con il piede sbagliato. Nel solco della peggiore tradizione della Cassa per il Mezzogiorno, i fondi finiscono per essere in gran parte utilizzati  per quella politica delle mance tanto cara ai ras locali di tutti i partiti e alle loro fameliche clientele. Il 2003 è un anno destinato a rimanere negli annali degli sperperi. A colpi di milioni di euro si realizzano fondamentali infrastrutture come il museo del cervo a Castelnuovo Volturno e quello dei Misteri a Campobasso; il visitor center a Scapoli; si valorizza la palazzina Liberty di Venafro; si implementa il sito Web della Regione Molise; si restaurano conventi, chiese e cappelle a decine come a Montelongo, Castropignano e Gambatesa; si acquistano teatri come a Guglionesi; si consolida il santuario di Montenero di Bisacce. Per carità, si fanno pure le reti fognarie nei paesi e strade interpoderali sempre utili alle popolazioni; si recuperano siti turistici e pure aree naturalistiche, ma a fare epoca sono sicuramente il fiume di regalie come quelle legate al recupero e la valorizzazione della collezione Brunetti e agli studi sulle valenze naturalistiche dell’aerea di Oratino, al museo ornitologico di Montorio dei Frentani, per non parlare della realizzazione dell’enoteca regionale del Molise.

Progetti inutili

Insomma, una insaziabile vocazione a spendere. Che continua a prosciugare il Fas anche negli anni successivi, pure quando a Palazzo Chigi torna Prodi. Tra il 2006 e 2007, accanto a tanti impeccabili interventi per il Sud, come il finanziamento ai programmi per l’autoimprenditorialità e autoimpiego gestiti da Sviluppo Italia (90 milioni) o agli interventi per il risanamento delle zone di Sarno e Priolo, appaiono una miriade di contributi a progetti che con il Sud hanno poco a che vedere: 180 milioni vanno per esempio al progetto ‘Valle del Po'; 268 al ministero dell’Università per i distretti tecnologici; 119 al ministero per le Riforme per l’attuazione di programmi nazionali in materia di società dell’informazione; altri 36 milioni al ministero dell’Ambiente per finanziare tra l’altro il ‘Progetto cartografico’. E non è finita: un milione finisce al ministero per le Politiche giovanili e le attività sportive per vaghe attività  di assistenza; un altro milione al Consorzio nazionale per la valorizzazione delle risorse e dei prodotti forestali con sede in Frontone nella meridionalissima provincia di Pesaro e Urbino; 4 milioni al completamento dei lavori di ristrutturazione di Villa Raffo a Palermo, sede per le attività di alta formazione europea; 2 milioni alla regione Campania per la realizzazione del museo archeologico nel complesso della Reggia di Quisisana; 20 milioni al Cnipa per l’iniziativa telematica ‘competenza in cambio di esperienza: i giovani sanno navigare, gli anziani sanno dove andare'; quasi 4 al ministero degli Esteri per il sostegno delle ‘relazioni dei territori regionali con la Cina’.
Sarebbe già abbastanza per gridare allo scandalo. Ma non è finita: da conteggiare ci sono pure i trasferimenti di risorse Fas ai vari ministeri e che si sono tradotti tra l’altro in scite di 25 milioni a favore della presidenza del Consiglio per coprire le spese della rilevazione informatizzata delle elezioni 2006; 12 per finanziare le attività di ricerca e formazione degli Istituti di studi storici e filosofici di Napoli; 5 milioni al comando dei carabinieri per la tutela ambientale Regione siciliana per interventi di bonifica; 52 per coprire i crediti di imposta di chi utilizza agevolazioni per investimenti in campagne pubblicitarie locali; 106 milioni per l’acquisto di un sistema di telecomunicazione in standard Tetra per le forze di polizia. E vai a capire perché.

Cavaliere all’attacco 


Insomma, un autentico pozzo senza fondo al quale si attinge per le esigenze più disparate rendendo vane le richieste di un disegno organico per il rilancio ll’economia meridionale. Sarà anche per questo che tra il 2007 e il 2008 arriva una mezza rivoluzione per il Fas. L’intento sembra quello di fare ordine e voltare pagina, in concreto si gettano le premesse per l’ultimo grande scippo.

Cominciamo dai soldi. Il governo Prodi riprogramma le risorse per il Meridione e con la Finanziaria 2007 stanzia a carico del Fas 64 miliardi 379 milioni, un autentico tesoro. Con tanti soldi a disposizione e l’esperienza negativa dei decenni di intervento straordinario a favore del Mezzogiorno, sembra l’inizio di una nuova era: il Sud deve solo pensare a spendere con raziocinio. Invece all’inizio del 2008 esce di scena Prodi e rientra in gioco Berlusconi. Che, per coprire le spese dei pochi interventi di politica economica che riesce a varare, ricomincia a saccheggiare proprio il Fas, una delle poche voci di bilancio davvero carica di soldi. Non è un caso perciò se a fine 2008 il Fondo si vede sottrarre altri 12 miliardi 963 milioni per finanziare una serie di provvedimenti tra cui quelli che foraggiano le aziende viticole siciliane carissime al sottosegretario Micciché (150 milioni); l’acquisto di velivoli  antincendio (altri 150); la viabilità di Sicilia e Calabria (1 miliardo) e la proroga della rottamazione dei frigoriferi (935 milioni); l’emergenza rifiuti in Campania (450); i disavanzi dei comuni di Roma (500) e Catania (140); la copertura degli oneri del servizio sanitario (1 miliardo 309 milioni); le agevolazioni per i terremotati di Umbria e Marche (55 milioni) e perfino la copertura degli oneri per l’assunzione dei ricercatori universitari (63).

Tagli dolorosi E siamo solo all’assaggio.

Un altro taglio da un miliardo e mezzo arriva per una serie di spese tra cui quelle per il G8 in Sardegna (100 milioni) marchiato dagli scandali; per l’alluvione in Piemonte e Valle d’Aosta (50 milioni); la copertura degli oneri del decreto anticrisi 2008 e gli accantonamenti della legge finanziaria; gli interventi per la banda larga e per il finanziamento dell’abolizione dell’Ici (50 milioni).


Il secondo elemento della ‘rivoluzione’ del 2008 è costituito dalla trovata di Berlusconi e Tremonti di riprogrammare e concentrare le risorse del Fas (ridotto nel frattempo a 52 miliardi 400 milioni) su obiettivi considerati “prioritari per il rilancio dell’economia nazionale”. Come? Anzitutto, attraverso la suddivisione dei soldi tra amministrazioni centrali (25 miliardi 409 milioni) e Regioni (27 miliardi).

Poi con la costituzione di tre fondi settoriali: uno per l’occupazione e la formazione; un altro a sostegno dell’economia reale istituito presso la presidenza del Consiglio; un terzo denominato Infrastrutture e che dovrebbe curare il potenziamento della rete infrastrutturale a livello nazionale, comprese le reti di telecomunicazioni e energetiche, la messa in sicurezza delle scuole, le infrastrutture museali, archeologiche e carcerarie.


Denominazioni pompose ma che in realtà nascondono un unico disegno: dare il via al saccheggio finale.


Al Fondo per l’occupazione e la formazione vengono per esempio assegnati 4 miliardi che trovano i primi impieghi per finanziare la cassa integrazione e i programmi di formazione per i  lavoratori destinatari di ammortizzatori sociali. Quanto al fondo per il sostegno all’economia reale finanziato con 9 miliardi va a coprire le uscite per il termovalorizzatore di Acerra (355 milioni); gli altri sperperi per il G8 alla Maddalena (50), mentre 80 milioni se ne vanno ancora per la rete Tetra delle forze di polizia in Sardegna; un miliardo per il finanziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese; 400 milioni per incrementare il fondo ‘conti dormienti’ destinato all’indennizzo dei risparmiatori vittime delle frodi finanziarie; circa 4 miliardi per il terremoto in Abruzzo; 150 milioni per gli interventi dell’Istituto di sviluppo agroalimentare amministrato dal leghista Nicola Cecconato; 50 milioni per gli interventi nelle zone franche urbane; 100 per interventi di risanamento ambientale; 220 di contributo alla fondazione siciliana Rimed per la ricerca biotecnologica e biomedica.

Senza fondo 
Ma la vera sagra della dissipazione si consuma all’interno del fondo Infrastrutture (12 miliardi 356 milioni di dotazione iniziale) dove il Sud vede poco o niente. Le sue dotazioni se ne vanno per mille rivoli a coprire i più svariati provvedimenti governativi: 900 milioni per l’adeguamento dei prezzi del materiale da costruzione (cemento e ferro) necessario per riequilibrare i rapporti contrattuali tra stazioni appaltanti e imprese esecutrici dopo i pesanti aumenti dei costi; 390 per la privatizzazione della società Tirrenia; 960 per finanziare gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato; un altro miliardo 440 milioni per i contratti di servizio di Trenitalia; 15 milioni per gli interventi in favore delle fiere di Bari, Verona, Foggia, Padova.

Ancora: 330 milioni vanno a garantire la media-lunga percorrenza di Trenitalia;
200 l’edilizia carceraria (penitenziari in Emilia Romagna, Veneto e Liguria) e per mettere in sicurezza quella scolastica; 12 milioni al trasporto nei laghi Maggiore, Garda e Como. Pesano poi sul fondo Infrastrutture l’alta velocità Milano-Verona e Milano-Genova; la metro di Bologna; il tunnel del Frejus e la Pedemontana Lecco-Bergamo. E poi le opere dell’Expo 2015 che comprendono il prolungamento di due linee della metropolitana milanese per 451 milioni; i 58 milioni della linea C di quella di Roma; i 50 per la laguna di Venezia; l’adeguamento degli edifici dei carabinieri di Parma (5); quello dei sistemi metropolitani di 
Parma, Brescia, Bologna e Torino (110); la metrotranvia di Bologna (54 milioni); 408 milioni per la ricostruzione all’Aquila; un miliardo 300 milioni a favore della società Stretto di Messina. E non per le spese di costruzione della grande opera più discussa degli ultimi 20 anni, ma solo per consentire alla società di cominciare a funzionare.


A CURA DEL COMITATO
CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE






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