L’autorizzazione Integrata Ambientale non è l’applicazione asettica di un insieme di tecniche e di relative “prestazioni ambientali” ma piuttosto il risultato di un percorso di analisi volto ad individuare l’assetto impiantistico e produttivo che combina assieme i tre elementi cardine dell’IPPC: controllo combinato delle emissioni aria-acqua-suolo, riferimento a standard tecnologici e gestionali di settore, valutazioni delle condizioni locali.

Attori principali sono fondamentalmente le amministrazioni che avranno il compito di rilasciare le autorizzazioni, i gestori che le richiedono e la comunità locale destinataria indiretta delle scelte delle pubblica amministrazione che dovrà provvedere al contemperamento degli interessi di cui tali attori si fanno portatori all’interno del provvedimento complesso.
Ricorso al TAR Palermo di Cittadini di Isola delle Femmine per annullamento decreto n 693 della Regione Sicilia a favore della Italcementi

Conferenze: 31 Luglio 2007-21 Novembre 2007-31 gennaio 2008-20 febbraio 2008-19 marzo 2008

Cambiamo Aria


Il Piano regionale per la qualità dell'aria presentato dalla regione Sicilia nel 2007 somiglia stranamente a quello del Veneto. Semplice coincidenza?

E' da un pò che in Sicilia non si respira più la stessa aria. Da Palermo a Gela, da Catania a Caltanisetta ci sono segnali di cambiamento che vengono dalla società civile, dai commercianti, dagli industriali che si ribellano contro la mafia e il pizzo. Anche la burocrazia regionale se n'è accorta. Per questo nel "Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell'aria", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, sono state introdotte importanti novità. Ora siamo più europei e lo conferma il rigido clima dell'isola. In più abbiamo un "bacino aerologico padano" e "piste ciclabili lungo gli argini dei fiummi e dei canali" presenti nei centri storici dei comuni siciliani. A leggere il piano in questione si può fare a meno anche dell'autonomia, dato che anche il Parlamento , l'Assemblea Regionale, è diventato un normale Consiglio regionale come quello del Veneto.

Un bel sogno che è stato interrotto da quei materialisti di Legambiente che hanno rilevato come il Piano sia, per usare un eufemismo, troppo simile a quello del Veneto. E dire che porta la firma di ben nove eccellenti autori: dirigenti dell'Assessorato e professori universitari, L'Assessore all'Ambiente Rossana Interlandi, dice che nel caso in cui errori vi siano stati, questi devono essere accertati, e comunque questo non legittima nessuno a parlare di plagio. L'Assessore ha ragione, in primo luogo perchè ispirarsi a un piano esistente conferma la teoria che riciclare conviene. E poi, non è che i piani regionali sono tutelati da diritto d'autore, senno dovrebbero riconoscere anche i diritti Siae ai dirigenti e consulenti che li preparano, Quidi è giusto che nessuno dei responsabili di questo piano cambi aria. In fondo la Regione non è mica il Palermo Calcio, che dopo una partita persa 5 a 0 con la Juve esonera l'allenatore. Bisogna prima accertarsi di non aver perso la partita.

Se intanto il camponato finisce, pazienza.

Gianpiero Caldarella Sdisonorata Società Navarra editore
Piano Regione Sicilia Qualità e Tutella dell'Aria

giovedì 11 ottobre 2012

Lettera arrogante di Corrado Clini sull’Ilva di Taranto Italcementi sotto sequestro per emissioni nocive

Caro direttore,

se smettissimo di guardare alla città di Taranto come il luogo ideale di un nuovo scontro ideologico fra industria e lavoro, fra ambiente e salute, potremmo forse fare scoprire e apprezzare il valore del lavoro serio e convergente delle istituzioni dello Stato. Per questo credo sia doveroso nei confronti dei lettori offrire alcuni chiarimenti per ripristinare trasparenza sulle posticcie opacità messe nero su bianco ieri da Gad Lerner.
Con il rilascio della nuova AIA puntiamo a stabilire gli impegni e gli obblighi di Ilva per adeguare rapidamente gli impianti ai più recenti standard ambientali e tecnologici europei (senza aspettare il termine del 2016 previsto dalla Ue), raggiungendo due obiettivi:
1) la salvaguardia dell’ambiente e della salute, insieme al consolidamento del ruolo industriale del più grande centro siderurgico europeo;
2) la realizzazione di una posizione di vantaggio competitivo di ILVA nei confronti degli altri produttori europei, trainata da standards ambientali severi e da tecnologie avanzate, coerentemente con la strategia europea per lo sviluppo sostenibile.
Una deroga mascherara come sospetta Lerner? Tutt’altro!
L’AIA, secondo l’audace opinionista, sarebbe rilasciata in conflitto con il Gip. Singolare affermazione. Il Ministro dell’Ambiente applica in modo rigoroso e restrittivo la legge, per assicurare la migliore protezione dell’ambiente e della salute. Dove sarebbe il contrasto?
A proposito della precedente autorizzazione, segnalo al distratto commentatore che l’allora direttore generale non si è mai occupato, neppure di striscio, delle autorizzazioni e che, da Ministro dell’Ambiente, ha disposto il riesame di quell’AIA il 7 marzo 2012, prima che famosi giornalisti scoprissero il caso Taranto. I fatti non sono un optional.
Possiamo supporre che gruppi industriali europei e non abbiano buoni motivi per sperare che la nostra iniziativa non abbia successo, e certamente hanno molti strumenti per influenzare negativamente l’esito del nostro lavoro. Sarebbero in tanti a guadagnarci, in Italia e all’estero, politicamente ed economicamente. Ecco perchè quello che accade a Taranto è importante. È uno specchio della sfida che l’Italia ha davanti a se. Chiedere che questo specchio non sia deformato sulla base di pregiudizi o di interessi particolari non mi pare chiedere troppo.
Cordialmente,
Corrado Clini, ministro dell’ambiente

http://www.gadlerner.it/2014/05/27/una-vecchia-lettera-arrogante-di-corrado-clini-sullilva-di-taranto




Italcementi di Colleferro sotto sequestro per emissioni nocive

 

Valle del Sacco, un secolo di veleni

La videoinchiesta di Antonio Cianciullo e Giulio La Monica

Il provvedimento adottato a seguito di irregolarità nel funzionamento dei camini del cementificio. Il gip ha dato ai responsabili dell’impianto dieci giorni di tempo per eliminare gli inconvenienti. Avviso di garanzia al direttore dello stabilimento Alfredo Vitale

Italcementi


E’ la Italcementi il nuovo caso Ilva scoppiato questa mattina, a cinquanta chilometri da Roma, nel cuore della città industriale di Colleferro, uno dei 57 siti d’interesse nazionale che attendono da decenni una bonifica. Il Noe del Lazio – guidato dal capitano Pietro Rajola Pescarini – ha sequestrato uno dei principali impianti di produzione di cemento del paese, una gigantesca cattedrale nata e cresciuta a poche centinaia di metri dal centro storico della città in provincia di Roma.
Emissioni oltre i limiti consentiti, mancato rispetto delle prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale, esercizio di una parte dell’impianto senza la prescritta Aia: pesanti le accuse che il pm di Velletri Giuseppe Travaglini ha rilevato dopo una serie di controlli, accolte dal gip Giuseppe Cario, che ha disposto il sequestro dell’intero impianto, evidenziando come “il protrarsi di tale situazione costituisca fonte di pericolo generale”. Ora la società bresciana ha dieci giorni di tempo per poter risolvere i tanti problemi che il Noe ha scoperto nelle ispezioni all’interno della fabbrica di Colleferro, prima dell’eventuale fermo degli impianti. Un tempo ridottissimo, un conto alla rovescia arrivato dopo anni di accuse da parte delle associazioni ambientaliste della città e di dati allarmanti pubblicati sugli studi epidemiologici rispetto all’aumento della patologie respiratorie nelle fasce giovanili nella zona.
L’impianto sorge in un’area particolarmente delicata dal punto di vista ambientale, dove sono in funzione due inceneritori – sequestrati a loro volta nel 2009 e poi riavviati dopo un anno di fermo – un polo delle fabbriche di esplosivi e un’intera valle contaminata dai derivati del lindano, la sostanza base del Ddt. Sul funzionamento dell’Italcementi il gip Cario elenca le tante presunte violazioni delle norme ambientali. Alcune prescrizioni dell’Aia rilasciata dalla provincia di Roma non sarebbero state rispettate, con emissioni, nel caso di un camino, che superano i limiti autorizzati; sono poi “ben 14 i camini risultati non conformi alle prescrizioni, in quanto non dotati di prese di campionamento”, rendendo impossibile “eseguire controlli analitici”; e ancora “la possibilità di inoltrare i fumi caldi delle emissioni (…) verso altri punti di emissione determina l’impossibilità del monitoraggio, non avendo la società descritto le modalità di funzionamento dei due forni”. Un quadro definito grave dagli investigatori. Con il decreto di sequestro è stato anche notificato il contestuale avviso di garanzia al direttore dell’impianto Italcementi di Colleferro, Alfredo Vitale, accusato dalla procura di Velletri di aver violato l’articolo 29 del decreto ambientale del 2006. Al momento non risultano altri indagati.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/11/italcementi-di-colleferro-sotto-sequestro-per-emissioni-nocive/379238/


LAVORO & SALUTE


Colleferro, sigilli all'Italcementi
L'accusa: dai camini emissioni nocive


Il gip di Velletri: 14 scarichi non a norma. Direttore indagato. Dieci giorni per mettersi in regola, altrimenti l'impianto sarà spento. Il sindaco: a rischio i redditi di 500 famiglie


Lo stabilimento Italcementi di Colleferro (Foto Proto)
Lo stabilimento Italcementi Collferro
(Foto Proto)
  

Colleferro, sigilli all'Italcementi 

L'accusa: dai camini emissioni nocive

Il gip di Velletri: 14 scarichi non a norma. Direttore indagato. Dieci giorni per mettersi in regola, altrimenti l'impianto sarà spento. Il sindaco: a rischio i redditi di 500 famiglie
ROMA - Emissioni nocive. Per questo i carabinieri del Noe, su disposizione del gip di Velletri Giuseppe Cairo, hanno sequestrato lo stabilimento Italcementi di Colleferro. Il direttore dell'impianto, Alfredo Vitale, è indagato per violazione delle norme Aia (Autorizzazione integrata ambiente). Secondo il pm Giuseppe Travaglini, titolare dell'inchiesta nata un anno fa, una parte dei camini dell'Italcementi non è a norma e l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) è stata disattesa. Proprio come all'Ilva.


I CAMINI FUORILEGGE - Su 119 camini ne sono stati controllati 30 (circa) e 14, scrive il gip nel decreto di sequestro preventivo, sono risultati «non conformi alle prescrizioni in quanto non dotati di prese di campionamento o sbocco verticale». Inoltre, sottolinea il giudice, suscita perplessità il fatto che l'azienda abbia fornito due versioni sul funzionamento dell'impianto. Infatti «quanto dichiarato dalla società a seguito di un controllo congiunto svolto il 27 ottobre dal Noe, dall'Arpa e dai tecnici della Provincia di Roma non trova riscontro con quanto contenuto nella relazione tecnica prodotta a suo tempo dalla società per ottenere l'Autorizzazione integrata ambientale (AIA)». In particolare i carabinieri del Nucleo investigativo del Noe, diretto dal capitano Pietro Rajola Pescarini, avrebbero individuato un camino che non appare nell'Aia, cioè abusivo.

(Foto Proto)
Foto Proto
PERICOLO SCARICHI - Per il gip «appare assolutamente evidente che il protrarsi di tale situazione costituisca fonte di pericolo generale per gli scarichi in atmosfera». E poi il sequestro è da adottare perchè «vi è il concreto pericolo che la libera disponibilità dello stabilimento possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato connesso o consentire la reiterazione dello stesso o di altri reati». Il giudice ha assegnato all'Italcementi 10 giorni di tempo per presentare un cronoprogramma e mettersi in regola, altrimenti alle 10 di lunedì 22 ottobre l'impianto sarà spento.

«ADEGUAMENTO GIA' IN CORSO» - Da parte sua l'Italcementi precisa che il sequestro «riguarda l'adeguamento geometrico alle normative europee di alcuni punti di emissione, adeguamento in corso di realizzazione da alcune settimane e in gran parte già completato». E in ogni caso, aggiunge l'azienda, si tratta soltanto «di alcune fasi secondarie dell'attività produttiva». Nello tabilimento di Colleferro lavorano circa 200 operai.

Operai dell'Italcementi durante una festa per celebrare 2 anni senza incidenti (foto Italcementi)
Operai Italcementi in festa per i 2 anni
senza incidenti (foto Italcementi)
COMUNE PARTE CIVILE - Preoccupato il sindaco di Colleferro, Mario Cacciotti, che ha convocato per giovedì pomeriggio i tecnici dell'Arpa, i carabinieri del Noe e i rappresentanti della Italcementi. «Speriamo che non sia una nuova Ilva - dice il sindaco - Tra dipendenti e indotto ci sono circa 500 famiglie che ruotano attorno alla fabbrica». E il sindaco di Colleferro non esclude che «se dalle indagini dovesse venire fuori che è stata danneggiata la nostra città», il Comune potrebbe costituirsi parte civile. 




Lavinia Di Gianvito11 ottobre 2012 | 20:48



Mediobanca e Corriere, le chiavi del salotto che impastano Italcementi

Non solo cemento negli affari dei Pesenti che datano alla seconda guerra mondiale. Se, infatti, a far parlare è il sequestro a Colleferro di uno dei più importanti impianti della società, la galassia del gruppo è un coacervo di interessi strategici

Mediobanca e Corriere, le chiavi del salotto che impastano Italcementi

Se la natura presenta il conto
l'emergenza infinita del Sacco

Per un secolo ricettacolo di veleni di ogni tipo, il fiume laziale è oggi al centro di un inquinamento devastante che colpisce piante, uomini e animali. "Ora scommettere sulla green economy"dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO


COLLEFERRO (ROMA) - Area materiale bellico, zona esplosivi, carrozze ferroviarie. La mappa nell'ufficio per l'emergenza Valle del Sacco ci porta indietro nel tempo. Fino all'inizio del secolo scorso quando, in questa pianura fertile e ricca tra la provincia di Roma e quella di Frosinone, si cominciò a costruire un distretto industriale basato sull'industria bellica e sulla produzione di materiali ferroviari. Poi, nell'euforia degli anni ruggenti, si sono aggiunti il cemento, i pesticidi, la chimica pesante. Lo spazio c'era, le leggi ambientali mancavano o venivano aggirate e così per liberarsi delle scorie tossiche si lasciava fare alla natura: una bella buca per seppellire il problema e non ci si pensava più. Ora la natura ha presentato il conto, come ci hanno chiesto di andare a verificare i lettori di Repubblica.it 

con il terzo sondaggio "scegli la tua inchiesta" 1. Tremila ettari sono sorvegliati speciali: per decenni dovranno fare i conti con i metalli pesanti e con gli altri veleni lasciati ai posteri da chi ha fatto cassa ed è sparito.








Gli agricoltori invece sono rimasti e sono furibondi perché a 100 metri a destra e a sinistra del Sacco e in tutte le aree di esondazione non si può coltivare. Il fiume, nel tratto di 80 chilometri che va da Colleferro a Falvaterra, è un malato cronico tenuto sotto osservazione. La cura somministrata negli ultimi sei anni ha permesso di migliorare la situazione delle acque superficiali, ma sotto, nei sedimenti, si sono accumulati veleni che daranno problemi per decenni.


"Questa zona è una polveriera, basta scavare per scoprire nuovi problemi", accusa Francesco Bearzi, della Rete per la tutela della Valle del Sacco. "Il rischio è di trovare altri rifiuti interrati in bidoni che con il passare degli anni si arrugginiscono e lasciano filtrare il loro carico tossico. Un disastro che ha responsabilità anche recenti: nel 1993 una sentenza del tribunale di Velletri ha condannato i responsabili di una discarica abusiva di rifiuti tossici a due passi dal fiume, ma nessuno è intervenuto per 12 anni".
Solo nel 2005 continuare a far finta di nulla è diventato impossibile. I controlli di routine sul latte hanno trovato il beta-esaclorocicloesano, una molecola derivata dai pesticidi che aveva fatto un lungo viaggio: dai depositi selvaggi al fiume, dal fiume ai campi, dai campi al foraggio e dal foraggio al latte. A quel punto è scattato l'allarme rosso: il latte contaminato è stato bloccato, le mucche abbattute, i campi dichiarati off limits. Ed è cominciato il percorso di lenta riabilitazione che ha già portato i primi risultati.

"Abbiamo creato un sistema di 120 pozzi di monitoraggio e di 25 pozzi di intercettazione della falda acquifera inquinata", spiega Salvatore Spina, coordinatore degli interventi ambientali per l'emergenza. "In questo modo abbiamo messo in sicurezza tutta l'area e abbiamo potuto verificare che, dei mille ettari indagati nella vecchia area industriale, solo il 10 per cento ha problemi di inquinamento".

Ma questo 10 per cento ha lavorato in profondità fino a modificare l'equilibrio dei luoghi e dei corpi di chi li abita. Nel sangue degli abitanti della zona risulta, in un numero significativo di casi (una persona su cinque a Ceccano), la presenza della sostanza sul banco degli accusati, il beta-esaclorocicloesano. "In quest'area si sommano i problemi creati da decenni di sviluppo industriale ad alto impatto ambientale, da singoli episodi come lo sversamento di cianuro che ha ucciso in un solo giorno più di 20 mucche e da alcuni picchi di diossina", ricorda Fabio De Angelis, assessore all'Ambiente della Provincia di Frosinone. "Per questo occorre uscire dall'emergenza con un piano organico che permetta di riutilizzare a fini energetici i terreni dove è proibito coltivare. Si può immaginare un rilancio con il fotovoltaico e con un progetto di fitodepurazione che stiamo mettendo a punto con l'università della Tuscia".

"Dichiarare la Valle del Sacco area ad elevata criticità ambientale per accedere ai finanziamenti europei e contestualmente avviare l'iter istitutivo di una grande area protetta: è questa l'unica strategia per rilanciare l'occupazione locale attraverso lo sviluppo della filiera agricola di qualità", concorda Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. "Il Consiglio regionale si è già espresso in questo senso, ora bisogna passare alle azioni concrete. Nonostante l'inquinamento la zona ha grandi potenzialità: non possiamo lasciare che il degrado avanzi mangiandosi un futuro diverso, un futuro che è possibile programmare".

A pochi metri dall'ultima discarica, si apre uno scenario completamente diverso. Da una parte le cicatrici lasciate da un secolo di veleni, dall'altra il paesaggio che nell'Ottocento aveva attirato i viaggiatori delGrand Tour: i 470 ettari del parco naturale 'La Selva di Paliano', la strada del Cesanese del Piglio, un vitigno in fase di rilancio, piccoli paesi carichi di suggestione come Olevano Romano.  

"Nella Ruhr sono riusciti a venire a capo di un inquinamento devastante scommettendo sulla green economy: è un modello che può essere replicato anche nella valle del Sacco", propone Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. "Purché si cambi rotta sul serio e non a parole. Progetti come l'aeroporto a Frosinone, che è stato bocciato perché avrebbe finito per moltiplicare i problemi ambientali di una valle che ha più polveri sottili di Roma, vanno in direzione opposta a quella di uno sviluppo a misura d'ambiente".

Le altre inchieste scelte dai lettori: 1 4 - 2 5
http://www.repubblica.it/ambiente/2011/04/04/news/valle_sacco-14496881/?ref=HREC1-12


Italcementi: sotto sequestro lo stabile di Colleferro per inquinamento eccessivo


Struttura Italcementi
COLLEFERRO: SEQUESTRO ITALCEMENTI – La questione dell’inquinamento ambientale causato dall’attività produttiva industriale ha raggiunto nel nostro Paese alti livelli di risonanza grazie al caso gravissimo dell’Ilva di Taranto. Ma quanto successo nel capoluogo di provincia pugliese non è di certo un caso isolato all’interno del panorama nazionale.
A tal proposito, proprio oggi il gip di Velletri, Giuseppe Cairo, dopo una consulta con il pubblico ministero locale Giuseppe Travaglini, ha deciso di disporre il sequestro preventivo dello stabile di Colleferro in cui Italcementi è attiva da anni. Le ragioni del sequestro sono riconducibili al tasso di inquinamento prodotto dallo stabilimento dell’azienda, tasso che supera i livelli consentiti da alcune norme dell’Unione Europea. In particolare la dirigenza dell’Italcementi di Colleferro, in provincia d Roma, avrebbe raggirato alcune regole che in sede comunitaria sono state definite per ridurre l’emissione di sostanze dannose alla salute e inquinanti.
Il gip ha assegnato all’azienda dieci giorni di tempo entro i quali adeguare la struttura alle norme vigenti, secondo quanto riferito alla stampa da alcune fonti giudiziarie. Nel frattempo il direttore Alfredo Vitale è stato iscritto all’interno del registro degli indagati. La gestione Italcementi di Colleferro ha risposto al sequestro facendo sapere che intende apportare le modifiche necessarie alla messa in regola della struttura entro i dieci giorni concordati, ma che nel frattempo non interromperà la produzione. L’azienda ha inoltre dichiarato che alcuni lavori sono iniziati tempo fa e che alcuni obiettivi sono già stati raggiunti sotto il profilo ambientale.
A condurre l’inchiesta che ha portato al sequestro dello stabile è stata l’Arpa, un’agenzia regionale che nel Lazio si occupa di questioni ambientali.

Redazione online



Sequestrato l'Italcementi di Colleferro: violate norme su emissioni nocive

Secondo i rilievi dell'Arpa i camini utilizzati dal cementificio non sarebbero a norma. Nello stabilimento lavorano 200 operai



I carabinieri del Noe, su disposizione del gip di Velletri Giuseppe Cairo, hanno sequestrato lo stabilimento Italcementi di Colleferro. La motivazione starebbe nella violazione delle norme che regolano le emissioni nocive. Il direttore dello stabilimento Alfredo Vitale è indagato.

EMISSIONI NOCIVE - Il sequestro, che è preventivo, è stato sollecitato dal pm Giuseppe Travaglini. Nello stabilimento di Colleferro lavorano 200 operai. Secondo quanto si è appreso, il gip Giuseppe Cairo ha concesso ai responsabili dell'impianto un termine di 10 giorni per mettersi in regola pena il distacco dell'energia elettrica.
Secondo i rilievi dell'Arpa, l'Agenzia regionale protezione ambiente, i camini utilizzati dal cementificio non sarebbero a norma ed emetterebbero sostanze nocive. Da quanto si apprende i tecnici dell'Arpa avrebbero verificato che i camini non a norma sarebbero più della metà di quelli che servono lo stabilimento vicino a Roma.


La società Italcementi quindi dichiara che sono stati posti i sigilli a "punti di emissione che non riguardano il principale processo di combustione, ma alcune fasi secondarie dell'attività produttiva. Il provvedimento - spiega la società - riguarda l'adeguamento geometrico di alcuni punti di emissione alle normative europee. Adeguamento che è già in corso di realizzazione da alcune settimane e per gran parte dei punti in questione, già completato".

IL GIP - Dal decreto di sequestro preventivo col quale il gip Giuseppe Cairo ha messo i sigilli all'impianto si apprende che sono 14 i camini dell'impianto Italcementi di Colleferro risultati, a seguito dei controlli del Noe e dell'Arpa Lazio, "non conformi alle prescrizioni in quanto non dotati di prese di campionamento o sbocco verticale".



DECRETO DI SEQUESTRO - Nel decreto inoltre viene sottolineato che la società avrebbe fornito alle autorità preposte al controllo ambientale due versioni sul funzionamento dell'impianto e ciò , si legge nel decreto, "lascia delle perplessità sulla possibilità di verificare perfettamente il funzionamento dell'impianto". "Quanto dichiarato dalla società a seguito di un controllo congiunto", svolto il 27 ottobre dal Noe, dall'Arpa e dai tecnici della Provincia di Roma -scrive infatti il Gip- "non trova riscontro con quanto contenuto nella relazione tecnica prodotta a suo tempo dalla società per ottenere l'Autorizzazione integrata ambientale (AIA)"
"Appare assolutamente evidente che il protrarsi di tale situazione costituisca fonte di pericolo generale per gli scarichi in atmosfera". Per questo motivo il gip Giuseppe Cario ha firmato il decreto di sequestro dell'intero impianto Italcementi di Colleferro. Inoltre il gip evidenzia che il sequestro è da adottare perché "vi è il concreto pericolo che la libera disponibilità da parte dell'indagato dello stabilimento possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato connesso o consentire la reiterazione dello stesso o di altri reati". Il direttore dello stabilimento Alfredo Vitale è indagato per violazione delle norme Aia (Autorizzazione integrata ambiente). Le indagini sono state condotte dai carabinieri del Noe, guidati dal capitano del Nucleo operativo Pietro Raiola Pescarini.



http://www.romatoday.it/cronaca/sequestro-italcementi-colleferro.html


L'INCHIESTA / IL TERRITORIO DICHIARATO NEL 2005 «SITO DI INTERESSE NAZIONALE DI BONIFICA»

Valle del Sacco, cent'anni di veleni:
nell'area più inquinanti che intorno all'Ilva 

Nella zona di Colleferro sono presenti industria bellica (dal 1912), chimica e impianti di trattamento dei rifiuti: le morie di bestiame e i casi di tumore in un'indagine epidemiologica



Un corso d'acqua inquinato nella Valle del SaccoUn corso d'acqua inquinato nella Valle del Sacco

ROMA - Il sequestro dell'Italcementi a Colleferro, quattro anni dopo i sigilli apposti al grande inceneritore nello stesso comune, riaccende i riflettori sulla «valle dei veleni». Nel corso di un secolo l'industrializzazione selvaggia ha compromesso il territorio attraversato dal fiume Sacco e la sua popolazione: qui infatti, sin dal 1912, è presente l'industria bellica. La stessa che, negli anni '80, arrivò ad aiutare il dittatore Saddam Hussein. E ancor oggi prosegue la produzione a servizio della chimica di guerra, ma il segreto militare resta impenetrabile e non consente di offrire le reali dimensioni del fenomeno. 
Sulla Valle del Sacco insiste poi l'impatto dell'impianto per il trattamento dei rifiuti bloccato dal Noe dei carabinieri nel 2009, nonché quello della produzione di un insetticida (vietato solo dal 2001) finito nel foragio e nel latte crudo di 32 aziende bovine e 9 ovine: indagini epidemiologiche analizzano da tempo sospette morie di bestiame e di pesci nel fiume, nonchè numerosio casi di tumori nella popolazione. Con un inquinamento ambientale che, nel complesso, potrebbe superare quello contestato intorno all'Ilva di Taranto.
L'industria bellica a Colleferro nel 1912L'industria bellica a Colleferro nel 1912
CENTO ANNI DI GUERRA - Nello scioccante studio - ignorato dai più - prodotto nel 2012 da Legambiente sulle armi chimiche in Italia, tra i siti sotto indagine spicca la Valle del Sacco. Si legge nel dossier: «A Colleferro quest’anno ricorre il centesimo anno dell’industrializzazione dell’area che ospita già dal 1912 produzioni belliche (Snia, BPD), in particolare dedicate alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione che continua anche negli anni successivi alla II Guerra mondiale, tanto che alcuni documenti riportano una correlazione tra la produzione dell’industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all’Iraq di Saddam Hussein negli Anni '80». 
Ancora oggi nell’area sono attive produzioni belliche «ma sull’inquinamento ci sono ancora poche informazioni pubbliche, a causa del segreto militare - spiegano gli ambientalisti - e di una contaminazione molto complessa che deriva da tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco, diventata recentemente "Sito di interesse nazionale da bonificare"».
SEGRETI PER REGIO DECRETO - Scrive ancora Legambiente: «Parte del sito industriale di Colleferro è ancora oggi “coperto” dal Regio Decreto 11 luglio 1941, n. 1161 – Norme relative al segreto militare - e dal Regolamento di Pubblica Sicurezza del Regio Decreto 6 maggio 1940, numero 635, che ha favorito l’assenza di controlli in materia ambientale. Ai primi Anni ’90 risale il ritrovamento di fusti tossici contenenti scarti di produzione delle aziende colleferrine. Nel 2005, in seguito alla contaminazione da β-HCH (beta-esaclorocicloesano), derivante dalle produzioni interrate di insetticidi, si è istituito il "Sito di Interesse Nazionale di Bonifica", oggi uno dei più estesi in Italia».
Un camion porta i rifiuti al termovalorizzatore di Colleferro (Jpeg)Un camion porta i rifiuti al termovalorizzatore di Colleferro (Jpeg)
BONIFICA MISTERIOSA - «La relazione dell’Ufficio Commissariale per l’emergenza della Valle del Sacco del 2009 non evidenzia il ritrovamento di sostanze legate alla produzione bellica. Ma documenti Usl (Anni ’90) sottolineano le tipologie di «sostanze utilizzate dall’industria bellica, al tempo stesso industria chimica». La relazione dell’Ufficio Commissariale - prosegue lo studio - indica che molte operazioni di bonifica all’interno del sito industriale «sono state effettuate dalle stesse aziende, senza che ne siano stati esplicitati i termini». Nel 2009, circa il 30% dell’area industriale era «oggetto di caratterizzazione in itinere o in previsione»: un problema che riguardava «tutte le aree di pertinenza delle aziende belliche, le stesse che ne dovranno redigere i piani di caratterizzazione».


FORNITORI DI SADDAM HUSSEIN - Quanto ai clienti dell'industria bellica, «nel 1982, l’Iraq di Saddam Hussein, come molti altri Paesi emergenti», stava effettuando la sua corsa al riarmo, «progettando e costruendo la sua macchina bellica in chiave anche chimica e di distruzione di massa, con l’ausilio delle capacità produttive e ingegneristiche di Paesi avanzati... I rapporti Unmovic, ovvero della Commissione ispettiva creata dalle Nazioni Unite nel 1999 al fine di monitorare le capacità belliche dell’Iraq, fanno emergere «notizie di collaborazione tra l’Iraq e aziende italiane, non menzionate però esplicitamente», ribadisce Legambiente.
La Simmel Difesa, dove nel 2007 un' esplosione uccise un operaio e ne ferì altri tre (Ansa)La Simmel Difesa, dove nel 2007 un' esplosione uccise un operaio e ne ferì altri tre (Ansa)

DALL'IRAQ ALLA'ARABIA SAUDITA - Il giornalista Gianluca Di Feo, in Veleni di Stato (2010), ricostruisce tasselli essenziali circa la responsabilità delle produzioni belliche colleferrine (Snia BPD), in particolare relativamente alla «fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche, scavalcando le convenzioni internazionali». Infine: «In tempi recenti (2006), le industrie belliche di Colleferro (ora Simmel Difesa SpA) vendono ancora unità di ricambio di armamenti modificabili in vettori chimici a paesi come l’Arabia Saudita, trasferibili ad altri paesi ex Legge 185/90, che non garantisce l’ end use. Non è dato sapere, in ultima analisi, quali altri paesi siano in possesso di tecnologia italiana per la modifica di armi convenzionali in armi chimiche».
Mario Cacciotti,  sindaco di Colleferro (foto Eidon)Mario Cacciotti, sindaco di Colleferro (foto Eidon)
UN FIUME DI INSETTICIDI - Ripercorrendo, invece, la recente storia della Valle del Sacco, non si può che rimanere sbalorditi da quanto la vicenda dell'inquinamento sia stata letteralmente sminuita: a raccontarla in maniera drammatica solo le indagini epidemiologiche, oltre a sospette morie di bestiame e di pesci nel fiume accompagnate da una sequela di esposti e denunce sui disastri ambientali che si sono susseguiti negli anni tra la bassa provincia Roma - in particolare Colleferro, Valmontone, Gavignano - e l'alta Ciociaria. Ad avvelenare la zona, in particolare, sarebbe stata un'azienda produttrice di un insetticida che conteneva Beta-HCH. La sostanza era contenuta nel lindano, antiparassitario vietato solo nel 2001. Fu nel 2005 che scoppiò il caso, a seguito dei risultati analitici di campioni di latte crudo di un’azienda agricola di Gavignano che evidenziavano livelli di beta- esaclorocicloesano (β-HCH), un composto organico persistente, molte volte superiore ai livelli limite di legge per la matrice considerata.
Mucche in una stalla della Valle del Sacco (Ciofani)Mucche in una stalla della Valle del Sacco (Ciofani)
ANIMALI ABBATTUTI - I veleni confluiti dai terreni dell'azienda che produceva l'antiparassitario nel suolo e nelle acque, come rilevò l'Istituto zooprofilattico, confluirono nel fiume che distrusse ciò che attraversava: 32 aziende bovine, una bufalina e 9 ovine vicine a dove era stato riscontrato il primo campione positivo, presentavano altre positività e la molecola incriminata venne rilevata anche nei foraggi per l’alimentazione animale. Con l'amministrazione Marrazzo venne dichiarato lo stato di emergenza: venne istituito un commissario ad hoc e furono abbattuti in via cautelativa 6000 capi di bestiame mettendo in ginocchio la zootecnia della Valle. Partono anche le prime bonifiche dei siti inquinati. Ad oggi la contaminazione dell'area perimetrata ed oggetto degli interventi, si sarebbe ridotta «tra il 30 ed il 40% rispetto ai valori iniziali (fonte: assessorato all'ambiente, agosto 2012)».
Colleferro, l'area del termovalorizzatore  Colleferro, l'area del termovalorizzatore
INDAGINE EPIDEMIOLOGICA - Nel 2008 la prima indagine epidemiologica - ne verrà fatta un'altra due anni dopo con esiti stranamente più miti - evidenziò i gravi problemi per la salute portati da anni di avvelenamento. Come scrive il rapporto della Asl Roma E: «L’area di Colleferro è stata oggetto di un inquinamento ambientale da fonti molteplici e le modalità di contaminazione umana sono state diverse. Il complesso industriale ha sicuramente causato un inquinamento dell’aria da sostanze chimiche e prodotti della lavorazione fin dai primi tempi della propria attività e i cui livelli e la cui estensione nel territorio sono oggi poco documentabili». I lavoratori - prosegue il testo - «sono stati esposti a sostanze tossiche in ambiente di lavoro, in particolare prodotti chimici ed amianto».
L'impianto dove si producevano i pesticidi organiciL'impianto dove si producevano i pesticidi organici
PESTICIDI NEL CIBO - Le persone che hanno risieduto lungo il fiume hanno assorbito ed accumulato nel tempo pesticidi organici soprattutto tramite la via alimentare. I risultati della indagine mostrano che alcuni effetti sanitari possono essere ragionevolmente messi in rapporto con tali esposizioni. «Il quadro di aumento della patologia respiratoria e cardiovascolare riscontrato nel comune di Colleferro e nelle aree rurali vicine - dice l'indagine - può essere in parte attribuibile all’inquinamento dell’aria negli anni trascorsi. Gli eccessi di tumore della pleura possono essere messi in rapporto con la esposizione ad amianto in ambito occupazionale mentre la esposizione a sostanze chimiche può aver causato l’eccesso di tumori della vescica tra gli operai esposti». Tanto che l'area è stata ribattezzata «la Valle dei tumori». Mancano aggiornamenti recenti: nell'agosto 2012, ad una interrogazione dei radicali del Lazio, non rispose la presidente Polverini in veste di delegato alla salute, ma solo l'assessorato all'Ambiente.
UN CASO ILVA A SUD DI ROMA - E torniamo ai giorni nostri. Come sottolinea il presidente dei Verdi Nando Bonessio: «Se alla situazione emersa dell’Italcementi, si aggiunge un contesto ambientale già gravemente compromesso, in un territorio sul quale insiste anche l’inceneritore, già finito sotto la lente degli inquirenti per dei gravissimi illeciti ambientali, si compone un quadro di devastazione ambientale pari a quello dei siti più inquinati d’Italia, come l’Ilva di Taranto». E nella zona il futuro sembra parlare di nuove ferite per l'ambiente: dopo anni di sversamenti nella discarica di Colleferro, di incenerimento dei rifiuti, di pneumatici e biomasse, infatti, si vogliono installare anche impianti di Tmb (trattamento biologico meccanico dei rifiuti) per produrre combustibile da rifiuto.
NO TAX AREA INVECE DEI RIFIUTI - I verdi del Lazio, contrari a nuove opere, propongono un'alternativa: «Non possiamo permettere che si costruiscano altri impianti per alimentare gli inceneritori - conclude - un altro modello di sviluppo è possibile, e passa per la filiera della riduzione, del riuso, della raccolta differenziata e del riciclo e dal rilancio del territorio che passa attraverso le bonifiche». A margine dell'ultima manifestazione celebrata nella zona, il presidente dei Verdi ha aggiunto: «Chiediamo che sia istituita subito una "No Tax area" per la Valle del Sacco, per attrarre imprese e lavoro e portare sviluppo a quest'area - troppo a lungo sacrificata dalle scelte della politica con rifiuti e inquinamento - e un processo di bonifiche che la restituisca ai cittadini».
Michele Marangon12 ottobre 2012 | 20:48

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_ottobre_12/inquinamento-valle-del-sacco-marangon-2112220835180.shtml

Ilva, per la commissione Aia stop al pet coke e spegnimento di sei batterie

E' quanto prevede l’autorizzazione integrata ambientale per l'impianto di Taranto. Clini: "Il documento dovrà essere chiuso giovedì 11 ottobre". Intanto tutto il personale dell’area a caldo, ha spiegato Ferrante, è a disposizione dei custodi tecnici per l’esecuzione dei provvedimenti

Ilva, per la commissione Aia stop al pet coke e spegnimento di sei batterie


L’autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva di Taranto arriverà il 17 ottobre. Tra le prescrizioni già inserite nell’Aia, ‘stop’ all’utilizzo del pet coke tra le materie prime di lavorazione e sì all’avvio di procedure di spegnimento per sei delle dieci batterie delle cokerie. Oggi c’è stata la prima riunione, il lavoro di elaborazione del testo si dovrà concluderè giovedì 11 ottobre; lunedì 17 ottobre la Conferenza dei servizi è chiamata a dare l’ok definitivo.
Il ministro dell’ambiente Corrado Clini lo ha annunciato spiegando che “il documento tecnico dovrebbe essere chiuso l’11 ottobre, giovedì” e che la conferenza dei servizi, a cui partecipano le amministrazioni locali, sarebbe l’ultimo passaggio. In queste ore, però, sulla commissione presieduta da Carla Sepe che sta lavorando per rilasciare l’Aia allo stabilimento siderurgico di Taranto, si sta abbattendo una vera e propria bufera.
La prima netta bocciatura alla bozza di autorizzazione è giunta dall’Arpa Puglia in una lettera inviata all’assessorato regionale all’ambiente. L’agenzia ha definito il documento “un provvedimento amministrativo non organico e incompleto, il che non appare giustificabile sia pure in condizioni di urgenza” perché esclude dal processo autorizzativo le questioni relative al trattamento dei rifiuti.
“Si sottolinea – si legge ancora nel documento a firma del direttore generale Giorgio Assennato – come la matrice aria e le emissioni in atmosfera degli impianti abbiano una stretta e inseparabile correlazione con il ciclo dei rifiuti e quello delle acque”. L’autorizzazione, insomma, non sarebbe più “integrata” se non trattasse tutte le problematiche connesse al processo produttivo. Per l’Arpa, inoltre, gli interventi di adeguamento non devono “basarsi sui cronoprogrammi e le documentazioni presentate da Ilva” che hanno ricevuto il “no” dei custodi tecnici Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e che al momento sono i Gestori delle aree a caldo dello stabilimento. Infine per l’Arpa il documento manca di una parte fondamentale come il Piano di dismissione e bonifica degli impianti per fine esercizio. Un punto che l’Ilva è riuscita ha saltare anche nel documento autorizzativo rilasciato nell’agosto 2011. Ora, quindi, è necessario che l’azienda metta nero su bianco gli impegni nell’eventualità di abbandonare Taranto con tutti “gli obblighi di fidejussione previsti dalla legge”.
A tutto questo, nelle ultime ore, si è aggiunta la lettera a firma dei custodi tecnici che ha definito “illegittima” l’attività condotta dal coordinatore del Gruppo di Lavoro Carla Sepe “qualora condotta da componenti non formalmente nominati” e soprattutto un’attività che si basa “solo” su due sopralluoghi conoscitivi effettuati il 30 agosto e il 20 settembre “che hanno interessato parte dell’area delle cokerie, marginalmente l’area parchi e l’altoforno 5. Un numero evidentemente limitato se si considera che l’Ilva è lo stabilimento più grande d’Europa e che l’obiettivo del gruppo di lavoro è quello di verificare la conformità di adozione delle Bat (acronimo inglese di migliori tecnoogie disponibili, ndr) ed eventuali criticità connesse al processo produttivo”.
Due missive che avrebbero scatenato l’ira degli enti locali che, secondo indiscrezioni, avrebbero anche minacciato di abbandonare il tavolo. Un evento, che se dovesse verificarsi concretamente, potrebbe mettere seriamente a rischio l’autorizzazione integrata ambientale. Intanto a Palazzo di giustizia i legali dell’Ilva hanno chiesto l’incidente di esecuzione contro il provvedimento del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco che ha rigettato la richiesta dell’azienda di una minima capacità produttiva per effettuare il piano di interventi di 400 milioni di euro. Bruno Ferrante intanto ha inviato una lettera al procuratore della Repubblica Franco Sebastio. In risposta al provvedimento che prevedeva entro cinque giorni la destinazione del personale per avviare lo spegnimento dei primi impianti, Ferrante ha depositato un documento in cui spiega che tutto il personale dell’area a caldo è a disposizione dei custodi tecnici per l’esecuzione dei provvedimenti.












Lettera arrogante di Corrado Clini sull’Ilva di Taranto Italcementi  sotto sequestro per emissioni nocive

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