L’autorizzazione Integrata Ambientale non è l’applicazione asettica di un insieme di tecniche e di relative “prestazioni ambientali” ma piuttosto il risultato di un percorso di analisi volto ad individuare l’assetto impiantistico e produttivo che combina assieme i tre elementi cardine dell’IPPC: controllo combinato delle emissioni aria-acqua-suolo, riferimento a standard tecnologici e gestionali di settore, valutazioni delle condizioni locali.

Attori principali sono fondamentalmente le amministrazioni che avranno il compito di rilasciare le autorizzazioni, i gestori che le richiedono e la comunità locale destinataria indiretta delle scelte delle pubblica amministrazione che dovrà provvedere al contemperamento degli interessi di cui tali attori si fanno portatori all’interno del provvedimento complesso.
Ricorso al TAR Palermo di Cittadini di Isola delle Femmine per annullamento decreto n 693 della Regione Sicilia a favore della Italcementi

Conferenze: 31 Luglio 2007-21 Novembre 2007-31 gennaio 2008-20 febbraio 2008-19 marzo 2008

Cambiamo Aria


Il Piano regionale per la qualità dell'aria presentato dalla regione Sicilia nel 2007 somiglia stranamente a quello del Veneto. Semplice coincidenza?

E' da un pò che in Sicilia non si respira più la stessa aria. Da Palermo a Gela, da Catania a Caltanisetta ci sono segnali di cambiamento che vengono dalla società civile, dai commercianti, dagli industriali che si ribellano contro la mafia e il pizzo. Anche la burocrazia regionale se n'è accorta. Per questo nel "Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell'aria", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, sono state introdotte importanti novità. Ora siamo più europei e lo conferma il rigido clima dell'isola. In più abbiamo un "bacino aerologico padano" e "piste ciclabili lungo gli argini dei fiummi e dei canali" presenti nei centri storici dei comuni siciliani. A leggere il piano in questione si può fare a meno anche dell'autonomia, dato che anche il Parlamento , l'Assemblea Regionale, è diventato un normale Consiglio regionale come quello del Veneto.

Un bel sogno che è stato interrotto da quei materialisti di Legambiente che hanno rilevato come il Piano sia, per usare un eufemismo, troppo simile a quello del Veneto. E dire che porta la firma di ben nove eccellenti autori: dirigenti dell'Assessorato e professori universitari, L'Assessore all'Ambiente Rossana Interlandi, dice che nel caso in cui errori vi siano stati, questi devono essere accertati, e comunque questo non legittima nessuno a parlare di plagio. L'Assessore ha ragione, in primo luogo perchè ispirarsi a un piano esistente conferma la teoria che riciclare conviene. E poi, non è che i piani regionali sono tutelati da diritto d'autore, senno dovrebbero riconoscere anche i diritti Siae ai dirigenti e consulenti che li preparano, Quidi è giusto che nessuno dei responsabili di questo piano cambi aria. In fondo la Regione non è mica il Palermo Calcio, che dopo una partita persa 5 a 0 con la Juve esonera l'allenatore. Bisogna prima accertarsi di non aver perso la partita.

Se intanto il camponato finisce, pazienza.

Gianpiero Caldarella Sdisonorata Società Navarra editore
Piano Regione Sicilia Qualità e Tutella dell'Aria

martedì 1 settembre 2015

MAL’ARIA: INQUINAMENTO ATMOSFERICO, da traffico, riscaldamento, e da produzioni industriali, agricole, di trasformazione – Un ambiente sempre più inquinato – il caso CEMENTIFICI, dove i rifiuti diventano combustibile – La necessità della progressiva eliminazione delle emissioni inquinanti


MAL’ARIA: INQUINAMENTO ATMOSFERICO, da traffico, riscaldamento, e da produzioni industriali, agricole, di trasformazione – Un ambiente sempre più inquinato – il caso CEMENTIFICI, dove i rifiuti diventano combustibile – La necessità della progressiva eliminazione delle emissioni inquinanti  

lunedì 1 aprile 2013 sebastianomalamocco

SMOG IN CITTA’ - Uno dei pochi studi epidemiologici ufficiali, il DOSSIER SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, realizzato anche dal MINISTERO DELLA SALUTE e consultabile su www.epiprev.it) parla di 9.969 PERSONE UCCISE DALL’INQUINAMENTO IN SETTE ANNI, OLTRE 1.200 DECESSI ALL’ANNO in più per tumori al sistema respiratorio, leucemie, malattie cardiovascolari
SMOG IN CITTA’ – Uno dei pochi studi epidemiologici ufficiali, il DOSSIER SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, realizzato anche dal MINISTERO DELLA SALUTE e consultabile su http://www.epiprev.it ) parla di 9.969 PERSONE UCCISE DALL’INQUINAMENTO IN SETTE ANNI, OLTRE 1.200 DECESSI  ALL’ANNO in più per tumori al sistema respiratorio, leucemie, malattie cardiovascolari

 In un momento di riduzione delle produzioni industriali per la crisi globale che c’è e la capacità di spesa che va diminuendo (ma forse anche per una saturazione dei consumi per tanti beni; e non certo per un modello di vita più semplice che ancora non si è affermato), è assai sintomatico che, nell’ambito italiano (ma anche europeo) aumenti, anziché diminuire, l’inquinamento atmosferico: da traffico su gomma, da riscaldamento domestico, da produzioni dell’industria pesante (raffinerie, centrali termoelettriche, industrie chimiche e petrolchimiche, acciaierie, cementifici, fonderie…).
   C’è poi un’accentuazione all’utilizzo di materie e materiali che fino a qualche anno fa ne era scontata la pericolosità, combustibili ad alto tasso di inquinamento (e qui la crisi forse c’entra poco: semmai è una scusa) che, o tornano in auge o vengono utilizzati impropriamente. Facciamo due esempi: 1) l’allargarsi (questo a livello mondiale) del (ri)utilizzo massiccio del carbone come risorsa energetica (tra poco supererà di nuovo il petrolio, una competizione assai poco “green”), 2) l’uso che si vorrebbe fare in Italia, nei cementifici (ancora assai numerosi nonostante le difficoltà dell’edilizia e delle grandi opere) di combustibile dato dai cosiddetti “rifiuti solidi secondari” (denominati “CSS”): ad esempio, le famose “ecoballe” raccolte a Napoli negli anni scorsi (cioè rifiuto compattato) potranno essere bruciate nei forni dei cementifici; peraltro al posto o assieme al petcoke, che ora si usa: trattasi del coke di petrolio, cioè gli scarti nella raffinazione del petrolio per creare prodotti come la benzina, il gasolio…) (e francamente non sappiamo cosa sia meglio, scusate… peggio, tra l’attuale coke di petrolio, o anche i pneumatici bruciati adesso, e i rifiuti indistinti (“tal quale”), appunto i CSS, che si rischia di andare a bruciare ora (ne parliamo in due articoli in questo post).
MAPPA VELENI D'ITALIA - Secondo il dossier “ECOSISTEMA RISCHIO INDUSTRIE” DI LEGAMBIENTE sono 1.152 GLI IMPIANTI INDUSTRIALI CHE TRATTANO SOSTANZE PERICOLOSE in quantità tali da rientrare nelle leggi nate dopo il disastro di Seveso. Ben 739 COMUNI (quasi uno su dieci) HANNO nei loro confini UNA BOMBA CHE POTREBBE ESPLODERE. Nessuna regione è risparmiata, ma alcune stanno peggio: LA LOMBARDIA HA IL RECORD DI 289 INSEDIAMENTI, SEGUITA DA VENETO (116) PIEMONTE (101) ED EMILIA ROMAGNA (100)
MAPPA VELENI D’ITALIA – Secondo il dossier “ECOSISTEMA RISCHIO INDUSTRIE” DI LEGAMBIENTE sono 1.152 GLI IMPIANTI INDUSTRIALI CHE TRATTANO SOSTANZE PERICOLOSE in quantità tali da rientrare nelle leggi nate dopo il disastro di Seveso. Ben 739 COMUNI (quasi uno su dieci) HANNO nei loro confini UNA BOMBA CHE POTREBBE ESPLODERE. Nessuna regione è risparmiata, ma alcune stanno peggio: LA LOMBARDIA HA IL RECORD DI 289 INSEDIAMENTI, SEGUITA DA VENETO (116) PIEMONTE (101) ED EMILIA ROMAGNA (100)
E se le fonti rinnovabili sembrano un po’ decollare solo perché aiutate finanziariamente dall’intervento pubblico (con agevolazioni fiscali, contributi…), è pur vero che politiche virtuose che si potrebbero mettere in atto trovano perplessità e opposizioni a volte giustificate, a volte meno. Ad esempio l’utilizzo energetico delle biomasse (il legno) in caldaie industriali o per il riscaldamento domestico, potrà essere pericoloso se trattasi di “legno trattato” (scarti di lavorazione di falegnameria già soggetti a colle e altre sostanze chimiche;  alberi, vitigni, fortemente trattati nel tempo…). Se è pur vero che sia le Pm10 quanto il benzo(a) pirene sono due inquinanti che possono essere sprigionati dalla combustione del legno e dei suoi derivati, è anche vero che stufe di buona qualità e legno veramente vergine risolvono il problema (pertanto necessita un uso responsabile di legno «vero» e non di miscugli legnosi a buon mercato ma imbevuti di colle e di chissà che altro).
   L’utilizzo di legno vergine (non trattato e senza alcun composto chimico) potrebbe essere un soluzione possibile di fonte energetica data da una risorsa rinnovabile (previo appunto la verifica e il controllo sulle emissioni, e la riduzione di fumi con filtri e bruciatori a funzionamento ottimale). Cioè il ritorno alla produzione della legna, a un disboscamento (e contemporaneo rimboschimento) virtuoso, controllato, alle pratiche di taglio e reimpianto di alberi che potrebbe essere un’occasione storica per pianure (il ritorno ai boschi planiziali come fonte di eliminazione della Co2 ma anche per un utilizzo economico virtuoso), colline e zone montane ora magari lasciate all’abbandono e all’improduttività. Ebbene, anche il legno viene spesso relegato tra i combustibili inquinanti, come il petrolio e il carbone, mentre necessiterebbero delle distinzioni, degli approfondimenti.
CEMENTIFICI - In queste strutture si usa combustile a bassissimo costo, chiamato PETCOKE, cioè tutto quello che rimane di scarto con la raffinazione dei derivati dal greggio. Ora c’è la proposta governativa di UTILIZZARE LA COMBUSTIONE DEI cosiddetti RIFIUTI SOLIDI SECONDARI (CSS) al posto del petcoke. Ad esempio, le famose ecoballe (rifiuto indistinto, “tal quale”, compattato) potranno finire per essere bruciate nei forni dei cementifici
CEMENTIFICI – In queste strutture si usa combustile a bassissimo costo, chiamato PETCOKE, cioè tutto quello che rimane di scarto con la raffinazione dei derivati dal greggio. Ora c’è la proposta governativa di UTILIZZARE LA COMBUSTIONE DEI cosiddetti RIFIUTI SOLIDI SECONDARI (CSS) al posto del petcoke. Ad esempio, le famose ecoballe (rifiuto indistinto, “tal quale”, compattato) potranno finire per essere bruciate nei forni dei cementifici
   Su tutto sintomatico e grave è che l’inquinamento atmosferico sembra colpire di più persone più deboli: i bambini, gli anziani. E nel bilancio di una società che (ancora?) si definisce ricca nel suo modello di vita (ma in questi mesi e anni i dubbi crescono esponenzialmente…), non si considera che gli effetti negativi del consumo energetico inquinante (l’insalubrità dell’aria con malattie a volte gravi, irreversibili) è un costo che non si può semplicemente monetizzare in un conto economico del dare e l’avere, tra vantaggi e svantaggi di una semplice attività umana. Per dire che l’inquinamento e i danni alla salute delle persone continua a non essere preso realmente sul serio; e l’attenzione che si ha di esso, e di come estirparlo è molto meno di quel che merita. (sm)
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CI RUBANO ANCHE L’ARIA
di Ferruccio Sansa, da “Il Fatto Quotidiano” del 18/02/2013
   “Gol”. Matteo e i suoi compagni di squadra alzano le braccia al cielo. Non fanno più caso alla ciminiera alta duecento metri sopra la loro testa, con quel filo di fumo che esce giorno e notte. “Qui bisognerebbe metterci un cartello, vietato respirare”, sorride amaro Attilio Parodi che a Vado Ligure, ai piedi della centrale a carbone Tirreno Power, ci abita da una vita. Poi si tocca la bocca, con la mano scende fino ai polmoni, “Quella roba mi è entrata dappertutto”, conclude. E ti mostra lo studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente. Vado è quel punto giallo sulla carta, una delle emergenze del Paese. Per l’Ue, non per le autorità italiane che hanno autorizzato l’ammodernamento e il potenziamento dell’impianto.
Eccoci a pochi chilometri da Savona, un bel vento di tramontana fa limpida l’aria e ti pare impossibile che a ogni respiro ti butti dentro veleno. Eppure è così, in Liguria ci sono tre centrali a carbone: Vado, Genova e La Spezia. Quasi tutta la regione è “coperta”, stando agli studi americani: gli effetti del carbone arrivano a 48 chilometri. Siamo in Liguria, ma potremmo essere ovunque in Italia. Secondo il dossier “Ecosistema rischio industrie” di Legambiente (legambiente.it/si tes/default/files/docs/ecositemarischio_industriale 013.pdf ) sono 1.152 gli impianti industriali che trattano sostanze pericolose in quantità tali da rientrare nelle leggi nate dopo il disastro di Seveso. Ben 739 comuni (quasi uno su dieci) hanno nei loro confini una bomba che potrebbe esplodere. Nessuna regione è risparmiata, ma alcune stanno peggio: la Lombardia ha il record di 289 insediamenti, seguita da Veneto (116) Piemonte (101) ed Emilia Romagna (100).
   ECCOLI, I NEMICI INVISIBILI della nostra salute. A rivelarne la pericolosità sono solo i numeri, le statistiche. “In Italia mancano indagini epidemiologiche serie”, spiega l’epidemiologo Valerio Gennaro, uno dei maggiori esperti. Spesso ci si deve affidare a studi non ufficiali, magari commissionati dalle società proprietarie degli impianti. “Ho visto ricerche con tanto di timbri e firme di esperti secondo le quali in prossimità di acciaierie e industrie chimiche c’era un’aria come sulle Dolomiti”, butta lì Gennaro. Basta misurare cento metri più in qua o più in là, scegliere giorni di vento… e tutto cambia. Già, ci ballano centinaia di milioni, e chi ha i mezzi commissiona ricerche, può diffondere dati sui giornali. Poi magari scopri che sugli stessi quotidiani abbonda la pubblicità delle industrie sotto accusa. Che in alcuni casi sponsorizzano politici e  amministrazioni locali.Layout 1
   Uno dei pochi studi epidemiologici ufficiali, il dossier Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, realizzato anche dal ministero della Salute e consultabile su www.epiprev.it) parla di9.969 persone uccise dall’inquinamento in sette anni, oltre 1.200 decessi all’anno in più per tumori al sistema respiratorio, leucemie, malattie cardiovascolari.
   E la stima si riferisce solo a 44 dei 57 siti nazionali oggi sottoposti a bonifica. Mancano decine di zone altamente inquinate non sottoposte a bonifica. Insomma, le vittime potrebbero essere molte di più. Quello che va a finire in fondo ai polmoni, che ostruisce le arterie, che fa impazzire le cellule non lo vedi. Quasi mai. Da Savona, però, provate a prendere l’autostrada dei Giovi. (…) Sbucati nella Pianura Padana, può capitare di trovarvi davanti le Alpi. Sono lì, pare di toccarle, dal Monviso al Resegone. Ma per 350 giorni all’anno non si vedono. Cancellate da una cappa grigia. Nebbia, dirà qualcuno. No, soprattutto inquinamento. Ecco quello che vi entra nei polmoni.
   Siamo a due passi dalla raffineria di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) che, secondo Legambiente, è al primo posto in Italia per le emissioni di arsenico nell’aria, al secondo per benzene e Nmvoc, ma si piazza bene anche per nichel. Ma nel raggio di pochi chilometri l’Agenzia Europea dell’Ambiente segnala gli stabilimenti Italcementi di Calusco d’Adda (Bergamo), e le centrali termoelettriche di Tavazzano e Montanaso Lombardo (Lodi), Ostiglia (Mantova), Cassano d’Adda (Bergamo), Turbigo (Milano) e Piacenza. Già, le centrali.
   C’è chi oggi parla di “carbone pulito”, ma secondo i dati scientifici (contenuti anche nei dossier Wwf consultabili online), “la migliore tecnologia a carbone presenta livelli di anidride solforosa superiori 140 volte rispetto a quelli emessi da un ciclo combinato a gas”. Eppure in Italia sono attive 13 centrali a carbone e mentre per alcune si prevede la riconversione, spuntano nuovi progetti (Saline Joniche inCalabria).  Spiccano appunto Liguria e Lombardia, poi il colosso di Civitavecchia, quindi Fiume Santo e Sulcis in Sardegna. E ancora Bastardo in Umbria, Marghera e Fusina in Veneto, Monfalcone in Friuli. Infine Brindisi nord e sud, perché in Puglia non c’è soltanto Taranto.
   Ogni regione ha i suoi monumenti: non solo cattedrali, ma, per esempio,rigassificatori. Dovevano essere 4 o 5 secondo Berlusconi, ma rischiano di diventare 11: Augusta, Brindisi, Gioia Turo, Livorno offshore, Porto Empedocle, Porto Recanati, Portovesme, Rosignano, Taranto, Trieste offshore, Trieste Zaule.
   Meriterebbe davvero un viaggio a parte. Anche così si capisce l’Italia. Dai centri storici, ma anche dai petrolchimici. Si parte dalla Sicilia (Gela e Priolo), poi Manfredonia, Brindisi, Monfalcone, Falconara.
   INFINE LA CHIMICA, un nome per tutti: Rosignano Solvay, in Toscana. Arrivi e ti pare quasi di essere ai Caraibi, spiagge bianche che fanno sembrare l’acqua più azzurra.
   Un elenco interminabile. E sorprendente: “Ben 19 impianti continuano a funzionare senza l’Aia, cioè l’Autorizzazione Integrata Ambientale nazionale. Oltre ai danni alla salute, rischiamo di dover sborsare soldi pubblici per pagare le sanzioni inflitte dall’Europa”, assicura Stefano Ciafani, vice-presidente di Legambiente.
   Le bonifiche avviate si contano sulle dita di una mano, ricorda il Wwf Italia. Bisogna “ringraziare” una legge: “Una norma del 2006 consente alle industrie di non bonificare. Allo Stato l’onere della prova sul legame produzione-inquinamento. Una probatio diabolica, quasi impossibile, con interminabili contenziosi”. Eppure, spiega Stefano Lenzi del Wwf, “le Finanziarie prevedono lo stesso risorse per la bonifica delle aree private”. Valerio Gennaro conclude: “Bonifica e monitoraggio potrebbero dare tanto lavoro”. Senza contare le spese, immense (quasi tutte a carico dello Stato), per i danni da inquinamento (a cominciare dalla salute): l’Ue li stima in 13 miliardi soltanto per l’Italia.
   Attilio Parodi alza di nuovo gli occhi verso la ciminiera di Vado: “Sono pochi gli italiani che possono ritenersi al sicuro. Eppure nei programmi dei partiti la voce ambiente non è la più corposa. Forse anche gli elettori pensano ad altro”. (Ferruccio Sansa)
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LEGAMBIENTE E DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE PRESENTANO ECOSISTEMA RISCHIO INDUSTRIE
– il dossier sui comuni italiani che ospitano insediamenti a rischio d’incidente rilevante. Ancora insufficiente l’informazione ai cittadini . Scuole, centri commerciali e strutture turistiche presenti nelle aree a maggior rischio –
È ancora insufficiente l’informazione ai cittadini sui possibili rischi derivanti dalla presenza sul territorio di impianti industriali che trattano sostanze pericolose e sui comportamenti da tenere in caso di emergenza. è questo il risultato che emerge dall’indagine Ecosistema rischio industrie – presentata oggi alla stampa dal direttore di Legambiente, Rossella Muroni, dal Capo del Dipartimento della protezione civile, Franco Gabrielli, e da Simone Andreotti, responsabile Legambiente protezione civile – e realizzata da Legambiente e Dipartimento della protezione civile nell’ambito del progetto di monitoraggio, prevenzione e informazione per la mitigazione dei rischi naturali e antropici Ecosistema Rischio 2012.
Sono oltre 1.100 in Italia gli impianti industriali che trattano sostanze pericolose in quantitativi tali da essere ritenuti suscettibili di causare incidenti rilevanti in base alle direttive Seveso e ai decreti legislativi che le recepiscono. Impianti chimici, petrolchimici, depositi di gpl, raffinerie e depositi di esplosivi o composti tossici che, in caso di incidente o di malfunzionamento, possono provocare incendi, contaminazione dei suoli e delle acque, nubi tossiche, e che sono censiti dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in un inventario nazionale aggiornato semestralmente. Gli impianti sono concentrati prevalentemente in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna e interessano i territori di 739 comuni.
Se e come queste amministrazioni abbiano recepito tutte le informazioni sugli impianti presenti, sui processi di lavorazione, sulle sostanze contenute e sui potenziali rischi per i cittadini e l’ambiente e abbiano provveduto a informare i cittadini sul rischio d’incidente e sui comportamenti da adottare in caso di emergenza è l’oggetto della verifica delle risposte che i comuni hanno inviato a Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile e che costituiscono il dossier Ecosistema rischio industrie.
Attraverso un questionario inviato a tutti i 739 Comuni in cui sono presenti gli impianti riportati nell’Inventario nazionale del ministero dell’ambiente, lo studio – svolto sulle risposte inviate da 210 amministrazioni comunali (il 29% delle 739) – prende in considerazione il livello di realizzazione o partecipazione dei comuni a periodiche esercitazioni, del recepimento da parte degli stessi comuni delle informazioni contenute nei Piani d’emergenza esterni redatti dalle prefetture competenti, della pianificazione urbanistica che tenga conto del rischio esistente.
“I comuni, a cui non compete la gestione delle emergenze connesse al rischio industriale né la redazione dei Piani di emergenza esterni previsti per alcune tipologie di impianti – spiega Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – hanno il compito fondamentale di fare da raccordo tra le attività di pianificazione urbanistica e la presenza di insediamenti a rischio d’incidente rilevante. Spetta loro anche l’informazione ai cittadini: uno strumento di prioritaria importanza perché fa crescere la consapevolezza e insegna i comportamenti corretti in caso di emergenza”.
“Alla base della normativa sulla mitigazione del rischio industriale – aggiunge Simone Andreotti Protezione civile di Legambiente – c’è il grave incidente che nel 1976 colpì Seveso e altri comuni brianzoli, la contaminazione provocata da una nube tossica fuoriuscita dallo stabilimento di un’industria chimica, l’ICMESA, di Meda. Quel disastro spinse gli Stati membri della Comunità europea a promuovere una politica comune sul rischio industriale. Siamo oggi alla terza direttiva Seveso, le norme per prevenire eventuali incidenti e circoscriverne al massimo i danni sono sempre più puntuali e rigorose. Ed è di fondamentale importanza che tutti gli attori coinvolti – dalle aziende produttrici all’insieme dei soggetti istituzionali che hanno l’onere di predisporre politiche di prevenzione e di gestire eventuali emergenze – facciano la propria parte per rispettare la legge con precisione”.
Dati sul territorio
Il 94% dei 210 Comuni intervistati ha dichiarato di avere recepito le indicazioni contenute nella scheda informativa redatta dal gestore dell’impianto, così come previsto dalla legge; quest’ultima, inoltre, stabilisce la perimetrazione delle aree circostanti gli insediamenti a rischio di incidente rilevante nelle quali, in caso di malfunzionamento, potrebbero riscontrarsi conseguenze sull’ambiente o sulla salute della popolazione.   Poiché la gravità di un incidente è proporzionale alla distanza dal luogo dove si produce e ai tempi di esposizione, l’area soggetta a rischio intorno allo stabilimento viene divisa in tre zone: “di sicuro impatto”, “di danno”, “di attenzione”.
Quindi, 198 amministrazioni comunali conferma di aver recepito i dati essenziali sullo stabilimento necessari per valutare i possibili scenari e le conseguenze di un incidente e quindi per realizzare le opportune campagne informative e la corretta pianificazione urbanistica del territorio. Sono 181 i Comuni che hanno predisposto una planimetria del territorio e individuato le “aree di danno”, sottoposte a conseguenze nell’eventualità di un incidente nello stabilimento a rischio (l’86% dei comuni intervistati).
In 104 Comuni intervistati sono state individuate nelle “aree di danno” strutture vulnerabili e/o sensibili: nel 18% dei casi sono presenti scuole, nel 13% centri commerciali, nell’8% strutture ricettive turistiche, nel 7% luoghi di culto, nel 2% ospedali. Inoltre, le amministrazioni comunali hanno indicato la presenza in “aree di danno” anche di abitazioni isolate o insediamenti residenziali più consistenti, di altri stabilimenti industriali e attività produttive in genere.
Informazione ed esercitazioni
Centoquarantotto delle amministrazioni comunali che hanno risposto al questionario ha dichiarato di aver realizzato campagne informative sul rischio industriale e sulla presenza sul proprio territorio di insediamenti suscettibili di causare incidenti rilevanti. Solo 105 comuni (il 50% degli intervistati), però, ha detto di aver realizzato campagne informative sui comportamenti da tenere in caso di emergenza, per dare a tutti coloro che vivono e lavorano in prossimità dell’insediamento informazioni pratiche, precise e puntuali su come riconoscere i segnali di allarme e come mettersi al sicuro. Secondo le risposte ricevute, sono 122 i comuni che hanno stretto rapporti di collaborazione con organizzazioni o gruppi di protezione civile destinati a queste attività.
Per informare i cittadini, 96 amministrazioni hanno risposto di aver realizzato opuscoli informativi, 59 hanno puntato sul proprio sito on line realizzando sezioni ad hoc, 30 hanno organizzato iniziative nelle scuole, 58 incontri pubblici.
L’organizzazione di esercitazioni periodiche è essenziale per testare le capacità di risposta in caso di eventi calamitosi; tuttavia solo 75 Comuni del campione hanno dichiarato di aver proposto l’organizzazione di esercitazioni o partecipato a esercitazioni sul rischio industriale, alcuni (34) coinvolgendo anche la popolazione.
Il link al dossier in pdf:
http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/ecositemarischio_industriale013.pdf
IL CASO VENETO E L’INQUINAMENTO DA RISCALDAMENTO DOMESTICO
C’È LA CRISI, SI TORNA ALLE STUFE. E RIESPLODE L’ALLARME PM10
di Marco Bonet, da “il Corriere del Veneto” del 27/3/2012
– La Regione: «Si brucia di tutto, controlli difficili». Risparmi in bolletta del 50% ma le emissioni sono alle stelle –
VENEZIA – Più che di atmosfera, col fuoco che crepita mentre si sta accoccolati sul divano, è una questione di portafogli e di bollette monstre da pagare a fine mese, specie con questo inverno che non sembra finire mai. I caminetti e le stufe (in particolare quelle a pellet, di gran moda negli ultimi tempi) stanno avendo un boom senza precedenti in Veneto, soprattutto nei Comuni di montagna e di campagna, dove le case hanno spazi maggiori e la legna si può trovare a buon mercato.
   Difficile resistere: in molti casi si può risparmiare fino al 40-50% sul consumo medio del metano, il cui prezzo, stando ai dati dell’Autorità per l’energia, è in aumento costante di trimestre in trimestre. Per non dire delle detrazioni dello Stato per lo sviluppo della green power. E però, c’è un però, e sta nel fatto che questo ritorno (forzato dalla crisi) alle abitudini degli anni Cinquanta rischia di mettere in serio pericolo l’aria che respiriamo ogni giorno, vanificando tutti gli sforzi fatti nell’ultimo decennio per ripulirla dalle mortifere polveri sottili.
PELLETS NELLE STUFE
PELLETS NELLE STUFE
   Qualche dato aiuta a capire: dal 2010 al 2011 tanto le Pm10 quanto il benzo(a) pirene, due inquinanti sprigionati dalla combustione del legno e dei suoi derivati, abbiano ripreso a salire nella nostra regione, superando i livelli di guardia. Si potrebbe dire: vabbè, magari è colpa delle automobili. La risposta la dà il nuovo «Piano di tutela e risanamento dell’atmosfera » messo a punto dal settore Ambiente della Regione guidato da Alessandro Benassi: il riscaldamento domestico è la causa del 47% delle emissioni totali di Pm10 e del 52% di quelle di Pm2.5, mentre il traffico non va oltre il 26% di entrambi gli inquinanti.
   E se si guarda più in profondità, il 99% di quel 47% e 52% di cui sopra proviene dalle stufe tradizionali, dai caminetti aperti e chiusi e, seppur in misura minore, dalle stufe di ultima generazione. Sempre secondo le stime della Regione, ogni anno il riscaldamento da legno&co. (se ne consumano più di 2 milioni di tonnellate) produce in Veneto oltre 5 mila tonnellate di Pm10 per 25 mila teraJoule prodotti, contro le 20 (avete letto bene: 20) tonnellate emesse dal metano per quasi 98 mila teraJoule (il teraJoule è l’unità di misura del calore).
   Insomma, stufe e caminetti generano il 98% dell’inquinamento per il 18% del riscaldamento. «Il rischio era che, complice la crisi e la rapida diffusione di questi sistemi nuovi nella forma, per quanto vecchi nella sostanza, il fenomeno potesse sfuggirci di mano – spiega Benassi – anche perché a differenza del metano, mappato per ragioni fiscali e di manutenzione (si pensi al “controllo fumi”, ndr.), per le biomasse è più complicato avere un dato preciso sul numero degli impianti e sulla quantità e la qualità del materiale bruciato, si procede per lo più grazie a stime di vendita e sondaggi. Per questo abbiamo deciso di dedicare una parte specifica del nuovo Piano proprio a questo argomento, prevedendo adeguate contromisure, senza voler demonizzare nessuno».
   Si tratta, volendole riassumere, di interventi strutturali che, nel difficile tentativo di coniugare le urgenze dell’economia domestica con il rispetto dell’ambiente, puntano tra divieti e controlli alla progressiva sostituzione degli impianti più vecchi con quelli di ultima tecnologia. Oltre ovviamente all’uso responsabile di legno «vero» e non di miscugli a buon mercato, certo, ma imbevuti di colle. E questo anche in considerazione del fatto che qui a Nord Est lavorano alcune delle aziende più avanzate del settore, per i cui i denari resterebbero «in casa».
   «La Regione è pronta a fare la sua parte, con contributi economici come quelli già sperimentati in provincia di Belluno, dove prima che altrove è stato registrato l’allarme biomasse – spiega l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte -. E’ giusto investire nelle rinnovabili ma gli obiettivi energetici, peraltro imposti dall’Europa, vanno coniugati con quelli ambientali, abbattendo i fumi e creando la giusta cultura: non si può bruciare di tutto».
   Proprio le indicazioni arrivate da Bruxelles con il pacchetto clima- energia 20/20/20 hanno impresso un’accelerazione al proliferare in Veneto delle centrali a biomasse, con cui grazie al «conto termico» adesso ci si può pure guadagnare.
   Non è un caso che nell’ultimo rapporto pubblicato dal Nimby Forum ben 11 «conflitti» sui 41 registrati in Veneto coincidessero con un comitato in guerra contro uno di questi impianti. «Il paradosso è che più grande è la centrale a biomasse e più si può stare tranquilli – chiude Benassi -. Perché ci sono autorizzazioni da ottenere, controlli da fare, sistemi di abbattimento fumi su cui investire. L’attenzione è massima e continua. Mentre le piccole stufette, tra salotti e cucine, chi le va a guardare?». Lì nessuno ci mette il naso. E’ la sindrome Nimby applicata al focolare: non nel mio camino. (Marco Bonet)
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sempre dal Nordest…
DI SMOG SI MUORE. NESSUNO NE PARLA
di Corrado Poli, da “il Corriere del Veneto” del 13/12/2012
   Dove sono finite le polveri sottili, il famigerato PM10? Ogni autunno, da oltre vent’anni, hanno sollevato le ansie dei cittadini e popolato i dibattiti politici nelle città padane. Finalmente le polveri sono sparite: dalle cronache, non certo dall’aria della pianura padana che ne è tuttora invasa più che ogni altra regione d’Europa.
   Qualche anno fa Padova e Verona erano seconde solo a Milano e Torino per tassi di inquinamento ed è difficile credere che la situazione sia sostanzialmente cambiata. L’Italia e le amministrazioni comunali sono state più volte richiamate dall’Unione Europea a mettersi in regola, pena severe sanzioni. Alcuni amministratori sono stati denunciati per omesso controllo non avendo contrastato in modo adeguato l’inquinamento atmosferico.
   Il PM10 è generato in buona parte dal traffico automobilistico, sebbene vi contribuiscano anche inceneritori, industrie e impianti di riscaldamento. Stimolata da questa emergenza, una società civile ricercherebbe soluzioni tecniche e socio-organizzative radicali, intelligenti e innovative che dalla nostra regione potrebbero essere esportate altrove. Invece, s’è scelta la “soluzione” più semplice che mette tutti d’accordo, cioè insabbiare il problema e parlarne sempre meno.
   Il problema dell’inquinamento dell’aria è difficile e complesso. Richiede un cambiamento di stile di vita, e soluzioni radicali sulla mobilità. Non occorre cambiare tutto e subito, ma pensare a prospettive radicalmente alternative sì! Invece ci si accontenta della superficialità delle giornate ecologiche: occasioni per fare festa per le associazioni ambientaliste tanto piacevoli quanto inefficaci alla lotta contro l’aria inquinata.
   Gli studi sulla percezione del rischio e dei comportamenti politici offrono spiegazioni del perché non si parla più di PM10. Un tipico atteggiamento sociale nei confronti dei rischi è l’assuefazione e la negazione anche di fronte all’evidenza.
   Quando un problema è percepito come irresolubile, i cittadini lo rimuovono. I politici e chi teme un danno dalle possibili soluzioni radicali ne approfittano. L’inquinamento dell’aria ha poi due caratteristiche che portano alla sua sottovalutazione.
   Prima di tutto è “democratico”: la stessa aria è respirata dal ricco e dal povero, da chi guida una Jaguar e da chi s’arrabatta con una Panda. Il linguaggio della politica, invece, è stato elaborato soprattutto per combattere le ingiustizie e quindi è inefficace per questo tipo di inquinamento e per la tutela della salute.
   Un atteggiamento da paese povero quale il Veneto non è più. Inoltre, essendo un problema generale, dovrebbe essere affrontato da grandi organizzazioni di partito e diventare un tema centrale delle campagne politiche (…)
   Oggi ricevono più attenzione – ma non risultati – quei problemi localisti “contro” i quali si costituiscono comitati di cittadini. I partiti delegittimati invece si barcamenano tra localismi da una parte e pressioni lobbiste dall’altra, entrambi comunque inadeguati ad affrontare il problema dell’inquinamento da traffico.
   Queste spiegazioni “scientifiche” del comportamento sociale non vanno però contrabbandate per giustificazioni morali all’ignavia, alla corruzione e all’incapacità di tutelare la salute dei cittadini da parte delle autorità e di una politica (anche delle associazioni) che seleziona le battaglie secondo il proprio tornaconto!
   Di PM10 si muore e le politiche per la riduzione della mobilità vanno studiate in modo serio e non opportunistico come invece si fa nei paesi con i quali dovremmo confrontarci. (Corrado Poli)
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ALTRI DATI, PIU’ PREOCCUPANTI…
IN ITALIA L’INQUINAMENTO UCCIDE: DODICIMILA VITTIME OGNI ANNO
da “la Repubblica” del 22/1/2013
– Libro-inchiesta di Margherita Fronte Pier Mannuccio Mannucci: la metà dei decessi causati dallo smog. Maglia nera alla Lombardia con 350 vittime, 200 a Milano. Nel mondo 1 milione e 340.000. Pericolosi anche i veleni in casa. Cosa fare per difendersi –
   SEIMILA muoiono per lo smog. Altri tremila per il radon, il più pericoloso dei veleni domestici, e altrettanti alle malattie da amianto che ancora tappezza migliaia di edifici. E’ allarmante in Italia il bollettino dei caduti sotto i colpi dell’inquinamento conta circa 12 mila decessi all’anno. Una strage silenziosa che in tutto il mondo fa registrare oltre 1,3 milioni di vittime, tanti quanti i morti per Aids.ARIA DA MORIRE
   A riaccendere i riflettori sul problema è il libro ‘Aria da morire’ (Dalai editore), firmato dalla giornalista Margherita Fronte e dall’ematologo Pier Mannuccio Mannucci, tra i più noti medici internisti italiani, direttore scientifico dell’Irccs Policlinico di Milano e fondatore di Gruppo 2003, movimento di scienziati per la rinascita della ricerca in Italia, che proprio in questi giorni ha lanciato un appello – e 10 domande – ai candidati premier in lizza alle prossime elezioni politiche.
   Nel mondo 1 milione e 340.000. “L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che le morti per inquinamento sono 1 milione e 340 mila all’anno, con un incremento del 16% dal 2004 al 2008”, sottolinea Mannucci. Di questi decessi, “150 mila l’anno si verificano in Europa, 12 mila in Italia e 350 in Lombardia, di cui 200 soltanto a Milano. L’Italia settentrionale è particolarmente malmessa, la Lombardia è una delle regioni più colpite e la città di Milano soprattutto”.
   Ogni inverno lo sforamento dei livelli di smog è un “tormentone” immancabile sulle pagine di cronaca, A danneggiare la qualità dell’aria non ci sono solo le polveri sottili, ma anche sostanze d’uso quotidiano che si annidano tra le mura di casa, in auto, uffici e scuole, negozi, palestre e locali. Veleni ancora più insidiosi perché.
COSA FARE PER SALVARE IL RESPIRO. Ognuno di noi può fare qualcosa per salvarsi.Dalla casa all’auto, da usare poco in città perché la concentrazione di inquinanti nell’abitacolo è solitamente maggiore di quella esterna. Se si fa jogging è preferibile correre col brutto tempo, perché la concentrazione di inquinanti nell’aria è più bassa. Occhio anche alle passeggiate con bebè. I bambini che ancora non camminano andrebbero portati nello zaino o nel marsupio, invece che nel passeggino. In genere, spiega infatti Mannucci, “le polveri viaggiano rasoterra e anche stare un metro e mezzo più in alto può fare la differenza” per bronchi e polmoni. A tavola, poi, via libera a “pomodori, melograno, barbabietole, arance rosse, oltre a carote, mandarini e limoni, verdure a foglia”, i più ricchi di antiossidanti.
COME UCCIDE LO SMOG. L’Oms indica che basta una variazione minima, pari a 10 microgrammi/metro cubo, dei livelli di Pm2,5 nell’aria per aumentare il rischio di mortalità generale del 6% e dell’8% il pericolo di tumore al polmone. Ma come uccide lo smog? “Contrariamente a quanto si crede – puntualizza Mannucci – sono le malattie cardiovascolari, e non quelle respiratorie, la prima causa di morte da inquinamento“. Infatti “le frazioni di polveri più sottili, il cosiddetto black carbon, non arriva solo nei polmoni ma entra anche nel sangue, dove veicola tutti i veleni (metalli pesanti e materiali organici vari) che ha assorbito come fosse una spugna, e aumenta il rischio che si formino trombi”.
SMOG IN CITTA' (immagine tratta da WWW.CLASSMETEO.IT/
SMOG IN CITTA’ (immagine tratta da WWW.CLASSMETEO.IT/)
Di smog si muore soprattutto per infarto, ma anche di aritmie, a causa di alterazioni al sistema simpatico che possono portare a morte improvvisa; di scompenso, di ictus, di malattie da trombosi venosa. “In due terzi dei casi – spiegano gli autori – i decessi da smog sono cardiovascolari e riguardano gli anziani. Mentre le malattie respiratorie, asma in particolare, colpiscono soprattutto i bambini“. In particolare, “tra i veleni dell’aria più deleteri per la salute del respiro c’è l’ozono, il principale inquinante estivo responsabile di asma, bronchiti e polmoniti”.
Non si è al sicuro neanche al chiuso. “L’inquinamento indoor è molto meno conosciuto di quello outdoor – osserva Mannucci – ma non è certo meno importante”, soprattutto perché ha a che fase con il cancro. Nella maggior parte dei casi il rischio per la salute è di tipo oncologico. Il primo nemico indoor è il “radon, la più diffusa delle sostanze radioattive, che dal sottosuolo tende ad accumularsi nelle case. Il radon è ubiquitario -si legge sul libro – Si stima che il 10-15% di tutti i tumori al polmone sia causato proprio da questa sostanza” e “l’unica soluzione è ventilare spesso le case”.
I VELENI. L’elenco dei veleni che rischiamo di trovarci come coinquilini è lungo: c’è la formaldeide onnipresente emanata da arredi per la casa (mobili di truciolato, tende, tappeti), prodotti per la pulizia della casa, smalti per unghie, addirittura computer e fotocopiatrici; c’è il benzene, sprigionato soprattutto dalle sigarette ma anche dai bastoncini di incenso, o il monossido di carbonio di caldaie e stufe. E ancora ci sono ilnaftalene di solventi e insetticidi; gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) liberati dalla combustione della legna, ma presenti anche nei cibi bruciacchiati; il tricloroetilene (la vecchia trielina), che rischiamo di trovare nei prodotti per il bricolage ed è cancerogeno nonché tossico per il sistema nervoso; il tetracloroetilene usato nel lavaggio a secco e infine le muffe “culla dell’asma”, o gli acari della polvere.
I CONSIGLI. Anche in questo caso il buon senso può fare da ‘scudo’: non fumare nelle case, raccomandano per esempio gli esperti; leggere e seguire le istruzioni a corredo di tutti prodotti che compriamo, evitare ‘cocktail’ tra detersivi, tenere gli animali domestici fuori dalle camere da letto, aerare i locali almeno due volte al giorno, e aiutarsi anche scegliendo anche il ‘verde’ giusto. “Alcune piante da appartamento aiutano a ripulire l’aria dagli inquinanti, e in modo particolare dalla formaldeide. Sono dracena, aloe, clorofito, crisantemo, gerbera, giglio, peperomia, sansevieria e ficus”, si elenca nel libro.
   Gli autori non si sentono “Cassandre” e precisano: “I numeri non sono una sentenza definitiva di malattia e morte. Al contrario, nelle cifre c’è anche la soluzione del problema”.
Incentivare il car sharing, cambiare il parco macchine favorendo la diffusione di auto elettriche e a metano, adottare tecnologie di riscaldamento ‘green’ripensare strade e quartieri per città sempre più libere dai motori, sono alcune delle misure suggerite alle istituzioni.
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TRIESTE E L’ACCIAERIA IN CENTRO CITTA’
I MALATI DELLA FERRIERA, L’ILVA DEL NORD-EST
di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 14/1/2013
– Tra gli operai di Trieste: “I tumori sono aumentati del 50%”, Su 2.142 operai che hanno lavorato qui in 20 anni ben 300 hanno avuto la diagnosi di gravi sindromi polmonari –
TRIESTE – Luigi Pastore è nato a Barletta, ha 57 anni, è perito agrario, lavora da operaio alla Ferriera di Trieste da 14 anni, e fino a 4 mesi fa. Perché 4 mesi fa ha scoperto di avere un linfoma di MalT, e quando lo incontro sta per finire un ciclo di chemio “pesantissima”, poi dovrà ripeterla ogni due mesi.
   “Ho pensato: viene il cancro proprio a me, che sono quello che rompe… Poi ho ripensato che attorno a me i miei amici andavano in pensione e dopo pochi mesi morivano. E guarda che si andava in pensione giovani, per l’esposizione all’amianto. In questi giorni di festa mi hanno telefonato due che lavorano con me: uno ha un tumore al cervello, uno allo stomaco”.
Sono venuto a Trieste spinto da una serie di motivi. È uscita, commissionata dalla Procura, una certificazione sulla diffusione dei tumori polmonari negli anni dal 1974 al 1994 fra i lavoratori della Ferriera: superiore del 50 per cento alla media fuori dalla fabbrica. 300 su 2.142. Una proporzione allarmante. Però è allarmante anche che dati simili vengano compilati (sui documenti Inail e Inps) oggi, e che si aspetti l’analisi epidemiologica che arrivi ai nostri giorni. E la Ferriera sta addosso a Trieste quanto e più dell’Ilva ai Tamburi tarantini.
È difficile capacitarsi di una città piena d’intelligenza e di competenze che abbia lasciato correre per tanto tempo, quando non abbia screditato chi denunciava. Un altro motivo mi ha spinto. A Taranto mi ero sentito ripetere tante volte: “Ci trattano così perché stiamo qui, in fondo all’Italia: nel nord non avrebbe potuto succedere”. Non è vero. Sono equanimi, sfruttatori e inquinatori. Succede a Seveso, a Mantova, a Brescia, a Casale… Succede a Trieste.
La Ferriera, già Italsider, poi Pittini, poi Lucchini e Rubashov, poi delle banche, è oggi affidata a un commissario governativo, Piero Nardi. Racconta Pastore: “Ho lavorato in cokeria, altoforno, qualità, e da ultimo al parco ghisa. Il mio linfoma, guarda, non fumo da 15 anni, vita regolare, i dottori dicono che non hanno la prova ma il MalT non è da fumo, io penso alle diossine emesse alla qualità, sotto il camino 5. L’Inail mi ha riconosciuto la malattia professionale, prima la broncopatia, ora il linfoma. E non è facile, tutti badano all’economia. La loro economia: nessuno che pensi che la mia chemio costa 13 mila euro. Gli operai sono anche strani, hanno paura di farsi le visite per non scoprirsi malati. Io appena avuta la mia diagnosi ho fatto una specie di comunicato”.
Ogni posto così ha un matto fissato. Qui si chiama Maurizio Fogar, è l’animatore del Circolo Miani. È ascoltato dagli uni, inviso agli altri: “Un allarmista”, “Con lui non si può parlare: ripete sempre le stesse cose”. È vero, è una Cassandra, ripete da quindici anni che la Ferriera va chiusa, che sta lì solo per speculare e far ammalare, sospetta ovunque complicità o omissioni, deride “esperti” che scambiano il benzene col benzopirene. Solo che, alla luce dei fatti – la Ferriera ridotta da 2 mila a 450 dipendenti, e vicina a spegnersi, senza un serio piano di bonifica e conversione, la Sertubi fallita, l’allarme sulle malattie, soprattutto infantili – forse aveva ragione, con la sua fissazione.
A Trieste ha vissuto un medico (e scrittore) illustre e generoso, Renzo Tomatis, che diresse il Centro tumori di Lione – e vi morì nel 2007. Ricorda fiero Fogar: “Nella sua ultima uscita, era in pensione, parlò della salute a Trieste al Circolo Gerbec a Servola: ‘Siccome vedo in sala Maurizio Fogar, colgo l’occasione per scusarmi per il colpevole ed omissivo comportamento dei miei colleghi sul dramma della Ferriera in tutti questi anni…'”.
La differenza fra Taranto e Trieste sta nelle dimensioni: non delle città, che si somigliano e si assottigliano allo stesso modo precipitoso, ma delle fabbriche. L’Ilva ha 12 mila dipendenti, e quasi 20 mila con le ditte, la Ferriera 450, e un migliaio sì e no con le ditte. E poi la magistratura: a Taranto ha preso in mano il destino cittadino, a Trieste no. Quando le denunce hanno avuto un seguito, il reato perseguito era l'”imbrattamento”, passibile di una contravvenzione, come le scritte murali di Mario che ama Maria. (Nel 2010 furono bensì arrestati dirigenti della Ferriera Lucchini, e sequestrata una discarica abusiva di 360 mila tonnellate di rifiuti speciali e tossici, che interrano un vasto tratto di mare: ma l’iniziativa veniva dalla Procura di Grosseto).
Li trovo, Fogar e gli altri, davanti a un supermercato a ridosso della Ferriera, con le scatole da scarpe, chiedono di sottoscrivere un euro. In capo a tre giorni ne avranno raggranellati 800, buoni per le bollette più incombenti. Sono militanti inusuali, un medico, un’impiegata comunale, un operaio, un poliziotto, una maestra, un ufficiale marittimo. E Mario, ex postino, fuoruscito da due tumori, che andò a Roma a fare le selezioni da Bonolis e cadde alla domanda se Madonna avesse mai cantato in italiano: voleva dire no, disse sì, e tornò indietro, senza la vincita che avrebbe devoluto al Circolo.
Il Circolo sta in uno stanzone sul tetto, dal quale si domina – per così dire – la fabbrica, se ne fronteggiano fumi e vapori colossali, si spazza la polvere nera – “imbrattamento” – si guardano i bambini dell’asilo nido che giocano nel cortile. Si vedono anche i camini del cementificio e dell’inceneritore, tutti vicini, e il tratto di mare nel quale si vorrebbe piazzare un rigassificatore, a completare l’opera – ne ha scritto per Repubblica Paolo Rumiz.
   Fa freddo, le discussioni si fanno coi cappotti indosso, c’è un gran disordine di libri e ritagli, ma anche due piccoli acquari di pesci benvoluti. Fogar non smette mai di ricordare inesorabilmente date, episodi, dichiarazioni. La siderurgia è da tempo solo un pretesto, dice: l’acciaieria trasportata in Russia nel 2004, altoforno e cokeria servono solo a giustificare la Centrale di cogenerazione che utilizza i gas di risulta e, grazie alle agevolazioni “ecologiche”, vende l’energia elettrica a tre o quattro volte il prezzo ordinario, a spese del consumatore.
Una siderurgia che si morde la coda: esiste per produrre gas nocivi che siano impiegati a generare energia da vendere a tariffe maggiorate perché ha impiegato i gas nocivi. È l’affare che protrae l’esistenza della Ferriera, oltre a un altro regalo colossale, il privilegio di usare la banchina non solo per il carico e scarico di minerali, ghisa e coke, ma per terzi: un porto in concorrenza, la più conveniente, col vero porto, anche lui in piena crisi. Oltre che il serbatoio di voti, sempre più striminzito, ma ancora capace di far gola in una città in cui il lavoro agonizza.
Ma a questo punto la manovra politica è un esercizio di equilibrismo: promettere la continuazione della produzione e la sua cessazione, il lavoro e la salute, non insieme, ma spartiti, il lavoro agli uni e la salute agli altri, e peggio per tutti. A stare al ministro Clini – il quale ha dato un ultimatum di un mese per mettersi a norma, e se no dismissione: il mese è già passato – la Ferriera dovrebbe chiudere da un momento all’altro. (A proposito: Clini si specializzò in medicina del lavoro con una tesi sulla cokeria triestina).
Pastore: “Credi a me, a norma non c’è nemmeno un bullone. L’Italia ha bisogno di siderurgia, ma pulita. Questa è finita: e non è che la chiudano le istituzioni, come avrebbero dovuto, si spegne da sola, per esaurimento, e questa fine mi turba. Hanno raschiato il fondo del barile, e se ne vanno per non pagare le bonifiche. Non le farà nessuno. Io sono in malattia, ma sono tuttora Rsu, ho fatto il mio dovere. Ti faccio un esempio: si portavano le tute a casa, le mogli che le lavavano potevano ammalarsene. Ho ottenuto il lavaggio alla cokeria, poi agli altri reparti e alle ditte esterne. Non è vero che gli operai non segnalano le cose che non vanno.
Io non le segnalo a voce, e anche quando fu introdotto un modulo dall’azienda, in mano all’operaio restava solo uno scontrino, io facevo la copia della denuncia e la faxavo. Voglio rientrare per controllare che le cose siano a posto: col commissariamento vanno via le ditte, gli operai dovranno fare anche il loro lavoro, la fabbrica diventerà più pericolosa. Già, come diciamo noi, mettevano il fil di ferro, ora taglieranno corto”.(Adriano Sofri)
TARANTO, INQUINAMENTO KILLER
di Daniela Cipolloni, da OGGISCIENZA del 22/10/2012 (www.oggiscienza.wordpress.com)
   A Taranto si muore di più. Di più per tutte le cause di malattia. Di più rispetto al passato. Di più rispetto al resto della provincia, della regione e di gran parte della Penisola.
   È un fatto ormai accertato dalle indagini epidemiologiche, e in particolare dal progettoSentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), il monitoraggio nazionale dell’Istituto superiore di sanità (Iss), sulla mortalità e il rischio sanitario delle persone che vivono nei posti più inquinati d’Italia, tra cui appunto il capoluogo pugliese. I dati, raccolti a partire dal 1980 e appena aggiornati per il periodo 2003-2009, mettono i brividi. Nella città dell’Ilva, la mortalità è dell’11% più alta rispetto alla media regionale, in aumento di un punto percentuale rispetto al periodo 1995-2002.
   Tumori, malattie respiratorie e cardiocircolatorie si confermano i big killer legati all’inquinamento. Secondo una nuova analisi, basata sul Registro tumori della Puglia – Asl di Taranto, relativa al biennio 2006-2007, nei comuni di Taranto e Statte (entrambi sito di interesse nazionale per le bonifiche) le diagnosi di cancro sono del 30% più frequenti negli uomini e del 20% in più per le donne rispetto al resto della provincia. Con picchi specifici per lui (mesotelioma: +100%; melanoma: +90%; linfoma non Hodgkin: +60%; polmone: +50%; fegato: +40%; vescica: + 30%; colon-retto e prostata: +20%). E per lei (fegato: +75%; linfoma: +43%; utero: +80%; polmoni: +48%; stomaco: +100%; mammella: +24%).
   Spaventosi i dati riguardanti i bambini. A Taranto c’è un eccesso di mortalità nel primo anno di vita del 20% rispetto al resto della Puglia e un consistente aumento di malattie infantili per tutte le cause, tra cui asma e allergie. “I bambini – spiega il rapporto del Ministero della Salute – mostrano una maggiore vulnerabilità agli agenti ambientali perché, rispetto agli adulti, hanno tassi respiratori più elevati e un maggior consumo di cibo per kg di peso, che possono determinare esposizioni più elevate, per inalazione e ingestione, a contaminanti presenti nell’aria e negli alimenti”.
   Nel complesso, tutti gli studi, comprese analisi di coorte (che mostrano come nelle vicinanze dell’impianto l’incidenza di malattie e la mortalità siano superiori rispetto a quartieri di Taranto più periferici), non lasciano spazio a dubbi: “Emerge con chiarezza uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto”.
   Ora, anche se la risposta può sembrare scontata, la domanda cruciale è: la colpa è dell’Ilva? “Ci sono evidenze epidemiologiche abbastanza solide per effettuare una ragionevole associazione di causa-effetto tra l’impianto siderurgico e certi effetti sulla salute”, commenta Maria Angela Vigotti, ricercatrice del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa, associata all’Istituto di fisiologia clinica del Cnr e consulente per l’incidente probatorio sul caso Ilva del Comune di Taranto. “Ma non è detto che l’Ilva sia l’unica responsabile. Oltre all’Ilva, ci sono sul territorio altre fonti inquinanti, come la marina militare, la raffineria dell’Eni, la Cementir”.
   Tuttavia l’Ilva resta l’indiziata numero uno. Spiega Loredana Musmeci, dirigente dell’Iss: “Tre elementi critici sono emersi riguardo l’area urbana a ridosso dell’Ilva, il benzopirene, che si disperde nell’aria attraverso le polveri sottili, la diossina, che fuoriesce dai camini, e i metalli”.
   L’Ilva è responsabile del 99% delle emissioni di benzopirene nell’area di Taranto e del 90% della diossina in tutta Italia. “Questi fumi tossici aumentano notevolmente il rischio di malattie respiratorie, un effetto che è stato confermato a livello epidemiologico sia nel lungo che nel breve termine, e in particolare sui bambini”, prosegue Vigotti. “Per la maggior parte dei tumori, a parte per il mesotelioma della pleura, è più difficile stabilire una responsabilità diretta e si parla piuttosto di multifattorialità”.
   È un’analisi ardua, quella degli effetti sulla salute dell’inquinamento industriale. “Per esempio, il particolato emesso dalle ciminiere, oltre a essere respirato direttamente, finisce su campi coltivati, viene ingerito dagli animali ed entra nella catena alimentare, provocando conseguenze indirette sulla salute”, aggiunge Vigotti. Ma il “caso Taranto” insegna che, pur nella complessità, è possibile riscontrare evidenze scientifiche che non lasciano spazio a dubbi e propaganda.
   E ora? Il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato un piano d’intervento all’interno della nuova Autorizzazione integrata ambientale (il provvedimento che disciplina e autorizza l’attività di un impianto industriale), che prevede un sistema di monitoraggio sanitario e un piano di prevenzione nei confronti dei lavoratori, dei bambini, di tutti, con iniziative mirate. (Daniela Cipolloni)
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QUESTIONE CEMENTIFICI E RIFIUTI DA (NON) BRUCIARE
RIFIUTI BRUCIATI NEI CEMENTIFICI: LA PROPOSTA ARRIVA DAL GOVERNO
da “Ambiente Magazine” del 19/2/2013 (www.ambientemagazine.esiasrl.it/)
– Secondo il Ministero dell’Ambiente si ridurrebbe la Co2 e le diossine prodotte e ci sarebbero vantaggi economici. Di Ciaula (Isde): salute pubblica a rischio –
   Braccio di ferro tra il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e l’aula della Camera. Al centro del dibattito, ancora una volta, il problema dei rifiuti. Questa volta, però, non si tratta dell’immondizia che continua a soffocare alcune delle più grandi città italiane, bensì la possibilità di utilizzare la combustione dei cosiddetti rifiuti solidi secondari (Css) al posto del petcoke, un sottoprodotto di scarto delle raffinerie. In pratica, le famose ecoballe potranno finire per essere bruciate nei forni dei cementifici.
CEMENTIFICI
CEMENTIFICI
   Il 23 gennaio scorso è arrivata a Montecitorio la proposta di legge denominata “Utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale”, in seguito alla sua approvazione da parte del Senato. Secondo Clini, il provvedimento in sostanza offrirebbe una mano non soltanto all’ambiente e all’economia ma terrebbe fuori dal ciclo dei rifiuti la malavita organizzata. In poche parole verrebbero fissati controlli più severi sui tipi di rifiuti che vanno a finire nei cementifici.
   In queste strutture si usa generalmente combustile a bassissimo costo, chiamatopetcoke, che è il frutto di tutto quello che rimane dopo la catena di raffinazione eproduzione dei derivati dal greggio, portando con sé tutte le impurità dell’intera filiera produttiva. Il Css, invece, proposto dal ministero, determinerebbe risultati di sicuro migliori.
   In Italia sono già 20, sui 53 censiti, gli stabilimenti che stanno utilizzando questo prodotto, che porta con sé due vantaggi: da un lato ridurre la quantità delle emissioni di Co2 dei cementifici, dall’altro diminuire il numero di rifiuti da smaltire in discarica, specialmente nelle zone in emergenza. Si favorirebbe anche la sostituzione parziale con gli scarti di questo tipo dei combustibili fossili in genere utilizzati per alimentare questi impianti e una minore produzione di diossine rispetto ai classici inceneritori.
   Anche se la Camera dei deputati ha espresso parere contrario non vincolante sul testo, che è uno schema di decreto del presidente della Repubblica, Clini si è detto pronto ad andare avanti e vincere la battaglia con il Parlamento e i gruppi ambientalisti che si oppongono alla sua proposta. Tra queste anche l’Isde, l’Associazione dei medici per l’ambiente, che ha espresso pubblicamente la propria contrarietà. Spiega bene perché ad Ambiente Magazine uno dei suoi membri, il dottor Agostino Di Ciaula.
   “I punti oscuri del testo sono molti – dichiara Di Ciaula – e bruciare i rifiuti nei cementifici non è una soluzione sostenibile, né dal punto di vista ambientale né da quello economico. Non è vero che si riduce l’anidride carbonica. I cementifici sonoimpianti industriali altamente inquinanti, producendo in totale 27 milioni di tonnellate di Co2 all’anno e i limiti di legge per le emissioni di questi impianti sono enormemente più permissivi e soggetti a deroghe rispetto a quelli degli inceneritori classici. Per non parlare della diossina e di altri metalli pesanti prodotti dalla combustione che si accumulano ovunque, nei tessuti umani come negli alimenti che ingeriamo, causando conseguenze misurabili sulla salute dei residenti nei territori limitrofi, in particolare in età pediatrica. L’incentivazione e l’agevolazione della combustione dei rifiuti nei cementifici potrebbe produrre significative conseguenze ambientali, sanitarie ed economiche e sarebbe ad unico vantaggio dei produttori di CSS e dei proprietari di cementifici”.
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LA COMBUSTIONE DEI RIFIUTI NEI CEMENTIFICI
di Agostino Di Ciaula – ISDE Italia (associazione dei medici per l’ambiente)
– Un appello alla politica e al buon senso –
   Il 23 gennaio 2013 è arrivata alla Camera la proposta di legge denominata “Utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale”, in seguito alla sua approvazione da parte del Senato.
   Il testo è consultabile cliccando qui ed è imminente la discussione per l’approvazione definitiva del testo. Qualora questo avvenga, ci sarebbe un’estrema agevolazione del procedimento autorizzativo unico necessario ai cementifici per bruciare rifiuti (sotto forma di “combustibile solido secondario”, CSS) in sostituzione parziale dei combustibili fossili. Nonostante questa pratica, economicamente conveniente per l’imprenditoria di settore, possa teoricamente comportare una riduzione di alcune emissioni di gas serra, gli svantaggi per gli italiani sarebbero enormemente maggiori rispetto ai possibili benefici, comunque ottenibili con metodi alternativi e più sostenibili.
   I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti con e senza l’uso dei rifiuti come combustibile e i limiti di legge per le emissioni di questi impianti sono enormemente più permissivi e soggetti a deroghe rispetto a quelli degli inceneritori classici. Ad esempio, considerando solo gli NOx, per un inceneritore il limite di legge è 200 mg/Nmc, mentre per un cementificio è tra 500 e 1800 mg/Nmc. Inoltre, un cementificio produce di solito almeno il triplo di CO2 rispetto a un inceneritore classico.
   La lieve riduzione dei gas serra ottenuta dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con rifiuti ridurrebbe le emissioni dei cementifici in maniera scarsamente significativa, considerata la abnorme produzione annua di CO2 da parte di questi impianti che, secondo i dati del registro europeo delle emissioni inquinanti (E-PRTR) ammonta in Italia a circa 21.237.000 tonnellate/anno.
   Basterebbe un piccolo aumento della capacità produttiva dei singoli impianti per recuperare abbondantemente la quantità di gas serra “risparmiata” dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con i rifiuti. Questi ultimi, infatti, sono economicamente molto più vantaggiosi dei combustibili tradizionali e, dunque, agirebbero da concreto incentivo all’aumento della produzione. Se l’obiettivo del legislatore è dunque quello di ridurre le emissioni inquinanti di tali impianti, sarebbe opportuno proporre, in luogo di una mera variazione di combustibile, l’imposizione di miglioramenti tecnologici e di limiti produttivi ed emissivi che possano garantire maggiormente la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
   La combustione di rifiuti nei cementifici comporta una variazione della tipologia emissiva di questi impianti, in particolare in merito alla emissione di diossine/composti organici clorurati e metalli pesanti. La produzione di diossine è direttamente proporzionale alla quantità di rifiuti bruciati.
   Riguardo alle diossine, viene sottolineato da parte dei proponenti di tale pratica come le alte temperature dei cementifici diminuiscano o addirittura eliminino le emissioni di queste sostanze, estremamente pericolose per la salute umana. Tale affermazione sarebbe invalidata da evidenze scientifiche che mostrano come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento (nella parte finale del ciclo produttivo) esse si riaggregano e si riformano.
   Inoltre, considerata la particolarità chimica delle diossine (inquinanti persistenti per decenni nell’ambiente e nei tessuti biologici, dove si accumulano nel tempo), l’eventuale riduzione quantitativa della concentrazione di diossine nelle emissioni dei cementifici sarebbe abbondantemente compensata dall’elevato volume emissivo tipico di questi impianti.
   È stato dimostrato che la combustione di CSS nei cementifici causa un significativo incremento delle emissioni di metalli pesanti, in particolare mercurio, enormemente pericolosi per la salute umana. È stato calcolato che la combustione di una tonnellata di CSS in un cementificio in sostituzione parziale di combustibili fossili causa un incremento di 421 mg nelle emissioni di mercurio, 4.1 mg in quelle di piombo, 1.1 mg in riferimento al cadmio. Particolari criticità dovute alla tipologia di rifiuti bruciati sono state riportate in merito alle emissioni di piombo.
   L’utilizzo del CSS nei cementifici prevede l’inglobamento delle ceneri tossiche prodotte dalla combustione dei rifiuti (di solito smaltite in discariche per rifiuti speciali pericolosi) nel clinker/cemento prodotto. Questo comporta rischi potenziali per la salute dei lavoratori e possibili rischi ambientali per l’eventuale rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche. Inoltre, le caratteristiche fisiche del cemento potrebbero essere alterate dalla presenza di scorie da combustione in modo tale da non renderlo universalmente utilizzabile.
   La destinazione dei rifiuti a pratiche di incenerimento è contraria alla recente raccomandazione del Parlamento Europeo (A7-0161/2012, adottata a Maggio 2012), di rispettare la gerarchia dei rifiuti e di intraprendere con decisione, entro il prossimo decennio, la strada dell’abbandono delle pratiche di incenerimento di materie recuperabili in altro modo.
   Una politica finalizzata alla transizione dal concetto di rifiuto a quello di risorsa, che preveda una progressiva riduzione della quantità di rifiuti prodotti e una concreta politica di riutilizzo della materia attraverso trattamenti a freddo, sarebbe pratica decisamente più sostenibile, economicamente vantaggiosa e orientata al bene comune di quanto sia qualunque scelta che comporti forme di incentivo alla combustione.
   L’Italia è la nazione Europea con il maggior numero di cementifici e questi impianti causano conseguenze misurabili sulla salute dei residenti nei territori limitrofi, in particolare in età pediatrica. L’incentivazione e l’agevolazione della combustione dei rifiuti nei cementifici potrebbe produrre significative conseguenze ambientali, sanitarie ed economiche e sarebbe ad unico vantaggio dei produttori di CSS e dei proprietari di cementifici.
   Per le ragioni esposte, sarebbe assolutamente opportuno evitare l’approvazione del D.Lgs. denominato “Utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale” e prevedere, nel corso della prossima legislatura, una serie di misure finalizzate a rendere maggiormente sostenibile nel nostro Paese sia la produzione di cemento che la gestione dei rifiuti. (Dr. Agostino Di Ciaula – ISDE Italia)
LE FABBRICHE ASFISSIANTI CHE AVVELENANO L’EUROPA
di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 13/8/2012
– Il rapporto Ue: l’inquinamento ci costa 169 miliardi di euro all’anno –
   Ci costa fino a 169 miliardi annui, a noi cittadini europei, l’inquinamento atmosferico prodotto dalle 10.000 industrie più «sporche» dell’Unione Europea. Lo spaventoso costo dell’inquinamento dell’aria prodotto dalle attività industriali – e scaricato, sotto forma di costi per la salute e per l’ambiente sulle tasche dei cittadini – è rivelato da unrapporto dello scorso novembre dell’Agenzia Europea dell’Ambiente.
   Per la precisione, a seconda delle metodologie adoperate per calcolare gli oneri che vengono esternalizzati dalle imprese sull’ambiente circostante (e sui sistemi pubblici e privati, che devono provvedere a fronteggiare le spese, ad esempio, per le malattie causate) le emissioni di agenti inquinanti nel 2009 pesavano tra i 102 e i 169 miliardi l’anno, ovvero da 200 ai 330 euro a persona.
   Quel che colpisce di più è che ben il 50 per cento dei costi aggiuntivi (tra 51 e 85 miliardi) sono generati da soltanto 191 impianti. È il 2% del totale di quelli censiti, quelli più «sporchi» in assolutoIl 75% del totale delle emissioni è prodotto da soli 622 siti industriali.
A guidare la classifica – che è calcolata sui dati del 2009 – sono le centrali termoelettriche, in particolare a carbone o a olio combustibile; il discutibile primato di industria più inquinante in assoluto d’Europa se lo aggiudica la famigerata centrale elettrica di Belchatow, in Polonia, una «bestia» alimentata a lignite (un carbone di particolare bassa qualità) da 5.000 Megawatt nei pressi della città di Lodz.
   Tra le prime venti però troviamo anche la centrale termoelettrica Enel Federico II di Brindisi, che da sola genera costi connessi ad inquinamento tra i 536 e i 707 milioni di euro l’anno. E al 52esimo posto c’è l’acciaieria Ilva di Taranto, che ci costa dai 283 ai 463 milioni l’anno.
   Insomma, quando si valutano i benefici economici di un’attività industriale – i dipendenti, i profitti, la produzione, le imposte generate – sarebbe il caso forse anche di computare quei costi che «magicamente» quelle industrie riescono a non inserire nei propri bilanci. E a scaricare sull’ambiente o sul contribuente, che dovrà pagare di tasca sua i costi delle morti, delle malattie, o delle bonifiche da realizzare. (…..)
   Il rapporto dell’AEA utilizza gli ufficialissimi dati del registro europeo delle emissioni (E-PRTR) che registra 10.000 impianti industriali, e si basa su strumenti e metodi certificati. I dati, talvolta incompleti per colpa di dichiarazioni «parziali» – sono aggiornati al 2009.
   Sulla base di diverse metodologie statistiche – è per questa ragione che i costi evidenziati prevedono una «forchetta», tra un valore più basso e uno più elevato – i ricercatori hanno preso in esame il costo esternalizzato dalle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria.
   Tra queste, oltre al CO2 (l’anidride carbonica, massima responsabile del riscaldamento globale dell’atmosfera), sono considerati tutti gli inquinanti atmosferici piu diffusi: NH3 (ammoniaca), NOx (ossidi di azoto), PM10 (poveri sottili), SO2 (anidride solforosa). Ma anche i composti organici volatili (benzene e butadiene), i metalli pesanti (arsenico, cadmio, cromo, piombo, mercurio e nichel), i microinquinanti organici (idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani).
   Le industrie esaminate sono quelle di produzione di energia, le raffinerie, tutti i processi produttivi e manufatturieri e alcune attività agricole. Un’analisi complessiva mostra chiaramente che le emissioni delle grandi centrali elettriche sono quelle più costose, tra 66 e 112 miliardi. In secondo luogo, i paesi dove i costi ambientali «nascosti» sono in assoluto più elevati sono quelli a industrializzazione «storica»: nell’ordine, Germania, Polonia, Gran Bretagna, Francia e Italia.
   Per l’Italia si stimano costi aggiuntivi tra gli 8 e i 12,2 miliardi. Pesando però le emissioni rispetto alla grandezza delle economie (il Pil), in testa ci sono i paesi dell’ex Europa socialista: Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Il paese più virtuoso in assoluto è la Lettonia. Per quanto riguarda il nostro paese, le Regioni più «aggravate» dal costo dell’inquinamento sono Puglia e Sardegna. Non è un caso, perché proprio in queste Regioni durante il boom economico si pianificò un modello di sviluppo basato su grandi centrali elettriche e industrie pesanti. Ai tempi di proprietà delle partecipazioni statali, e oggi talvolta finite in mano a privati.
   Alle spalle della centrale Enel a carbone di Brindisi (18esima) e all’Ilva di Taranto(52esima), troviamo così al 69esimo posto le raffinerie Saras di Sarroch (in Sardegna, della famiglia Moratti); la centrale termoelettrica Eni di Taranto all’80esimo posto; la centrale termoelettrica E.on di Fiume Santo (Sassari), all’87esimo posto; l’impianto termoelettrico Enel di Fusina al 108esimo posto; la centrale di Vado Ligure di TirrenoPower al 118esimo posto. Seguono la centrale di San Filippo del Mela (128esimo posto), la raffineria Esso di Augusta in Sicilia (145esimo posto), quella Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) al 148esimo posto. (Roberto Giovannini)
Inquinamento ambientale
L’ALLARME DI GUARINIELLO: LA SITUAZIONE È TRAGICA SERVE UNA SUPER-PROCURA
di Thomas Mackinson da “il Fatto Quotidiano” del 18/2/2013
(…..)
Saprebbe dove indagare ancora a colpo sicuro? 
Guardi tra le mani ho l’ultimo rapporto del Renam, il registro dei mesoteliomi che raccoglie tutti i casi di tumori tipici d’amianto in Italia. Le statistiche sono state riprodotte su mappe e si vede a occhio nudo dove ci sono concentrazioni anomale e picchi epidemiologici.
E allora, il problema qual è? 
Che quasi nessuno indaga. Dopo il processo Eternit ho girato molto per l’Italia e mi sono reso conto dell’incidenza preoccupante dei “tumori perduti”. In poche parole abbiamo diverse aree del Paese investite da anomale presenze di mesoteliomi. Poi vai li, chiedi alle procure della Repubblica se hanno avviato indagini e scopri che non è così. Altre le fanno, ma con tale lentezza e fatica che si arriva presto al binario morto della prescrizione.
Bisogna sperare di ammalarsi vicino a una procura piuttosto che un’altra? 
Purtroppo è così. In questo campo non si improvvisa nulla. Non le dico dove, ma in una regione che ho appena visitato un pm ha disposto diversi rinvii a giudizio per una serie di tumori, ma la maggior parte dei casi non sono riferibili all’esposizione nell’ambiente e sarà molto molto difficile venirne a capo.
Come può accadere? 
Questo tipo di processi devono nascere da un terreno coltivato di esperienze, non possono essere improvvisati perché rischiano di suscitare grandi aspettative nelle popolazioni locali che verranno poi deluse, diffondendo un senso di ingiustizia non riparabile.
E l’effetto generale qual è?
Devastante. Da una parte, come dicevo, si afflige la richiesta di giustizia dei cittadini e dall’altra si finisce per rafforzare negli operatori l’idea che le regole ci sono ma possono essere violate impunemente. Se sta bene questo, allora andiamo avanti così.
Qualcuno sostiene che servano leggi più severe.
Non servono nuove norme, le nostre sono tra le più avanzate. Il problema semmai è la loro piena ed effettiva applicazione. Certo, non ci sono gli organici per le funzioni di vigilanza ma tocca anche ammettere che gli interventi della magistratura a tutela dell’ambiente lasciano molto a desiderare. Anche per questo ci sono intere zone del Paese in cui processi penali su questa materia non se ne fanno proprio. Secondo me il problema è un altro.
Ovvero? 
In Italia abbiamo un numero elevatissimo di procure sparse per il Paese, molte sono piccole, con 3-4 magistrati e questi non hanno modo di specializzarsi in una materia tanto complessa. Non è un problema di qualità dei magistrati ma di organizzazione. Serve un’organizzazione giudiziaria che metta a frutto le esperienze elaborate altrove sviluppando competenze specialistiche, letteratura, mezzi. Non si può andare avanti con grandi processi che si celebrano una volta ogni tanto e poi più nulla.
Ha un’idea precisa? 
L’unica possibilità di fare un passo avanti è quella di istituire una procura nazionale per i reati ambientali. Lo propongo da tempo ma serve una volontà della politica e delle forze sociali che finora non è stata così forte.
Insomma, una super-procura. Ne propose una anche per gli infortuni sul lavoro… 
Sì, l’ho fatto l’anno scorso a un seminario organizzato dal Senato alla presenza del Presidente della Repubblica. Napolitano si dimostrò molto interessato, poi purtroppo l’idea non è stata più raccolta e sviluppata. Forse un domani, con la ragionevolezza della storia…
E perché la politica non vuole procure specializzate?
Perché c’è il rischio che funzionino davvero.
(Thomas Mackinson)
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PROSECCO, L’APERITIVO AD ALTA INCIDENZA TUMORALE
di Francesco Bertolucci, da AFFARI ITALIANI.IT DEL 28/3/2012 (http://affaritaliani.libero.it/ )
   Un Prosecco carico carico di… pesticidi. Dal Trentino alla Sicilia, in tutta Italia ormai è dilagata la moda del Prosecco: che sia come aperitivo o come accompagnamento a un dolce, questo tipo di vino frizzante regna ormai sulla tavola del fine settimana italiano. Se lo scegliamo poi per un uso casalingo, la scelta cade sempre su quello di denominazione di origine controllata e garantita.
   Il Docg per intenderci. Una scelta che rende orgogliosi e allo stesso tempo sconfortati i cittadini che abitano la zona sanitaria dell’Ulss 7, cioè quella parte del trevigiano che racchiude paesi come Cison di Valmarino, Colle Umberto, Cordignano, Pieve di Soligo, Vittorio Veneto, Tarzo o Refrontolo, tanto per citarne qualcuno, e dove viene coltivata buona parte di questo tipo di Prosecco. Orgogliosi perché tutta Italia e non solo beve un vino frutto della loro terra, sconfortati perché buona parte delle coltivazioni vengono trattate con un uso smodato di pesticidi che producono un solo risultato: un’impennata del numero dei tumori registrati nella zona.
   “Ci stanno uccidendo facendoci respirare tutti i giorni pesticidi – spiega Gianluigi Salvador, Referente energia e rifiuti WWF veneto – è una pandemia. Le incidenze tumorali crescono di un numero che oscilla tra il 5 e il 7 per cento ogni anno. E la cosa peggiore è che sempre più difficile avere i dati relativi all’uso dei pesticidi e agli effetti sanitari correlati da parte delle istituzioni pubbliche. Nonostante sia nostro diritto da cittadini, da qualche anno dobbiamo infatti fare sistematico ricorso al Difensore Civico regionale per avere da parte della ULSS7 tre numeri relativi al codice E048 cioè all’esenzione del ticket per neoplasie maligne, tre numeri che si riferiscono ai tumori maligni in atto, alle cancellazioni e ai nuovi tumori. In altre ULSS vicine, ad esempio nella ULSS8, (quella del Valdobbiadene) questi dati vengono forniti senza difficoltà e possono essere confrontati con i dati degli anni precedenti”.
   I pesticidi vengono catapultati sulla zona anche con l’utilizzo dell’elicottero. Un metodo che disperde molto il pesticida che viene così inalato molto più del dovuto da parte della popolazione. Il Wwf veneto ha fatto addirittura tre esposti alla magistratura per cercare di arginare il fenomeno ma fino ad ora non è riuscita nel suo intento.
   E la situazione peggiora di giorno in giorno specialmente se consideriamo che, stando a quanto si dice nei paesi, almeno metà delle piantagioni di Prosecco della zona sono inondate quasi quotidianamente di fitofarmaci come il Mancozeb, pesticida riconosciuto interferente endocrino come l’amianto e quindi causa di effetti deleteri sulla salute nel corso degli anni. Pesticidi che poi restano anche nel Prosecco e hanno il duplice impatto: sia su chi popola la zona che lo inala ogni giorno che su chi lo beve a centinaia di chilometri di distanza.
   “Stanno distruggendo la popolazione come avviene in Val di Non dove hanno trovato dei pesticidi addirittura nelle urine dei bambini – continua il referente del Wwf – Nella DOCG prosecco le incidenze tumorali stanno crescendo da anni, nell’indifferenza pressoché totale delle stesse istituzioni. L’investimento in prevenzione primaria rende dieci volte la spesa sostenuta e in questa prevenzione si dovrebbe investire almeno il 5% del bilancio sanitario, mentre a consuntivo gli investimenti sono sempre irrisori. E’ anche per la disattenzione alla prevenzione primaria che la spesa sanitaria regionale ha oramai raggiunto l’83% del bilancio regionale ed è in continua crescita.
Anche nella nostra zona di monocoltura della vite DOCG prosecco si deve oramai seriamente pensare alla viticoltura biologica, per eliminare i pesticidi tossico-nocivi e salvare insieme alla salute dei cittadini anche il bilanci della sanità e perché no, il mercato del prosecco”. (Francesco Bertolucci)
PROSECCO E PESTICIDI, CENTRALINE IN COLLINA
di Alessandro Zago, da “la Tribuna di Treviso” del 26/1/2013
– Qualità dell’aria: scatta in 22 Comuni della Pedemontana il raddoppio dei monitoraggi Arpav e Usl. Coordina la Provincia –
FARRA DI SOLIGO. Monitorare in maniera ancor più capillare la qualità dell’aria per tenere a bada l’allarme smog ma anche per ribadire, in via definitiva e azzerando le polemiche, che le fasi della coltivazioni dei vitigni, soprattutto quelli legati alla produzione di Prosecco, non danneggiano né la popolazione residente – si pensi alla polemica sugli elicotteri spara pesticidi – tantomeno i consumatori.
   E infatti, oltre a potenziare il monitoraggio della qualità dell’aria tramite uso di centraline in 22 Comuni dell’area Pedemontana, verranno controllati a campione anche i terreni e pure le persone, con tanto di analisi del sangue per certificare che non vi siano tracce di inquinanti assunti per via aerea o ingeriti. Lunedì prossimo l’ente Provincia di Treviso lancerà la seconda fase del protocollo firmato a fine 2011 e adottato lo scorso anno, mettendo sul tavolo per il 2013 altri 40 mila euro oltre i finanziamenti che verranno stanziati dai singoli Comuni per le verifiche che faranno Arpav e Usl.
   «Il progetto coinvolge anche i consorzi del prosecco», ha ricordato il presidente della Provincia Leonardo Muraro, e l’intenzione è appunto quella di eliminare qualsiasi sospetto legato soprattutto all’uso dei pesticidi. La Provincia coordinerà il progetto nella zona Pedemontana tramite il potenziamento delle centraline dell’Arpav in un’area coperta da 22 Comuni: Borso del Grappa, Crespano, Paderno, Possagno, Cavaso del Tomba, Castelcucco, Monfumo, Cornuda, Crocetta, Valdobbiadene, Video, Segusino, Cison di Valmarino, Farra di Soligo, Follina, Moriago, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, Sernaglia, Pederobba. Terre di prosecco, quindi, ma anche di altri vini e altre coltivazioni.
   In base alla convenzione l’Arpav aumenterà il monitoraggio della qualità dell’aria con stazioni mobili a Farra, Refrontolo, Sernaglia della Battaglia; altri monitoraggi sulle Pm10, le micidiali polveri sottili, con campionatori manuali verranno svolte a Segusino, Follina e Pieve di Soligo; c’è poi il monitoraggio annuale dell’aria con campionatori «passivi» in tutti e 22 i Comuni, compresi i controlli giornalieri di diossine, furani, Pcb e Ipa. (Alessandro Zago)
L’obiettivo dell’operazione è stato illustrato a suo tempo nel dettaglio dall’assessore provinciale Villanova, che ha detto: «Con questa convenzione realizzeremo dunque nell’area un monitoraggio costante, il tutto finalizzato alla salute dei cittadini». Oggi scatta la seconda fase. (Alessandro Zago)



A.I.A. ITALCEMENTI 693 LUGLIO 2008, PETCOKE,ISOLA DELLE FEMMINE,TUMORI,CROMO ESAVALENTE VI,DIOSSINE RIFIUTI COMBUSTIONE,TERMOVALORIZZATORI


MAL’ARIA: INQUINAMENTO ATMOSFERICO, da traffico, riscaldamento, e da produzioni industriali, agricole, di trasformazione – Un ambiente sempre più inquinato – il caso CEMENTIFICI, dove i rifiuti diventano combustibile – La necessità della progressiva eliminazione delle emissioni inquinanti  lunedì 1 aprile 2013sebastianomalamocco


 Piano Regione Sicilia Tutela Qualità Aria: ANNUARIO ARPA 2006 ...
ANNUARIO ARPA 2006 PAG 2.29 E 2.31 2.32 FONTE DEL COPIATO PER IL PIANO ARIA SICILIAPAG 115 120. Annuario Arpa 2006 Da Pag 2 31 a Pag 2 32 e ...
tutelaariaregionesicilia.blogspot.com/.../annuario-arpa-2006-p...

EMISSIONI INQUINANTI NELLA PRODUZIONE DI CEMENTO 2011